Venerdì 5 agosto sono state celebrate a Milano le prime unioni civili tra persone dello stesso sesso, rese finalmente possibili dopo l’approvazione del ddl Cirinnà. Nello stesso giorno Hamza Roberto Piccardo, italiano convertito all’islam e tra i fondatori dell’Ucoii – l’Unione delle comunità islamiche italiane – ha pubblicato su Facebook un post provocatorio, chiedendo il riconoscimento legale anche della poligamia, in quanto “diritto civile.”

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Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre sono rimasti uniti in una relazione aperta per 51 anni.

La richiesta ha sollevato un prevedibile polverone, che si è riverberato prima sui social e poi sulle pagine dei giornali. Sulla Repubblica di oggi – che, conviene notare, si apre con un altro dei temi evergreen dello scontro tra civiltà, declinato in salsa olimpionica: la sfida tra pallavoliste in hijab e pallavoliste in bikini – Chiara Saraceno ricorda che la poligamia è illegale da vari decenni anche in due paesi islamici come Turchia e Tunisia, mentre in Libia, Egitto e Marocco è sottoposta ad alcune restrizioni, sulla spinta di una crescente parità nei rapporti interni al matrimonio. Una parità che nemmeno la monogamia riesce a garantire, e che a maggior ragione sarebbe messa in crisi dalla poligamia. Per questo conclude: “In società democratiche e fondate sul principio dell’uguaglianza tra uomini e donne, la poliginia non è un diritto, perché sancirebbe rapporti tra uomini e donne asimmetrici. Non lo sarebbe neppure se venisse integrata dalla poliandria.” (Ovvero la possibilità di più mariti per una sola donna.)

Dello stesso avviso è Luigi Manconi – senatore del PD storicamente impegnato in numerose battaglie per i diritti civili – che scrive sul Corriere della Sera: “La poligamia, per contenuto morale e per struttura del vincolo, si fonda — e non può che fondarsi — su una condizione di disparità, che viene riprodotta e perpetuata.” La parità fra i sessi, argomenta Manconi, è un diritto inalienabile: neppure il suo titolare, anche se adulto e consenziente, può rinunciarvi.

Ovviamente ha voluto dare la propria autorevole opinione anche Sgarbi, schierandosi invece a favore della proposta di Piccardo con la malcelata pruderie che lo contraddistingue:

In questo quadro, conviene specificare innanzitutto che l’Ucoii, per quanto ramificata, non rappresenta tutti i musulmani presenti in Italia, né la poligamia – come si è detto – è ugualmente praticata in tutti i paesi islamici. In secondo luogo, va sottolineato che l’intervento di Piccardo serviva più a screditare l’istituto delle unioni civili omosessuali che a chiedere realisticamente l’introduzione della poligamia legale in Italia. E ci è riuscito perfettamente, alzando la palla ai commentatori che, sull’altra sponda del monoteismo, riescono ad abbattere tutte le barriere di religione quando si tratta di omofobia.

Non potevano mancare quindi gli allarmi à la Houellebecq sulla prossima islamizzazione dell’Europa, con tanto di introduzione obbligatoria della sharia.

 

Qualcuno confonde l’ipotesi del riconoscimento civile del matrimonio plurimo con il concetto di poliamore – che ha a che fare con la fluidità delle relazioni affettive – e s’inventa che la poligamia era già stata rivendicata dal Gay Pride.

Molti interventi simili a quello di Piccardo si erano già visti durante il dibattito per l’approvazione del ddl Cirinnà – e ancora prima, ad ogni occasione di discussione sulle unioni gay – da parte di polemisti cristianissimi, e non avevano suscitato lo stesso scandalo (forse perché, a ragione, presi con meno serietà). Alessandro Sallusti, per esempio, aveva dichiarato senza mezzi termini che il matrimonio gay sarebbe stato “la strada alla pedofilia e alla poligamia.” D’altronde lo stesso Maometto, secondo Daniela Santanché, era pedofilo e poligamo. Un candidato del M5S aveva detto che allora dovrebbe essere possibile anche sposarsi con il proprio animale (un refrain particolarmente frequente anche in questi giorni).

Il principio è lo stesso: giocare sul filo del paradosso, agitare tabù sociali e antropologici mettendo sullo stesso piano elementi che logicamente non stanno insieme, con l’intento di screditare le battaglie civili per l’uguaglianza, a difesa di uno status quo ancora inquinato da una pesantissima disparità di genere – anche e soprattutto tra le mura del santo matrimonio monogamo.

Rispetto a certe boutade, l’intervento di Piccardo ha forse il merito di aver dato luogo a un filone di dibattito “serio” sull’argomento. In molti hanno sottolineato infatti l’ipocrisia di fondo che – come in tutte le istituzioni convenzionali – sancisce l’intoccabilità della monogamia, in una società che vede di anno in anno i matrimoni diminuire in numero e crescere in instabilità. Una volta finita la sindrome da invasioni barbariche, discutere di poligamia in un Paese cattolico come il nostro potrebbe rivelarsi utile anche solo come esperimento mentale, per portare a riflessioni più mature sulla natura delle relazioni sentimentali e sulla loro regolamentazione da parte dello Stato.

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