Noi siamo i “Sognatori del Giorno,” quelli che non vogliono che le proprie visioni o i propri sogni siano un modo per fuggire dalla realtà. Noi vogliamo che essi siano la realtà. […] Noi vogliamo vivere nel mondo che immaginiamo.

— Richard Spencer, leader dei suprematisti bianchi americani, novembre 2016, all’indomani della vittoria di Trump alle elezioni presidenziali

Si è appena concluso a San Diego, in California, il Comic-Con, la più grande e famosa fiera al mondo del fumetto e dell’intrattenimento pop in generale; oltre a decine di migliaia di partecipanti normovestiti, i padiglioni espositivi sono ogni anno presi d’assalto da orde spesso non metaforiche di zombie, supereroi, hobbit o qualunque altra specie fantastica che stia prosperando nell’immaginario collettivo al momento. Sono i cosiddetti cosplayer, fan particolarmente appassionati che decidono di vestirsi come i loro personaggi preferiti per tutta la durata della manifestazione.

I costumi sono spesso altamente spettacolari e richiedono un tale investimento di tempo e denaro da spingere la definizione di cosplay ai limiti della categoria professionale. Quest’anno, per esempio, è doveroso menzionare l’inventore britannico Richard Browning che è planato su San Diego vestito da Iron Man grazie ad un’avveniristica tuta volante che sembra uscita dritta dritta da un laboratorio delle Industrie Stark.

Oltre a questo prodigioso Iron Man — quasi da Esposizione Universale più che da fiera fumettistica — c’è da segnalare almeno un altro cosplay supereroistico che non mancherà di far parlare di sé. Il suo costume non è per niente spettacolare, anzi è piuttosto casereccio, come lo sono quasi sempre quelli che i supereroi si cuciono da soli all’inizio delle loro avventure: un paio di ginocchiere, un elmetto, un bastone, una felpa con cappuccio e uno scudo con uno sticker della bandiera americana appiccicato sopra. Il suo nome è Based Stickman e il suo acerrimo nemico è l’Antifa, che nella sua mente è una sorta di HYDRA (l’organizzazione terroristica contro cui combatte Capitan America) ma che nella realtà è il termine che l’Alt-Right1 statunitense usa per designare in senso dispregiativo i militanti politici anti-Trump. Sì, perché Based Stickman non è un nuovo membro degli X-Men né della Suicide Squad bensì una galvanizzante mascotte della non meno variopinta estrema destra americana.

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La sua è una storia dove realtà e fiction si mescolano in continuazione, risultando alla fine inseparabili ed inizia sempre in California, a Berkeley, lo scorso 4 marzo, quando durante una manifestazione pro-Trump scoppiano delle violenze tra sostenitori e oppositori del presidente USA. C’è in particolare un manifestante pro-Trump che si fa notare per l’aggressività con cui si scaglia contro gli astanti; è bardato in modo abbastanza curioso, anche per gli standard di un attivista trumpista: elmetto, maschera antigas e scudo. Il suo nome è Kylie Chapman, ha quarantuno anni e di professione fa il sommozzatore. Qualcuno lo filma mentre scaraventa il suo bastone sulla testa di un “Antifa” e mette il video su Youtube con il titolo “based stick man”, dove “stick” si riferisce evidentemente all’arma utilizzata mentre “based” è una parola che nel gergo online identifica uno “che se ne frega,” “che ha il coraggio di essere se stesso.” Nel giro di qualche ora, il video inizia a rimpallare fra Reddit e 4Chan, due tra le piattaforme predilette dall’estrema destra americana per discutere senza soluzione di continuità di politica e videogiochi. Ad un certo punto, iniziano a circolare anche vari meme ispirati alla vicenda che raffigurano Based Stickman come un eroe, un paladino della libertà di espressione minacciata dal politicamente corretto dell’Antifa, un novello Capitan America, un Leonida redivivo, un William Wallace particolarmente incazzato e via via, in un frullato impazzito di riferimenti pop che solo la cultura dei meme può generare. Accanto a questa miriade di narrazioni usa e getta, un manipolo di utenti inizia a postare su Youtube storie sempre più complesse, video animati anche con una certa perizia tecnica che inseriscono Based Stickman all’interno della mitologia dell’Alt-Right americana, un vero e proprio testo sacro del trollaggio visto che racconta di come la divinità del caos Kek si sia incarnata in Pepe the Frog per portare sul trono il dio-imperatore Trump grazie all’oscura magia dei meme.

