Con la Brexit, che va quantomeno a complicare lo scenario per gli studenti italiani che scelgono la Gran Bretagna come luogo di studio, i Paesi Bassi rafforzano il proprio appeal come valida alternativa per studiare all’estero. Almeno fino a quando l’ossigenato Wilders, grossomodo il clone olandese di Salvini, non riuscirà a mandare in porto la Nexit – che non è una versione tarocca di Netflix ma l’uscita dei Paesi Bassi dall’Unione Europea. Fino ad allora l’offerta formativa in gran parte in lingua inglese, la marijuana e le tasse universitarie piuttosto basse continueranno a costituire un’importante attrattiva per gli studenti europei.

L’Università di Amsterdam, ad esempio, che con più di 30.000 studenti è il più grande ateneo olandese per numero di iscrizioni, offre 57 bachelors e 128 masters per sette facoltà, con un finanziamento complessivo di circa 600 milioni di euro all’anno. Un cospicuo budget che negli ultimi anni è stato amministrato in modo sempre più speculativo. Culmine la vendita del prestigioso Bungehuis, un imponente edificio degli anni ’30 che da polo della facoltà di Studi Umanistici diventerà una Soho House, ovvero un club per supericchi attrezzato di palestra, cinema e 79 stanze d’albergo.

A febbraio dell’anno scorso, testando en passant le sue potenzialità alberghiere, il Bungehuis è stato occupato da un gruppo di studenti che protestavano contro la sua vendita, innescando così una serie di proteste e discussioni sul futuro dell’università che hanno coinvolto numerosi studenti, professori e ricercatori.

Dopo una decina di giorni e una multa da 1000 euro al giorno (probabilmente il futuro prezzo di una delle 79 stanze d’albergo), l’edificio è stato sgomberato dalla polizia, col solo esito però di spostare l’occupazione di qualche centinaio di metri, nel Maagdenhuis, altro centralissimo bastione dell’università, cuore pulsante della sua macchina amministrativa.

Lì, fra un rocambolesco arrivo del sindaco a mezzanotte e una conferenza del filosofo francese Jacques Rancière, il gruppo ReThink Uva – formato da professori e studenti – ha iniziato il suo lavoro di pressione sul board manageriale dell’università, muovendosi principalmente su due fronti: da un lato, la questione della crescente finanziarizzazione dell’ateneo (vedi, tra le altre cose, gli investimenti sui derivati) dall’altro, e in qualche modo specularmente, la mancanza di democrazia in un’università gestita sempre di più in modo aziendale.

A poco più di un anno di distanza dalla fine delle occupazioni, siamo andati a parlare con Enzo Rossi, professore italiano di Teoria Politica all’Università di Amsterdam e in prima linea nel progetto ReThink Uva per chiedergli come si è evoluta la situazione in questi mesi.

“Principalmente, sono state create tre commissioni,” ci dice, “una investigativa sulle finanze, una sul processo di democratizzazione e una su diversità e decolonizzazione, e l’università ha stanziato circa 1 milione di euro per finanziarle”.

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Ritiene quindi che l’amministrazione dell’università si sia dimostrata ragionevole e stia venendo incontro alle vostre richieste?
Diciamo che le tradizionali élite olandesi che sono abituate a sistemare tutto tra loro adesso sono un pochettino più preoccupate, e questo è un buon risultato.
Rispetto alle nostre richieste iniziali siamo ancora molto lontani, il momento della verità arriverà quando il comitato sulla democratizzazione presenterà i propri risultati.

Ci sono altri comitati che invece hanno già fornito dei primi responsi?
Il 24 giugno la commissione investigativa sulla finanza ha presentato il suo report. Finanziariamente, l’università è molto sana, nonostante sia stato sottolineato il cattivo comportamento del precedente management, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti sui derivati. Importanti riserve sono state espresse anche sull’algoritmo che serve a ripartire i fondi all’interno dell’università.

Al di là del caso di Amsterdam e al di là del caso della stessa Olanda, mi sembra che la tendenza a gestire le università come aziende che devono innanzitutto essere profittevoli sia diffusa un po’ dappertutto.
Sì, confermo, è una tendenza che si è sempre più diffusa a partire dagli anni ’90. Per esempio, è una cosa molto avanzata in Gran Bretagna – dove ho fatto il mio dottorato – qui le cose non sono così disastrose ma ci stiamo muovendo in quella direzione, come lemmings che si buttano giù dal precipizio.

Può indicare invece degli esempi a suo dire positivi?
Non ci sono poi molti esempi particolarmente positivi. Il problema è che o c’è il feudalesimo orrendo che mantiene molto potere dal lato dei docenti ordinari (come in Germania o in Italia) o c’è lo spietato management neoliberale. Noi stiamo cercando di fare qualcosa in mezzo, non penso che esista da nessuna parte. Miriamo al best of both worlds.

Come è strutturato il gruppo ReThink Uva? Come sono i rapporti tra i docenti del gruppo e fra docenti e studenti?  
Il fronte ReThink è orizzontale, senza portavoce o altre cariche formali. Ovviamente dopo un anno e mezzo di lavori sappiamo chi è la ‘to go person’ per questa o quell’altra questione. Tra studenti e professori c’è invece un buon rapporto cosi come tra professori. Certo, c’è il rischio che i colleghi più anziani del movimento vogliano semplicemente tornare agli anni ’70 ma noi non lo lasceremo accadere.

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