Il 4 dicembre si vota per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale.

Per la prima volta dopo anni si sta raccontando agli elettori che il loro voto conta, cercando di recuperare i danni pressoché irreparabili fatti dal più lungo anno della politica italiana — quello del Governo Monti — aggravati dal sostanziale nulla di fatto delle elezioni politiche del 2013.

Il referendum confermativo, infatti, è una sorta di extrema ratio democratica: due scelte, e nessuna richiesta di quorum. Chi porta più voti a casa vince, e più o meno fine.

Più o meno, perché nulla vieta al Governo di presentare in seguito un nuovo pacchetto di riforme cercando di espandere la maggioranza parlamentare che lo voti. Questo referendum si fa sostanzialmente perché in corso d’opera è mancato al Governo Renzi l’appoggio dell’opposizione berlusconiana, promessa nell’ormai lontanissimo Patto del Nazareno.

La decisione posta di fronte agli elettori è di una complessità soffocante, e su molti fronti si parla di vere e proprie tecnicalità, e per questo ovviamente il discorso retorico tra parti politiche pro e contro, e le relative claque, non è mai sceso strettamente nel tecnico. Non troverete sui rispettivi siti internet i materiali che indichino nello specifico quali modifiche facciano cosa: si parla per termini generali, con toni che a proprio agio si troverebbero solo alle Superiori — è figli di papà contro collettivo studentesco, lo scontro finale.

In base alla persona a cui chiedete, così, le conseguenze del voto raggiungono dei livelli di drammaticità assurdi: da una parte il No al referendum getterebbe l’Italia, Paese incapace di cambiare e “adeguarsi,” al cambiamento in un conflitto a muso duro con l’Unione Europea; dall’altra parte, una ipotetica vittoria del Sì perfezionerebbe i presupposti per una deriva autoritaria in Italia.

Così una decisione libresca e impossibile da prendere per un cittadino anche solo poco informato, si carica di un pathos impossibile, da resa dei conti finale: per affossare Renzi e il suo Governo, o per aprire le porte ai barbari fuori da Palazzo Chigi.

Così invece di spiegare effettivamente dettagli e importanza del voto agli elettori si è scelto di dirgli che è importante, che le conseguenze sono nucleari, apocalittiche, per cui scegliere dovrebbe essere semplice.

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Ma è Supermanager Strapagato di battesimo?

Cioè pochissimo: anche io negli ultimi 50 anni ho corso svariate maratone.

Al contrario invece, scegliere come votare non è facile, per niente — cercheremo nelle prossime righe di aiutarvi a trovare la vostra decisione. Non elencheremo nemmeno le ragioni del Sì e quelle del No, possono farlo i comitati per conto loro, ma cercheremo di bilanciarle in un’unica guida.

Superare il bicameralismo

Sebbene uno spettro di Senato resterà a infestare i palazzi romani, è indubbio che la riforma limiti e circoscriva strettamente il ruolo del nuovo Senato come “camera alta,” disegnando per le Regioni un sistema di rappresentanza non dissimile da quello di Stati federali come gli Stati Uniti.

Il Senato dovrà approvare sostanzialmente solo leggi che riguardino i rapporti dello Stato con Regioni e con l’Unione europea, le riforme costituzionali, la Legge di Bilancio, e i referendum.

Continuerà a esprimersi su tutta l’attività parlamentare, ma ogni modifica sarà solo una proposta alla Camera, che potrà approvare o respingere. Questo iter viene ripetuto una sola volta.

Alcuni costituzionalisti sottolineano come la ramificazione delle tipologie di procedimenti legislativi inevitabilmente rallenteranno il processo legislativo, perché in base al tipo di legge ci saranno diversi percorsi, con relative diverse velocità, vanificando la semplificazione che la riforma sembra attuare, ma il punto, circa il ruolo delle Camere, è un altro.

La riforma, infatti, non solo supera il bicameralismo, ma pone l’attività legislativa strettamente nell’ambito delle attività del Governo, che potrà infatti ricorrere a decreti “essenziali per l’attuazione del programma di governo,” che danno alla Camera 5 giorni per accettare la richiesta e un massimo totale di 85 (70 più due settimane extra) per esprimersi in definitiva. Quando sentiamo Renzi e Boschi parlare di garanzie di governabilità, prima di ogni altra misura parlano di questa. Se il Sì dovesse vincere, sarà finita l’epoca delle promesse non mantenute senza “responsabilità.”

Se questo vi sembra un passo avanti strepitoso o una situazione da incubo dipende soprattutto da quanto siate abituati a vincere alle elezioni.

