I tre classici della letteratura che hanno ispirato Bob Dylan

Nel 2016 il Premio Nobel per la letteratura è stato conferito – con grande sdegno dei puristi – al cantautore americano Bob Dylan, “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana.”

La cerimonia di premiazione – tenutasi lo scorso dicembre – aveva dovuto far a meno della sua presenza, colmata dalla cantante e amica Patti Smith. Bob Dylan aveva ritirato il premio tre mesi dopo, in sordina, prima di salire sul palco dello Stockholm Waterfront.

Ieri il cantante ha consegnato definitivamente il discorso (più correttamente la lecture) di accompagnamento al Premio, illustrando con la sua iconica naturalezza le letture che più hanno influenzato il suo lavoro e il suo pensiero. “Il discorso è straordinario e, come ci si può aspettare, eloquente. Ora che è stato consegnato, the Dylan adventure può avviarsi verso una conclusione” ha affermato Sara Danius, segretaria permanente della Swedish Academy.

“Quando ho ricevuto il Premio Nobel per la letteratura, ho iniziato a chiedermi come esattamente le mie canzoni fossero legate alla letteratura.” Inizia così Bob Dylan, con una semplice affermazione su una non altrettanto semplice domanda. Cosa lega le ballate folk, il rhythm and blues e il rock n’ roll al mondo della letteratura? Nei 27 minuti di registrazione Dylan schiva la domanda, ma prova a suggerire una risposta parlando dei tre classici che lo hanno formato.

Moby Dick (Herman Melville, 1851)

Il primo riferimento letterario Bob Dylan lo dedica a uno dei capolavori dell’american renaissance: Moby Dick, il libro che più di tutti gli ha trasmesso la potenza dell’allegoria e del simbolismo. “Questo libro spiega come persone differenti reagiscono in maniera diversa alla stessa esperienza.” Ma non solo, Dylan impara da Melville anche il multiculturalismo, incarnato dalle figure dei cacciatori di balene, figli del mondo e raminghi come lo stesso Dylan.immagine-1

All Quiet on the Western Front (Erich Maria Remarque, 1929)

Il sangue c’è in Moby Dick, e anche tanto, ma non è attuale né vicino a noi, appartiene ad un’altra epoca. Con l’opera di Melville si scopre l’avventura, con il libro di Remarque invece si scopre la violenza umana e si abbandona l’innocenza. “Questo è un libro con cui perdi la tua infanzia, la fiducia in un mondo sensato e la preoccupazione per gli individui.” Con Niente di nuovo sul fronte occidentale la guerra entra a far parte del mondo di Dylan, il quale racconterà la follia del Vietnam così come Remarque aveva raccontato il dramma della Prima guerra mondiale.

Odissea (Omero, VII-VI secolo a.C.)

Nell’opera di Omero tutto assume valore per Dylan: il viaggio pieno di insidie, di capovolgimenti, di inganni, di sconfitte e di vittorie; Ulisse esausto, scaltro e narratore; infine Omero stesso, limpido cantore di un’avventura eterna capace di influenzare attraverso i secoli la produzione di altri cantori come lui. Proprio in questo universo letterario Bob Dylan ritrova i canoni del freewheelin’, la figura dell’errante libero da ogni vincolo.

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“So what does it all mean?” si chiede Dylan. Nulla, gli artisti muoiono – come chiunque altro – e solo le loro opere rimangono nella terra dei vivi. Rimane il valore delle storie, tramandate e cantate, a ricordarci che qualcuno ha lasciato un’impronta prima di noi.


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— FIN —