Secondo un report delle Nazioni Unite del mese scorso, firmato dall’economista palestinese Mohammed Samhouri, la zona è ufficialmente “invivibile.”

Tre anni fa oggi, il 26 agosto 2014, si concludeva l’ultima guerra aperta delle forze israeliane contro Hamas. Iniziata con il pretesto in un’operazione per liberare tra ragazzi israeliani rapiti dal clan Qawasameh — poi trovati morti —, le forze israeliane si spinsero subito nei giorni successivi in uno scontro aperto con i guerriglieri di Hamas.

Durante i due mesi scarsi di guerra furono uccisi 2200 palestinesi e 71 israeliani, e distrutte 11000 case. L’azione israeliana fu così feroce da produrre critiche anche da blocchi tradizionalmente fortemente legati al paese, e un esplicito richiamo dall’Unione Europea.

Due mesi dopo, il 12 ottobre 2014, si tenne al Cairo una convention per raccogliere i fondi per la ricostruzione di Gaza, con un budget di 2 miliardi e 700 milioni di dollari. L’Unione Europea offrì 450 milioni di dollari, il Giappone dimostrò il proprio supporto con altri 100 milioni il gennaio successivo.

Un mese dopo, il febbraio 2014, emersero subito i primi dubbi sull’esistenza di quei fondi. In un comunicato emergenziale dell’UNICEF, veniva rilevato che dei 2.7 miliardi erano arrivati solo 125 milioni. Quattro bambini morirono di freddo durante l’inverno: le case delle loro famiglie non esistevano piú.

Dei materiali per la ricostruzione promessi, che l’ONU aveva annunciato potessero essere quadrupli rispetto ai limiti d’ordinanza per l’import nella Striscia, ne arrivò l’un percento.

Così, in questi tre anni la Striscia di Gaza è diventata sempre di piú una “prigione a cielo aperto,” e molti tra coloro che abitano in una tenda si considerano fortunati ad avere almeno quella. Solo un terzo delle case è stato ricostruito, e l’economia è al collasso. La disoccupazione è al 41 percento, quella giovanile al 60. Tre mesi fa, ricordando il decimo anniversario dall’inizio dell’embargo, sottolineavamo come il 96 delle acque di Gaza non siano potabili, con frequentissime e sconvolgenti contaminazioni con scarichi di fogna, e con le centrali di desalinizzazione effettivamente abbandonate dall’inizio del conflitto nel luglio 2014.


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Lo scorso aprile, a causa dei costi sempre piú alti richiesti dall’Autorità Nazionale Palestinese, l’unica centrale elettrica della Striscia ha dovuto cessare la produzione, lasciando due milioni di persone al buio. Da allora l’intera zona gode di copertura elettrica tra le due e le quattro ore al giorno, una riduzione del servizio drammatica che ha delle immediate conseguenze sanitarie, impedendo agli ospedali di operare neanche lontanamente a pieno regime.

Secondo un report delle Nazioni Unite del mese scorso, firmato dall’economista palestinese Mohammed Samhouri, la zona è ufficialmente “invivibile.” La situazione, dopo le promesse non mantenute da ONU e dalla conferenza del Cairo del 2014, non è piú riparabile con operazioni ad hoc, caso per caso. Solo un progetto politico sul lungo periodo che decida lo status della zona, in modo da permettere la ricostruzione senza il terrore di imminenti bombardamenti, l’arrivo di veri finanziamenti esteri, e non di bulldozer, sono l’ultima speranza per l’area. L’alternativa, avverte il professore, è l’implosione. E nel contesto politico miope e reazionario del 2017, attendere una svolta nel conflitto israelo-palestinese è tragicamente naïf.


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