Il cinema è diventato per l’India uno strumento in grado di mantenere stretti quei rapporti che legano la cultura indiana a quella nepalese.

Questa estate l’attività di un fan club nepalese dedicato all’attore indiano Shahrukh Khan, definito “il King di Bollywood,” ha attirato le critiche di chi vede nell’invadenza dei prodotti culturali indiani in Nepal il tentativo di mantenere un’influenza sul paese confinante. Il SKR Fan Club, composto soprattutto da giovani nepalesi, era presente alla première del film Jab Harry Met Sejal per dimostrare la vicinanza al proprio attore preferito — parallelamente invece sui social esplodeva l’ormai consueta aggressività verbale per l’eccessiva reverenza nei confronti di una personalità indiana, guidata però da un più giustificato rifiuto dei film indiani che da decenni invadono le sale del paese. Ma il problema ha radici più profonde e va oltre qualche commento su Facebook, e per capirlo bisogna guardare alla storia cinematografica (e politica) del Nepal.

Il Nepal – che solo nel 2008 ha proclamato la repubblica dopo 240 anni di monarchia e una sanguinaria guerra civile – si trova oggi ad arginare su più fronti gli interessi territoriali, politici ed economici di India e Cina, due potenze che hanno fatto del soft power la propria nuova strategia geopolitica. Negli ultimi dieci anni infatti il governo nepalese si è lentamente distanziato dai longevi rapporti con la vicina India per aprire – complice la nuova guida politica di fede maoista – alla Cina. Gli investimenti fatti dalle due superpotenze nello stretto paese che per buona parte li divide si sono lentamente pareggiati: tra il 2015 e il 2016 l’India ha investito 35.8 milioni, mentre la Cina 35.4, rendendo praticamente pari l’influenza economica nel paese.

In queste condizioni il cinema è diventato per l’India uno strumento in grado di mantenere stretti quei rapporti che legano la cultura indiana a quella nepalese. Le storie provenienti da Bollywood infatti sono state le prime apparse nelle sale del Nepal e ancora oggi quasi l’80% del mercato nepalese è dominato da pellicole prodotte in India. Per avere una produzione interamente sostenuta da fondi statali il Nepal ha dovuto aspettare il 1964, anno di produzione di Aama (“madre” in nepalese ndr). Il film viene prodotto dall’allora Dipartimento dell’Informazione del Governo Nepalese, che vista la totale inesistenza di figure professionali è costretto a far recitare nei ruoli da protagonisti Shiva Shankar, musicista e compositore, e Bhuvan Chand, attrice teatrale — tutt’oggi considerati i primi attori cinematografici nepalesi.


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Con Aama inizia la lenta costruzione di un linguaggio cinematografico nazionale, pur sempre in debito con il cinema indiano, ormai diventato lo standard qualitativo ed espressivo per il pubblico nepalese. Gli anni Ottanta segnano la golden era del cinema nepalese, sempre legato a trame e temi che richiamano direttamente o indirettamente l’India — film come Lahure e Samjhana vengono sì prodotti in Nepal, ma ambientano le trame nel paese confinante.

A partire dal 1990 i cambiamenti politici portano ad una maggior comprensione dell’importanza di una industria cinematografica nazionale, che risponda alla società ancor prima che all’economia. Il governo nepalese istituisce il Film Development Board per promuovere le pellicole del paese e aiutare le produzioni a trovare i fondi necessari per le riprese. “Senza il supporto dello stato nei vari aspetti del cinema è impossibile per l’industria crescere. Dobbiamo elevarci se vogliamo fare film migliori. Oggi il cinema coreano, iraniano e israeliano devono il loro successo in casa e all’estero alle politiche protezioniste dello stato,” ha dichiarato ad Al Jazeera Tsering Rhitar Sherpa, regista di Kalo Pothi, il film che ha riportato l’attenzione degli stessi cittadini nepalesi sul cinema nazionale.

Il film – selezionato dai più importanti festival cinematografici del mondo, da Venezia agli Academy – racconta la storia di due ragazzi appartenenti a caste diverse che durante la guerra civile nepalese tentano di ritrovare una gallina (da qua il titolo inglese The Black Hen).

La ricerca della gallina è ovviamente un pretesto per mostrare le vicende e i segni lasciati da dieci anni di guerra civile. Il film è stato soprattutto una prova di coraggio nel voler deviare dagli archetipi dei musical di Bollywood per raccontare invece una pagina dolorosa ma necessaria della storia nepalese — “il film è un esempio della trasformazione del cinema nepalese, un tipo di cinema che sceglie di rappresentare con verità e cuore, piuttosto che con melodramma e azione,” scrive nella recensione sul Nepali Times Sophia Pande.

Ma Kalo Pothi non è l’unico esempio di un cinema che vuole cambiare: nel 2013 il film Soongava, la storia di due donne appartenenti a caste differenti che si innamorano, ha attirato le critiche della parte più conservatrice del paese — il Nepal infatti, come molti paesi dell’Asia e del Sud-est asiatico, fa ancora fatica a riconoscere diritti alle comunità LGBT.

È però difficile valutare solo in termini artistici una complessa rete di accordi e disaccordi tra stati, che vede il 66% delle importazioni del Nepal provenienti dall’India e il 57% delle esportazioni verso l’India. All’interno di questa rete geopolitica il cinema diventa per forza un campo in cui far valere la propria identità culturale, o viceversa in cui tirare le fila per un controllo indiretto dei paesi limitrofi.

Questa situazione produce casi come quello avvenuto nel 2012, quando una frangia radicale del CPN (il partito comunista nepalese) minacciò di attaccare ogni cinema che proiettasse film di provenienza indiana, giustificando il divieto con la scarsa rappresentazione che i film di Bollywood fanno dei nepalesi. La posizione dei maoisti, che a oggi guidano il paese in un governo di coalizione, è però fondamentalmente sbagliata: non deve essere il cinema di Bollywood a ritrarsi (da solo o con la forza), deve essere piuttosto il cinema nepalese, con l’aiuto dello stato, a elevarsi e trovare il proprio carattere e la propria voce — staccando il cordone ombelicale che lo lega alle produzioni indiane.

Il processo non può avvenire da un giorno all’altro, ma, come dimostrano i casi dei già citati Israele, Iran, Corea — ma anche Palestina e il cinema indipendente cinese — soltanto dando agli artisti gli strumenti necessari il cinema diventerà un mezzo politico, oltre che culturale, in grado di cambiare il paese.

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