Mariah Carey, Michael Bublé, George Michael, Mario Biondi, Judy Garland, Frank Sinatra, Elvis Presley, John Lennon, Paul McCartney, Bing Crosby e molti altri dominano ogni anno i nostri Natali, con i loro singoli per le festività, le tonalità rosso pomodoro e le melodie che hanno attirato con gli anni odio e isteria delle masse.

Ma ha veramente senso scagliarsi contro le rotazioni musicali natalizie o è solo un vezzo che ci fa sentire bene e ci ricorda – proprio come i tanto odiati brani – le tradizioni del Natale?

Secondo uno studio sugli effetti delle canzoni tristi condotto dall’Università della California, le canzoni natalizie – che spesso rientrano in questa categoria – possono essere usate per affrontare tematiche come la nostalgia o i problemi affettivi e ampliare lo spettro delle proprie riflessioni. Per il dottor Matthew Sachs, che ha condotto la ricerca, “se si è il tipo di persona che ascolta musica triste durante le vacanze, c’è più probabilità che tu sia una persona empatica, e più probabilmente in grado di trarre beneficio dalla malinconia prodotta da tali ascolti.” La ricerca divide gli ascoltatori in due macrocategorie: chi si libera dalle cattive emozioni attraverso l’ascolto e chi invece si fortifica abbracciando il proprio stato emotivo e indagando la sua origine.

E tutto questo avrebbe a che fare con un video da 400 milioni di visualizzazioni vi starete chiedendo?

l’umanità può essere complessa, ma a volte anche molto prevedibile

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Proprio qualche giorno fa, dopo 23 anni dalla sua uscita, “All I Want For Christmas Is You” di Mariah Carey è entrata nella top 10 della Billboard Hot 100, la classifica musicale americana dei dischi più venduti. Grazie all’introduzione dello streaming nei conteggi della classifica, il brano iconico delle festività occidentali (ma non solo, riscuote successo soprattutto nelle Filippine, nel Belize e in Armenia) si è ripreso tutto quello che gli spettava.

Come chi assale puntualmente le rotazioni musicali natalizie sa bene, Mariah Carey e la sua diabetica dolcezza sono solo la punta dell’iceberg. Ogni anno infatti nelle piazze, nelle sale dei bar, attraverso i corridoi dei centri commerciali, nelle catene di abbigliamento, nelle palestre e dovunque ci sia un auto parlante si scatena la mescolanza di nuove hit, cover, goldies e vecchie glorie musicali. Da “Last Christmas” dei Wham a “Let It Snow” di Dean Martin, passando per “Happy Xmas (War Is Over)” di Lennon e Yoko, i centri urbani riecheggiano di ritornelli pieni di auguri.

Per quanto ci si scagli contro le playlist appositamente confezionate dagli elfi di Babbo Natale per tutte le radio del mondo, il nostro diffuso odio per i grandi classici del Natale contemporaneo non è altro che un preconcetto che negli anni è stato alimentato dai social e dalla ormai affermata tendenza dell’internet verso il cinismo. Riflettete un attimo: quanti di voi sono veramente sottoposti costantemente e per lunghi periodi alle canzoni natalizie? Se dovessi scommettere, direi pochi.

Gli unici che veramente possono recriminare un odio motivato per le rotazioni musicali di questo periodo sono tutti quei lavoratori costantemente a contatto con Mariah & Company (a loro va la mia più totale solidarietà) — ma anche in questo caso non sono tanto le canzoni in sé, quanto la loro ripetitività, a creare il disagio. Se al posto di “All I Want For Christmas Is You” fosse riprodotta in loop, chessò, “Space Oddity” di David Bowie la questione si porrebbe comunque.

L’odio per le playlist natalizie non è dettato solo da un diffuso luogo comune informatico, ma anche da una pressapochezza musicale sulle ottime produzioni musicali del passato. Grandi musicisti come Louis Armstrong, Nat King Cole, The Vince Guaraldi Trio, i Manhattan Transfer, i già citati Presley e Sinatra hanno modellato i propri generi e le proprie sonorità su grandi classici di Natale.

Non ultimo Bob Dylan che nel 2008, con lo pseudonimo di Jack Frost, ha pubblicato l’album Christmas in the Heart, una laica rivisitazione dei più famosi brani natalizi — da “Must Be Santa” a “Have Yourself a Merry Little Christmas.”

Quindi smettiamola di prendercela con Mariah Carey o Michael Bublé, la loro presenza è tanto scontata quanto l’abbiocco post cenone, piuttosto ampliamo i nostri orizzonti musicali e accettiamo il fatto che alcune consuetudini a volte accedono allo status di tradizioni e in quanto tali difficilmente spariscono da un anno all’altro. Provate a non preoccuparvi troppo e ad amare le rotazioni musicali natalizie, nel bene o nel male.

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