“Siamo felici che a Milano siamo tuttora maggioranza anche in un periodo controvento, ma non credo che i fortini assediati resistano a lungo.”

Attilio Fontana è stato eletto governatore della Lombardia con il risultato schiacciante del 49,7% contro il 29,1% di Gori. Numeri con cui il Partito democratico dovrà fare i conti, insieme alla disfatta nazionale. Anche nel Comune di Milano, una delle pochissime aree della Lombardia in cui il centrosinistra rappresenta ancora la maggioranza degli elettori. Abbiamo raggiunto l’assessore all’Urbanistica del Comune Pierfrancesco Maran, per un commento sul risultato e le sue possibili ripercussioni sulla politica locale.

Visto che il Comune è abituato ad avere a che fare con giunte di centrodestra, pensa che possano esserci differenze questa volta visto il peso maggiore della Lega?

Ad oggi su molte partite importanti, nonostante le differenze politiche, tra Comune e Regione si è sempre dimostrata una grande capacità di collaborare, come si è visto su EMA e su Expo, ma anche su altre questioni. Noi come Comune dal punto di vista istituzionale ci porremo con lo stesso approccio: le istituzioni tra di loro devono collaborare per il bene dei cittadini, immaginiamo che anche in regione questo tipo di atteggiamento fuori dalla campagna elettorale rimarrà e ovviamente lo vedremo nei fatti con la nuova giunta. L’approccio del Comune di Milano rimane lo stesso sia con Regione Lombardia sia con i futuri governi nazionali.

Il Comune di Milano si sta muovendo sui temi ambientali, per esempio con la sostituzione delle caldaie nelle case popolari di sua proprietà. La destra che è stata eletta in Regione invece non sembra essere molto attenta a questi argomenti. Ritiene che si possa sviluppare una collaborazione in merito?

Su questo punto specifico devo dire che anche con le giunte regionali passate c’è stata una visione contrastante, quindi diciamo — o resta così com’è o migliora. Non metterei quello ambientale, così come il tema dell’ALER, tra i punti in cui la collaborazione è stata efficace e proficua anche nei mandati scorsi.

Riguardo alla composizione del voto a Milano, il PD risulta aver vinto in centro, una costante delle performance elettorali del centrosinistra in tutta Italia e, allargando il campo, anche nel resto d’Europa. Cosa ci dice questo sul futuro del centrosinistra in Italia ma anche a Milano?

Mah, è una lettura che è passata con molta facilità, ma secondo me non è esattamente così. Il centrosinistra vince sicuramente dentro la circonvallazione della 90-91, fuori ha alcune sacche di consenso e altre dove effettivamente c’è molto da lavorare. Se guardiamo ai risultati dei 15 anni passati non c’è stato un ribaltamento del voto. Una volta perdevamo in tutta la città e oggi vinciamo in centro e semicentro e continuiamo a perdere in periferia. Però non è che le periferie una volta votavano a sinistra: bisogna andare indietro negli anni ’70 o nei primi ’80.

Quello che purtroppo è successo è stato sicuramente uno spostamento dei comuni della provincia di Milano da sinistra a destra nel corso degli anni, molto preoccupante. È vero invece che è una dinamica che riguarda tutte le grandi città, europee e anche americane. Siamo felici che a Milano siamo tuttora maggioranza anche in un periodo controvento, ma non credo che i fortini assediati resistano a lungo. Non lo vediamo come una punta di orgoglio o una necessità di imporre un cosiddetto modello Milano, ma pensiamo debba essere lo stimolo per attuare delle politiche che ri-allarghino il consenso anche fuori.

Un’osservazione: secondo me il diverso risultato della destra nelle periferie è un effetto del fatto che molti residenti sono stranieri e quindi non possono votare. Un’espansione del diritto di voto magari anche a chi lavora o studia qui potrebbe essere opportuna?

Può darsi. Ma io non rinuncio a pensare che la sinistra abbia molto da dire anche agli italiani che vivono in periferia, e non è un voto che noi vogliamo lasciare a un malcontento leghista o cinque stelle come sta avvenendo. Può darsi che quella che dice lei sia un’opportunità, ma dubito che le condizioni politiche nazionali consentano di estendere i diritti di voto in questa stagione. Mi concentro sul fatto che questo luogo comune per cui la sinistra non può rappresentare gli italiani in periferia debba essere smentito nei fatti.


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