Taglio ai costi della politica

Una delle bandiere agitate dal comitato del Sì è l’immediato risparmio garantito dalla radicale ristrutturazione del Senato, dall’abolizione delle Province e dai tagli alle Regioni. Il totale è un numero rotondo che si può scrivere bene in grande: 500 milioni di euro all’anno (quasi).

A leggere nel dettaglio, in totale l’eliminazione del Senato a favore di una Camera alta delle Regioni porta ad un risparmio di 175 milioni di euro, di cui a sua volta “solo” 80 milioni sono in indennità parlamentari per i senatori. (Qui la retorica del Sì regredisce ulteriormente verso le scuole primarie quando fa notare che, sì, meno senatori costano meno soldi all’anno, e no, non si possono sommare mele e pere.)

La cifra rimanente — non è chiaro bene quanto sia, tra i 300 e i 320 milioni di euro l’anno — è interamente ricavata dall’abolizione delle Province e dai tagli alle Regioni. E quindi, sebbene parte della riforma che si vota il 4 dicembre, girano su un’orbita più larga attorno alla conversazione costituzionale.

L’incidenza del taglio è difficile da valutare: secondo il comitato del Sì è un risultato strepitoso, secondo chi voterà No, poche monete.

Due lenti per osservare questi 500 milioni:

  • sono quattro giorni di operazioni di esercito e Carabinieri — il cui budget annuo totale è di 44 miliardi e mezzo, centinaio di milione che vada o venga in base all’anno. (dati 2014/15)
  • Ma sono anche, però, due mesi di copertura per affrontare l’emergenza rifugiati — sia sul territorio che in mare. (dati 2015)

Cosa vuol dire? Vuol dire che non si possono valutare le finanze di un Paese come il proprio portafoglio, i debiti di Stato non sono la stessa cosa di quelli che avete con la vostra Banca, e le spese non si valutano strettamente in base alla quota che si legge sulla fattura a fine mese — ma anche in base a eventuali ritorni politici, sociali, di benessere.

Nel contesto di un Paese che comunque impegna il 40% delle proprie spese in welfare, le monete da un euro non sono tutte uguali.

Il ruolo delle opposizioni, la “deriva autoritaria,” il contesto politico

Quando si parla di “deriva autoritaria” non si intendono le modifiche apportate alla Costituzione ma piuttosto la loro interazione con l’attuale legge elettorale, l’Italicum, e la mai realizzata, ma sempre sognata dai due grandi schieramenti, riforma verso il presidenzialismo.

Nel contesto in cui le funzioni legislative ricadano sostanzialmente solo sulla Camera, infatti, una legge che garantisca un’ampia maggioranza alla lista vincitrice porta ad un perfetto iter che dovrebbe garantire massima fluidità da punto di programma a legge approvata: come dicevamo sopra, questo può sembrare sia una grande notizia che una pericolosa minaccia, dipende dal lato da cui la guardate — la posizione del governo e dei comitati del Sì e in qualche modo conciliante sull’argomento. L’interazione di riforma e legge elettorale non è pericolosa, dicono, perché non esiste più il contesto per la costruzione di una dittatura in Italia, e nel primo mondo.

D’altra parte, è evidente come in tutto il mondo non sia più necessario dichiararsi dittatori di una nazione per imporre con autorità di ferro la propria volontà. Assad e al–Sisi, ad esempio, sono stati entrambi regolarmente eletti e, prima o poi, indiranno nuove elezioni. Un altro esempio celebre è ovviamente Vladimir Putin.

Immaginare questi scenari non vuol dire valutare Renzi, Salvini e Grillo anche solo in grado di organizzare uno Stato autoritario, ma il timore è sempre ovviamente legittimo.

Come votare

Ultima variabile circa il voto è ovviamente l’attualità. Una sconfitta referendaria sarà ovviamente un colpo pesante per l’attuale Governo. Se Renzi si dimetterebbe o meno non è chiaro: dipende in che settimana glielo avete chiesto. Ma sicuramente sarebbe una brutta scottatura politica.

Se si tornasse a votare tra qualche mese, chi votereste? Volete mettere dinamite sulle fondamenta di questo Governo, o le possibili alternative fuori dalla porta vi spaventano?

Non è nemmeno detto che questa sia una lente corretta attraverso cui osservare il problema. Idealmente, questa riforma dovrebbe servirci per tanti anni, e potrebbe essere ingiusto valutarla spaventati da Salvini, o infuriati con Renzi. D’altro canto, in realtà approvare riforme costituzionali non è così difficile, e lo sarà ancora meno con una legge elettorale con un generoso premio di maggioranza, per cui un futuro, prossimo governo potrà cambiare tutto di nuovo, se vorrà. (Ma dovrà consultare anche il Senato. Sì, come i barbari.)

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