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Joyce DiDonato ha sfondato nel mondo dell’opera relativamente tardi, ma da quel momento è diventata un astro sempre più luminoso nel firmamento delle dive. Ora, alla soglia dei 50 anni, sembra essere all’apice della sua carriera e non ha la minima intenzione di fermarsi.

Joyce, nata in Kansas nel 1969 da famiglia irlandese (DiDonato è il cognome del primo marito), è un’artista eclettica, capace di calcare i palchi del Metropolitan e della Scala e di cantare disinvolta ai Grammy Awards, di intrattenere le platee con classici da musical e di andare a recuperare le più sconosciute arie barocche e dare loro nuova vita.

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Ed è esattamente quello che stava pensando di fare per il suo nuovo album quando ha saputo della strage del Bataclan e il progetto è quasi naufragato.

Come potevo dedicare tante risorse professionali e personali a questo progetto — ricorda Joyce — “quando la musica che avevo davanti mi sembrava una cosa tanto superflua rispetto a tutto quello che stava accadendo nel mondo? Poi dalla pila di spartiti, è apparsa Didone, in tutta la sua maestà. E poi Sesto, devastato dalla guerra, e il lamento della prigioniera Almirena, e mi hanno chiesto di essere ascoltati.” E così ha scelto le arie più tormentate e le più serene e le ha accostate per creare questo ultimo album.

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Non è la prima volta che Joyce, forse unica tra le colleghe, si interroga sul valore profondo dell’arte: l’anno scorso in un articolo sul suo blog si chiedeva già che senso avesse cantare Mozart ora, quando le sembrava così inutile e avulso dalla contemporaneità, e si rispondeva che “l’arte è qui per farci riflettere su noi stessi, per mostrarci chi siamo e farci imparare dagli errori passati. L’arte ci invita ad essere persone migliori, a scegliere l’amore e non la guerra, ci invita a crescere e a trasformarci.”

Così in In War & Peace: Harmony Through Music la mezzo-soprano ci presenta una selezione di arie barocche perlopiù sconosciute — a eccezione di Lascia ch’io pianga — seguendo un percorso filologicamente rigoroso ma rivisto in ottica personale. Sono interessanti ad esempio l’uso della tiorba al posto del più comune cembalo per alcuni recitativi, come in Thy Hand Belinda…When I Am Laid In Earth, o le variazioni — personali ma sempre plausibili — delle arie col “da capo” pensate per lasciare spazio all’improvvisazione del cantante “un po’ come nel jazz,” per citare la stessa Joyce.

Su tutto domina come sempre la sua voce: ricca, rotonda e perfettamente proiettata, capace di passare dai sospiri ai torrenti di volume e di lanciarsi in complessi gorgheggi e agilità senza mai perdere corpo e volume.

Ma soprattutto una voce che non perde mai di vista l’interpretazione e la musica e riesce a far suonare fresche e attuali anche arie scritte tre secoli fa.