Aggiornamento: alla fine Radio 2 ha riconfermato Babylon e gli altri programmi a rischio chiusura, come MU e 610. Ne parliamo qui.

Dopo sei stagioni e più di 500 puntate, domenica 31 luglio è andata in onda l’ultima puntata di Babylon, il programma di Radio 2 dedicato alle freschezze musicali italiane e internazionali.

La notizia della chiusura è stata anticipata su Facebook dalla pagina del programma, prima attraverso qualche commento incerto sull’eventuale riconferma nel palinsesto di settembre, poi definitivamente con un post e una lunga nota del conduttore e curatore Carlo Pastore.

Dall’emittente finora non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale – i nuovi palinsesti devono ancora essere pubblicati – ma l’annuncio ha subito scatenato le reazioni contrariate dell’affezionata fanbase del programma – guadagnata nonostante gli orari di trasmissione sempre poco felici, da ultimo il sabato e la domenica alle 21. Contro la chiusura è stata anche lanciata su Change.org una petizione, che attualmente conta quasi 1800 sottoscrittori.

Come succede in questi casi, non si sa quale sia la ragione della scelta: nonostante il rammarico, e un pizzico di risentimento che traspare già dal titolo della nota “Il futuro sorride a quelli come noi” (citazione dei Diaframma), Pastore non si sbilancia sulle decisioni interne all’azienda e la prende con filosofia:

I programmi aprono, i programmi chiudono. È il mondo, nel suo metti la cera e togli la cera. Può succedere in qualsiasi momento ma bisogna arrivarci a testa alta. È questa la più grande vittoria.

 

L’autrice della petizione online scrive laconicamente: “Un pezzo di storia della radio non può sparire così,” ma il problema non è tanto di importanza storica, quanto di rilevanza culturale: Babylon rappresentava un’oasi unica di qualità nell’offerta musicale altamente deludente della radiotelevisione pubblica (e non solo pubblica).

13872978_1297348156960365_263855856094545582_nSeguendo l’esempio di BBC Radio 1, Pastore e la sua clique davano spazio ad artisti che altrimenti raramente guadagnano un po’ di airplay in Italia. E non per una questione di mainstream: ascoltando Babylon non è mai stato difficile sentir passare grossi successi pop internazionali – spesso prima che altrove: Azaelia Banks, Chet Faker, James Blake, Skepta, Frank Ocean (che esce venerdì con il nuovo disco, a proposito), e così via. Il primo brano mandato in onda in assoluto dalla trasmissione è stato il tormentone Barbara Streisand dei Duck Sauce, nel 2010.

Non è neanche una questione di esterofilia, dato l’occhio di riguardo sempre tenuto sulle novità italiane, soprattutto indipendenti: dalla generazione dei Verdena a quella dei Cani, fino ai nuovi arrivati L I M, Jolly Mare, l’italo-canadese Bruno Belissimo – tutti sono passati da Babylon, in rotazione o live in studio. Con 251 performance nel corso delle sei stagioni, la trasmissione era anche un punto di riferimento per la musica suonata in radio – che se ne sente sempre molto poca, lontani anni luce come siamo da NPR, Pitchfork o KEXP.

Partito dall’elettronica ma eclettico per definizione, Babylon riusciva ad abbattere le barriere tra i generi senza perdere un grammo di coesione, mantenendo sempre un feeling e un suono perfettamente riconoscibili – grazie anche alla presenza di una resident DJ, Elisa Bee. È abbastanza facile sentire un brano e dire: questo potrebbe passare da Babylon, oppure no.

E non si tratta, come ho detto, di musica senza pubblico (mentre in Rai esistono programmi a vocazione molto più sperimentale, come Battiti su Radio 3). Al contrario, è sempre più evidente il divario fra l’avidità di fruizione musicale di un pubblico giovane e cittadino in crescita – quello che frequenta il Club to Club, per intenderci – e il panorama delle radio commerciali, ingessate (musicalmente parlando) su un acritico riciclo passivo di contenuti inflazionati. Un malanno che riguarda pesantemente anche l’industria discografica.

 

 

Il problema non è il mainstream: è la pigrizia intellettuale, la sciatteria, la mancanza di una curatela musicale attenta, unita alla tradizionale lentezza nel recepire le novità. La differenza tra il modello dell’offerta culturale “istituzionale” in Italia e quello abituale in altri paesi si può esemplificare perfettamente con The Selector, un podcast settimanale – con cui Babylon aveva una partnership – prodotto dal British Council per promuovere le novità discografiche britanniche: pieno di indie rock, brit-pop, grime e elettronica londinese.

Per farvi capire, è come se da noi l’Accademia della Crusca producesse un podcast in cui raccomanda di ascoltare Sfera Ebbasta.

Non è la prima volta che in Rai viene soppresso un programma musicale “non allineato” e attento alla realtà internazionale: qualcuno ha evocato il caso di Planet Rock, andato in onda dal 1991 al 1996, la cui chiusura aveva avuto una certa risonanza anche su riviste musicali estere. Mentre un altro DJ ugualmente eclettico come Alessio Bertallot ha da tempo trasferito la propria attività radiofonica su internet, dopo un periodo di permanenza in Rai dal 2010 al 2013.

Quella di Babylon è la prima chiusura “eccellente” sotto il regno del nuovo direttore artistico di Radio Rai, Carlo Conti – una carica che prima di lui non esisteva proprio. Indiscrezioni parlano anche della probabile chiusura di un altro programma storico di Radio 2, 610, condotto da Lillo e Greg da dieci anni.

(Edit: indiscrezioni confermate.)

La nomina di Conti, appena due mesi fa, non aveva mancato di far storcere il naso a chi temeva un appiattimento della radio pubblica sul modello patinato e polpettone di Sanremo. Assumendo il nuovo ruolo, Conti aveva dichiarato proprio di voler dare maggior risalto alla componente musicale, a scapito del parlato, su Radio 2. L’inizio potrebbe non essere dei migliori. Eppure lo stesso Conti in gioventù non ha disdegnato una breve avventura musicale che figurerebbe bene tra i remix in free download proposti su Babylon da El Manicero. (E lo preferivamo così.)

 

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