La mancanza di comprensione dell’opera originale è così drastica che piú volte nel film viene spontaneo chiedersi se gli autori dell’adattamento e il regista abbiano letto il manga.

L’adattamento cinematografico di Netflix di Death Note, iconico manga e anime anni 2000, è un caso rarissimo — un film così brutto da essere una visione consigliata. Siamo ben al di là del “So bad it’s good,” Death Note è un tour de force, dove lo spettatore non ha un minuto di riposo per chiedersi se c’era qualcosa che si potesse non sbagliare.

Perché dalla scena di apertura ai titoli di coda è incredibile come ad ogni singola occasione di sbagliare qualcosa, Adam Wingard e la propria troupe abbiano sbagliato tutto.

Questo non significa che Death Note sia un film fatto male: è ripreso, montato e prodotto con competenza, come tutte le produzioni di Netflix. Si insegue in set illuminati drammaticamente e ad altissimo contrasto, nell’assalto visivo che Wingard scambia per cinematografia, da You’re Next a Blair Witch.

Lo sviluppo di Death Note è stato infernale, dallo scandalo del whitewashing esploso alle prime notizie del casting, quasi completamente occidentale per raccontare una storia in cui tutti i personaggi sarebbero dovuti essere giapponesi. Visto il film, il whitewashing rischia di non essere nemmeno il difetto più grave della pellicola.

Proviamo a partire dall’inizio.


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Death Note di Netflix narra le vicende dello studente Light Turner e della sua ragazza Mia Sutton, di come decidono di usare un quaderno in grado di uccidere le persone per portare il loro “marchio” di giustizia nel mondo, e della loro lotta contro il super detective L, intento a fermarli a tutti i costi.

Con almeno quindici anni di ritardo dalla precedente ondata di rifacimenti ignoranti e hollywoodiani di film horror giapponesi, Death Note non aveva speranze di essere un bel film: perché il problema del whitewashing del film non si limita alla rappresentazione o meno su pellicola di personaggi asiatici, ma manca di comprendere cosa rendesse di intrattenimento l’opera che si sta adattando. La mancanza di comprensione dell’opera originale è così drastica nel caso di Death Note che piú volte nel film viene spontaneo chiedersi se gli autori dell’adattamento e il regista abbiano letto il manga del tutto.

Nel tentativo di americanizzare la trama è evidente che chi scriveva non avesse chiaro cosa aveva reso l’originale un’opera iconica e quali fossero i difetti o gli eccessivi estetismi da censurare.

Il peggior pregio e il miglior difetto (sì) dell’originale è lo scontro tra il genio crudele e affascinante del protagonista Light Yagami e il suo avversario, il detective infallibile L. Peggior pregio e miglior difetto perché dove nei primi volumi questo scontro era emozionante, nel proseguire della serie — e soprattutto nella seconda metà — l’astrusità dei piani geniali raggiunge livelli quasi demenziali.

Il film ha un momento “All according to keikaku” negli ultimi minuti, ma la performance di Nat Wolff non convince nessuno della genialità di Light.

Questo è forse il problema piú grande del film: lasciato alle spalle il contesto della cultura giapponese che ha prodotto l’opera originale, volendo tuttavia trattenere tutto gli elementi iconici della serie, non trova il modo, o forse il tempo, di spiegarli. Ci è detto che Light (non piú Yagami, ma Turner) sia un genio — ma non gli vediamo mai fare cose da genio, solo vendere compiti già fatti ai propri compagni. Ci è detto che L sia un genio, ma al contrario lo vediamo comportarsi in maniera completamente illogica, e non ci è mai concesso assistere ad un momento di deduzione, ma solo esposizione dei risultati delle sue indagini.

E qui sta forse la maggiore incomprensione rispetto all’opera originale: Death Note è, nei suoi momenti di grandezza, una detective story, gli elementi horror e soprannaturali sono l’ambientazione della storia, non il centro narrativo.

Il film di Netflix, invece, non sa esattamente cosa vuole essere — non fa paura, con l’eccezione di un paio di scene gore assolutamente gratuite, non è emozionante come un thriller, perché mantiene un ritmo così veloce fin dalle prime scene da non riuscire a comunicare concitazione — nemmeno con gli inseguimenti! — non è un mistery, eccetera.

Forse stiamo fraintendendo tutto, e il Death Note di Netflix è una commedia, o per lo meno questo lascerebbero intendere i titoli di coda, con un montaggio serrato di dietro le quinte e bloopers da Ti presento… il mio quaderno della morte.

Nell’adattare l’opera dal rigore fascistoide del senso di giustizia orientale alla vendicatività di quella occidentale, Netflix rompe la magia: tutti in Death Note sembrano incredibilmente stupidi, con la possibile eccezione di Mia, interpretata da Margaret Qualley — la conoscete per forza, era la ballerina della pubblicità di Spike Jonze per KENZO.

Death Note

Margaret Qualley in Death Note

La scelta di cancellare completamente la caratterizzazione misogina e stereotipata dell’originale Misa Amane è tra le pochissime scelte corrette del film — ma anche in questo caso l’intento sembra malaccorto: lo scopo è chiaramente quello di dividere i caratteri del protagonista originale, Light Yagami, in tre parti, Light Turner, Mia Sutton, e Ryuk, il dio della morte brillantemente interpretato da Willem Dafoe per ben 10 minuti in tutto il film.

L’intento è chiaro: mantenere Light come un personaggio con cui in qualche modo lo spettatore possa ancora identificarsi, malgrado si tratti, nella migliore delle ipotesi, di un serial killer.

Il risultato è un pasticcio in cui non funziona niente: il film vuole rimanere fedele agli elementi iconici del manga senza portarsi con sé il contesto — quello giapponese — ma vuole anche chiaramente raccontare una propria storia, che è soffocata dagli innesti dell’opera originale.

Probabilmente c’era un modo per fare bene una americanizzazione di Death Note — non che servisse farla — ma questo film, che vuole essere una cosa nuova quanto un adattamento dell’opera originale, fallisce in entrambi i tentativi, e nel cercare di farlo trasforma un’opera nota per essere una battaglia di geni in un film stupido che racconta le peripezie di gente stupida.

E non c’è una scena con le patatine fritte! Come si fa a fare un adattamento di Death Note senza spionaggio e patatine fritte?!

— FIN —

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