Dopo l’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet, il discorso pubblico su questo tema è definitivamente deragliato.

“Ormai le Ong rischiano di cambiare significato. Non per colpa loro, ma di chi intende ri-definirle. Con intenti (anti)politici strumentali.” Così scriveva ieri su Repubblica Ilvo Diamanti, presentando un sondaggio Demos-Coop da cui risulta che soltanto il 26% della popolazione esprime una valutazione positiva sulle Ong che operano nel Mar Mediterraneo (la percentuale corrisponde a voti uguali o superiori al 7 su una scala da 1 a 10). Il sondaggio risale a giugno, ben prima dell’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet e dell’escalation di questi giorni — il che è tutto dire.

Se dal canto suo Ilvo Diamanti propone una soluzione quantomeno fantasiosa per riportare le Ong nelle grazie dell’opinione pubblica — ribattezzarle ABC, Associazioni per il Bene Comune, perché ONG suonerebbe troppo “minaccioso” — bisogna riconoscere che il dibattito pubblico attorno a questo tema è ormai irrimediabilmente deragliato. E la colpa è soprattutto di una copertura mediatica acritica, nel migliore dei casi, o intrecciata con la più bieca strumentalizzazione politica, nel peggiore.

Che da settimane non si parli d’altro è già paradossale di per sé.

Il tema dell’immigrazione in Europa può essere affrontato sotto un’infinità di prospettive, e sono tanti i problemi che meritano di essere discussi: i tempi lunghi per l’esame delle domande d’asilo, la procedura stessa che porta all’approvazione o al respingimento delle richieste, i malfunzionamenti del sistema dell’accoglienza — solo per citarne qualcuno. Invece, la politica e l’opinione pubblica sono impegnate a dibattere sull’unico punto su cui non dovrebbero esserci disaccordi: l’operato di organizzazioni di volontari che, nel rispetto delle leggi internazionali (a differenza del Codice del Viminale, che non ha nessun valore legale), cercano di limitare i costi umani di una strage che va avanti da anni soltanto per colpa dell’inazione politica europea. Non si dovrebbe neanche parlare, delle Ong.

Per chi ha seguito questa vicenda dall’inizio, appare chiarissimo invece il meccanismo “a valanga” con cui la campagna mediatica contro le Ong, da insinuazione messa in campo da un think tank olandese e dall’agenzia Frontex, si è ingigantita fino a diventare verità ufficiale, oltre che primo punto dell’agenda politica italiana.

Dal video dello youtuber Luca Donadel che svelava la “verità” sulle operazioni di search and rescue nel Mediterraneo al lento sdoganamento dell’espressione “taxi del mare” per riferirsi alle Ong; dalle illazioni del procuratore di Catania Zuccaro al Codice di comportamento voluto dal ministro Minniti, fino all’inchiesta di Trapani contro Jugend Rettet: tutto ha contribuito a trasformare un luogo comune borderline dell’estrema destra — che l’immigrazione sia un fenomeno architettato e favorito per la “sostituzione etnica” del popolo italiano, per la destabilizzazione economica del nostro paese, o anche soltanto per ingrassare le tasche di qualcuno — in narrazione mainstream. Così, anche quotidiani “rispettabili” e progressisti hanno titolato a gran voce, sotto la foglia di fico di un virgolettato, della collusione tra alcune Ong e gli scafisti — la stessa verità che veniva spacciata mesi fa senza uno straccio di prove o inchieste in corso, per cui a buon diritto oggi tutto l’asse xenofobo può esultare e dire di aver avuto sempre ragione.

Del reato di cui sono accusati i ragazzi di Jugend Rettet — favoreggiamento dell’immigrazione clandestina — colpisce soprattutto l’ipocrisia. Sarebbe più consolante se tutti gli agitatori di questa caccia alle streghe gettassero la maschera e si lasciassero andare a una dichiarazione liberatoria: non vogliamo che arrivino, punto e basta. Invece, l’approdo sulle nostre coste viene trasformato in una specie di macabro gioco di ruolo: il migrante attraversa il deserto, affida la propria vita a un viaggio della speranza per raggiungere l’Europa, ma solo se si trova abbastanza in pericolo può essere soccorso e scortato in Italia, altrimenti deve ritornare in Libia, e chi lo aiuta commette un reato (perché non ha bisogno di aiuto, giusto). Una politica molto simile a quella, altrettanto ipocrita, del “piede asciutto, piede bagnato,” applicata per molti anni dagli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati cubani.

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In questo quadro, ciò che manca disperatamente è un’affermazione di principio: crediamo o non crediamo nella libertà di spostamento delle persone? Nel fatto che una persona nata a Lagos abbia lo stesso diritto di trasferirsi in Inghilterra di una persona nata a Milano? Prima di ogni altra discussione capziosa su cosa sia legittimo fare a 12 o 24 miglia dalle coste libiche, occorrerebbe rispondere francamente a questa domanda.

