Gli autori hanno deciso di mantenere in ogni fotogramma la materialità delle pennellate e il risultato alla fine ha del miracoloso.

È di un’ironia amara il fatto che Vincent Van Gogh, ignorato quando non perseguitato in vita, sia diventato prima un maestro riverito dell’arte moderna e poi una figura onnipresente della cultura pop: è impossibile non vedere qualsiasi opera di fiction o documentaristica come un tentativo di spremere il pubblico mai stanco della vita e opere del tragico pittore impressionista.

Per questo, è inevitabile valutare ogni opera su Vincent Van Gogh prima di tutto al livello della propria “ragione d’esistere.” Serve? Cosa aggiunge al mondo la presenza di questa opera in piú? Loving Vincent non ha bisogno di rispondere a queste domande: è un film di cui abbiamo seguito febbrilmente gli ultimi passi della produzione, colpiti dal coraggio, forse folle forse visionario, dei propri autori, Dorota Kobiela e Hugh Welchman — intenti nel produrre il primo film di animazione interamente realizzato a olio.

Poteva sembrare, agli occhi di uno spettatore disincantato, una trovata commerciale geniale. Approfondendo sul blog della produzione, la dedizione verso la tecnica di Van Gogh era subito chiara: rifuggita la tentazione di creare filtri di computer grafica che simulassero l’effetto di “olio animato,” al contrario Kobiela e Welchman hanno deciso di mantenere in ogni fotogramma la materialità delle pennellate, elemento identificante dell’arte di Van Gogh. Il risultato alla fine ha del miracoloso. La scelta stilistica è invadente, certamente ciò che tiene piú occupati durante la visione, ma abbinata a una storia che sa prendere i propri tempi e che conosce i limiti del proprio medium, funziona. Un risultato tutto tranne che scontato per un film che sperimenta per la prima volta con così tante tecniche nuove.

La ricchezza visiva non è nemmeno alienante, intermezzata da flashback realizzati come bozzetti a carboncino, in bianco e nero, perfettamente materici anche loro, ma che permettono un maggiore dinamismo nell’animazione, e lasciano riposare i sensi dall’assalto visuale del film.

Il film non segue le vicende del pittore, ma di Armand Roulin, figlio dell’uomo delle poste che si occupava di spedire le lettere di Van Gogh per il fratello Theo. Roulin padre trova, un anno dopo la morte del pittore, l’ultima lettera che questo aveva scritto per il fratello, e chiede al figlio – che aveva sempre giudicato Vincent come lo giudicavano tutti – di consegnarla al fratello. Armand parte alla ricerca di Theo, per scoprire che il fratello è morto 6 mesi dopo il pittore e che Van Gogh nelle settimane prima del suicidio si era descritto sempre piú spesso come “in salute.”

La morte di Van Gogh diventa un tormento per Armand, che in vita aveva completamente ignorato Vincent. Arrivato a Auvers-sur-Oise, dove Van Gogh aveva trascorso l’ultima parte della sua vita, il film si trasforma brevemente in un vero e proprio giallo, con Armand sempre piú convinto che il pittore non si sia suicidato, ma sia stato ucciso.

Il film qui approfondisce la teoria dei ricercatori Steven Naifen e Gregory White Smith, che nel 2011 avevano compilato una versione alternativa delle ultime ore di vita del poeta.

Ma il film non si riduce mai a un whodunnit, anzi usa l’indagine di Armand come pretesto per intrecciare una narrazione piuttosto fitta su due piani temporali: gli ultimi giorni di vita di Vincent Van Gogh, e il ricordo delle persone a lui piú vicine. È un alternarsi potente, tra ricordi teneri e chi lo definisce “un malvagio,” in scene che riprendono sostanzialmente tutti i panorami e i ritratti piú famosi del pittore.

È facile giudicare Loving Vincent solo per i propri meriti tecnici. Sono così invadenti e così sontuosi da non permettere di aprire nessun discorso sul film senza almeno menzionarli.  Kobiela e Welchman hanno ambientato il proprio film in 94 dipinti dell’artista, ingaggiando attori in carne ed ossa per ogni ruolo, e girando il film in maniera tradizionale, seppur in studio, su green screen. Una volta ottenuto il video, ogni movimento è stato analizzato e ogni singolo fotogramma è stato utilizzato come base per un dipinto ad olio — ogni singolo fotogramma è stato dipinto a mano da più di cento pittori, creando un “cartone animato,” dipinto, realizzato sostituendo il film fotogramma per fotogramma.

Video timelapse della realizzazione di un fotogramma del film

È difficile immaginare che nella Storia del cinema si ripeterà il caso di un film realizzato con piú di 65 mila quadri a olio. Ma il vero valore di Loving Vincent è un altro.

Sarebbe facile criticare, anche aspramente, il tentativo di ricostruzione giallistica attorno al suicidio di un uomo instabile, probabilmente sconvolto dalla depressione. Ma in nessun momento allo spettatore sorge il dubbio di una costruzione narrativa dedicata alla spettacolarizzazione del dramma — in questo senso la peculiare tecnica di realizzazione è doppiamente funzionale alla narrativa: comunica, istintivamente, una dedizione incomprensibile al pittore e alla sua vita, una vicinanza, intellettuale e emotiva, che in nessun modo lascia dubbi sulla presunta presenza di abusi.

Voglio che la gente dica delle mie opere: “sente profondamente, sente con tenerezza.”

Lo scrive il pittore al fratello Theo, ed è una delle citazioni piú note di Van Gogh, che anche il film menziona. E si intuisce, questo era anche l’obiettivo di Kobiela e Welchman: realizzare un film profondo, ma tenero. Mai la depressione di Van Gogh è mostrata gretta, e l’avventura di Armand tra chi il pittore l’ha conosciuto permette al coro di opinioni di raccontare come mai prima d’ora la disperazione, e il genio, di Vincent.

Loving Vincent è distribuito in Italia da Nexo Digital, ed è al cinema da ieri fino a mercoledì 18 ottobre. Non ci sono impegni che non potete spostare.

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