Una bizzarra epopea pop in cui Based Stickman viene perfettamente integrato nel ruolo di vigilante, angelo custode degli attivisti pro-Trump. Un video in particolare diventa virale stabilendo una narrazione definitiva attorno al personaggio. È nato un nuovo supereroe.

Ma a differenza di Kek e Pepe the Frog, dietro il meme di Based Stickman c’è un essere umano in carne e ossa e Kyle Chapman non ci sta a fare la fine del meme: in balia della fantasia annoiata degli utenti di Reddit e 4Chan. Vuole riprendere il controllo del proprio personaggio (cosa non riuscita, ad esempio, al creatore di Pepe the Frog). Così decide di dedicarsi a tempo pieno al mestiere di supereroe. Apre una pagina Facebook, un sito internet dove vende merchandising per nerd dell’Alt-Right e inizia a presentarsi a varie manifestazioni trumpiste vestito di tutto punto.

Nel frattempo — quasi fossero gli Avengers — si allea con i Proud Boys di Gavin McInnes. McInnes è il fondatore di Vice che, dopo aver lasciato il magazine nel 2008, ha dato una smaltata hipster all’estremismo di destra: i Proud Boys sono la sua ultima creatura, un’associazione di misogini in cui sono confluiti il trumpismo e vari residuati dei forum di pick-up artists2. Anche ai Proud Boys piace mascherarsi e in Based Stickman trovano un efficace simbolo energizzante per sostenere la loro narrativa alla Fight Club. Dal canto suo, Chapman vuole portare questa narrativa al livello successivo, canonizzandola in una graphic novel ufficiale. Ed è così che decide di andarsene dove lo abbiamo trovato, al Comic-Con di San Diego, mentre presenta la sua graphic novel nel ruolo di Based Stickman — un meme umano, un personaggio di fantasia che vive nel mondo reale, insomma un cortocircuito di realtà e finzione.

basedQuella di Based Stickman potrà sembrare nient’altro che una storia di lunatici alle periferie subculturali del trumpismo e in parte sicuramente lo è. Allo stesso tempo, però, bisogna ricordare che queste oscure periferie sono direttamente collegate al cuore dell’impero, come testimoniato dal recente caso della gif raffigurante Trump mentre butta a terra con una mossa di wrestling la CNN; come noto, la gif è stata creata da un utente bazzicante gli stessi subreddit che hanno elevato Based Stickman a icona dell’Alt-Right ed è stata twittata dall’account di Trump con conseguente ed inevitabile scandalo mediatico.

Il personaggio di Based Stickman, aldilà della sua storia di per sé, può funzionare come un prisma per gettare luce su un paio di aspetti significativi del mileu culturale trumpista.
Per prima cosa, indica che la cultura è al giorno d’oggi l’eminente terreno della sfida politica in America e più in generale in Occidente. Quella che potrebbe sembrare una frase fatta — da talk show di quart’ordine e terza serata — allude in realtà ad una filosofia politica che vede nel Gramsci dell’egemonia culturale uno dei suoi pensatori chiave. In poche semplificatrici  parole, è un approccio teoretico che sposta l’attenzione dall’economia (marxismo classico) alla cultura come luogo d’elezione della sfida politica. Il termine “cultura” nel nostro caso va inteso in almeno due accezioni: come cultura pop e come insieme di tradizioni e di usanze. In questo senso, Based Stickman è un esempio paradigmatico del modo in cui l’Alt-Right cerca di riappropriarsi della cultura supereroistica (predominio, secondo loro, di quei “cucks,” cioè “senza palle liberal,” della Marvel) insistendo allo stesso tempo su quei presunti valori patriarcali che avrebbero fatto grande l’America e che, ça va sans dire, potrebbero farla grande ancora una volta.