La risposta “ufficiale,” in teoria, distingue tra migranti economici e rifugiati, e accorda soltanto a questi ultimi la libertà di spostarsi dal proprio paese per cercare maggiore sicurezza. Bene: anche in questo caso — nonostante le fragili basi della distinzione — bisognerebbe riconoscere a tutti la possibilità di presentare formalmente almeno una richiesta d’asilo. In entrambi i casi, tutto il dibattito di queste settimane non esisterebbe: non esisterebbero gli scafisti, e le Ong sarebbero a occuparsi d’altro, perché per i migranti africani non sarebbe più necessario attraversare il mare illegalmente nella speranza di ottenere una protezione legale.

A proposito degli scafisti, una precisazione quasi sempre assente dal discorso è che la riprovazione del loro comportamento criminale non deriva dal fatto che permettano il viaggio dei migranti, ma dal fatto che lo facciano in totale spregio della loro incolumità fisica, sottoponendoli a vessazioni di ogni genere, e costringendoli a pagare somme altissime, con cui vengono finanziati altri traffici illeciti. Cédric Herrou, l’agricoltore nizzardo che aiutava i migranti a passare la frontiera italo-francese, non è assimilabile a uno scafista; e così non lo sono gli attivisti di Jugend Rettet, che, secondo lo stesso procuratore di Trapani, hanno agito unicamente per finalità umanitarie — quelle “ideologiche” che “non ci possiamo permettere,” secondo qualche esponente del Pd.

Ma la rimozione costante nella copertura mediatica riguarda in primis i protagonisti stessi di questi spostamenti: i migranti, sempre e colpevolmente trattati come una massa inerte, senza volontà e distinzioni, trasbordati da una sponda all’altra del Mediterraneo e da una nave all’altra dei soccorritori. Anche quando si vorrebbe dare un messaggio positivo, si finisce a parlare di “disperati grezzi da trasformare.”

Molto raramente si parla dei paesi di provenienza, e ancor meno delle rotte seguite prima di raggiungere la Libia — come quella che passa attraverso il Niger, presidiato dai militari francesi che proteggono gelosamente i giacimenti di uranio che alimentano le centrali nucleari d’Oltralpe. Molto raramente si parla dei paesi di destinazione, di cosa vorrebbero fare queste persone e del perché hanno lasciato le proprie case.

Disorientata, una certa opinione pubblica di sinistra si è trovata costretta a rivolgersi alla stampa cattolica, l’unica che, insieme a mosche bianche come il manifesto, ha provato ad alzare un dito contro la nuova vulgata anti-Ong.

E così, un’inchiesta sui rapporti tra i membri della società di sicurezza privata che per prima ha denunciato alcuni movimenti della Iuventa e l’organizzazione neo-fascista Generazione identitaria, che ora è liberissima di scorrazzare nelle acque al largo della Libia per disturbare con la sua nave C-Star le operazioni di ricerca e salvataggio, è apparsa su Famiglia Cristiana. Non su Repubblica, dove il 3 agosto Carlo Bonini scriveva trionfalmente che “con la forza incoercibile dei fatti,” il sequestro della nave Iuventa ha permesso “di svelare in quale infernale meccanismo il nostro Paese fosse finito. Almeno fino a quando — e ne va dato pieno atto e merito — al Viminale non sono arrivati il ministro Marco Minniti e un’idea di governo dei flussi migratori.” (Idea di governo dei flussi migratori = bloccare le persone in Libia.)

Non sul Fatto Quotidiano, dove Marco Travaglio vaneggiava descrivendo il Mediterraneo come un Far West — “dove tutti, i buoni e i cattivi, facevano un po’ quello che pareva a loro” — ed esultava per l’uomo forte con la testa pelata che finalmente cerca di riportare ordine e disciplina. La dicotomia “buoni e cattivi” è la stessa che si ritrova nel titolo dell’articolo di Bonini (“Buoni e cattivi di una catastrofe umanitaria”) e fa parte dello stesso frame narrativo, che punta a dividere le Ong tra quelle che fanno il proprio dovere e quelle “ribelli” — altro termine che si è letto frequentemente sulla stampa in questi giorni. Una terminologia buona neanche per parlare di un cartone animato per bambini, adottata per criminalizzare chi salva vite umane e difende con la propria azione un principio, sì, ideologico — le persone vengono prima delle frontiere — sempre accuratamente evitato come la peste.

Eppure un giornalismo critico sarebbe immensamente necessario, specialmente quando è così facile soffiare sul fuoco dell’intolleranza razziale. Ieri sul suo blog Massimo Mantellini, commentando un altro sondaggio, questa volta di Sky, in cui il 92% degli interpellati risultava d’accordo a considerare “fuori dal sistema dei soccorsi” le Ong che non hanno firmato il documento del Viminale, criticava la “politica miserabile” che “annusa l’aria e poi sceglie di conseguenza.” Il riferimento, ovviamente, è al Pd, protagonista dello shift a destra probabilmente più clamoroso nella storia della sinistra internazionale. Un commentatore del blog ribatte: la politica che invece va contro il sentimento del 92% dei suoi elettori e pretende di insegnare loro a vivere e di pensare al loro posto, non è una forma di dittatura?

Ma la domanda da farsi, prima di questa, è un’altra: di chi è la colpa se il 92% la pensa in questo modo?

 


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