La professoressa Elaine Parsons, docente di storia e autrice del libro Ku-Klux: The Birth of the Klan During Reconstruction, ha recentemente evidenziato come l’estetica dell’Alt-Right odierna possa essere riconnessa in questo senso con quella degli incappucciati bianchi del Ku Klux Klan. Anche loro infatti, cosplayers ante litteram, avrebbero capito che i costumi e più in generale l’humor e l’intrattenimento popolare possono diventare delle armi3 propagandistiche formidabili sia perché colpiscono sul nervo dell’immaginario collettivo sia perché, cammuffandosi sotto forma di vere e proprie mascherate, fanno passare per innocui dei comportamenti e delle idee che altrimenti sarebbero bollati come estremisti e pericolosi. Similmente, Chris Gavaler, autore di On the Origins of Superhero, sostiene che uno dei primi supereroi propriamente detti sia stato il Grand Dragon dell’autore Thomas Dixon, protagonista del romanzo a cui è ispirato The Birth of a Nation di D.W. Griffith, pellicola che ha svolto una funzione altamente energizzante per il Ku Klux Klan.

Il punto sollevato dalla Parsons e da Gavaler è fondamentale perché permetterebbe di accomunare legittimamente l’Alt-Right alle sue origini razziste; parentela veementemente rifiutata da Based Stickman e sodali in costume. Il passo successivo sarebbe uno studio dell’estetica dell’Alt-Right alla luce di quella fascista, altra etichetta da loro nettamente rifiutata e anzi usata per definire i propri avversari, nello stesso modo in cui Trump cerca da sempre di ri-appropriare l’espressione “fake news” per descrivere il circo mediatico a lui ostile (CNN in testa)4.

La seconda intuizione che sembra corroborata dalla storia di Based Stickman suggerisce di provare a capire lo zeitgeist post-fattuale in cui siamo mediaticamente immersi dal punto di vista della fiction. In altre parole, si tratta di ripensare fake news, alternative facts e post-truth politics — insomma quella che sembra essere la galassia in continua espansione della disinformazione — come esempi di storytelling fuori controllo piuttosto che come semplici bugie da contrastare solo con la razionalità del fact-checking e del giornalismo obiettivo. Questo non vuol dire ovviamente che la disinformazione non sia fatta da bugie ma piuttosto che per poterla capire meglio non ci si possa limitare a (anche letteralmente) smascherarle. In particolare, la suggestione che sto proponendo invita ad associare il modo in cui si sta evolvendo lo storytelling politico sotto l’egida di Trump con la direzione sempre più ibrida e immersiva che sta prendendo lo storytelling più strettamente narrativo. In altre parole, si tratta di capire che non è solo Trump a mettere in discussione il concetto di realtà ma anche il fatto che le storie di finzione permeano sempre di più le nostre vite. Giusto per fare un esempio sulla stessa lunghezza d’onda, questo approccio propone di studiare l’impero mediatico di Alex Jones (il più grande cospirazionista statunitense) come un esempio di world-building narrativo piuttosto che come un’organizzazione giornalistica. Insomma, si tratta di importare teorie e metodi di lavoro dalla letteratura e dalla narratologia per capire la politica e il giornalismo.
In quest’epoca di realtà virtuali ed aumentate, sembra infatti che la barriera tra finzione e realtà si sia fatta quantomeno porta girevole e che sia sempre più facile muoversi tra i due mondi senza nemmeno cambiarsi d’abito.

Tutto ciò sembra tangere ancora relativamente il contesto italiano. Le singole componenti culturali sono infatti presenti (dai sostenitori dei “diritti maschili” ai complottisti alla cultura del “bomberismo” — machismo in salsa italiana) ma manca fortunatamente il catalizzatore capace di metterli in comunicazione. E il San Diego Comic-Con nostrano, cioè il Lucca Comics & Games, è per il momento ancora una manifestazione placidamente depoliticizzata.

— FIN —

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