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“Alle nostre sorelle assassinate.”
I collage contro la violenza di genere coprono i muri anche a Milano

di Sebastian Bendinelli e Francesca Motta
Sull’esempio delle colleuses francesi, le “incollatrici” tappezzano i muri della città con frasi a caratteri cubitali contro i femminicidi. Abbiamo partecipato a una delle loro prime azioni

“Alle nostre sorelle assassinate.”
I collage contro la violenza di genere coprono i muri anche a Milano

di Sebastian Bendinelli e Francesca Motta
Sull’esempio delle colleuses francesi, le “incollatrici” tappezzano i muri della città con frasi a caratteri cubitali contro i femminicidi. Abbiamo partecipato a una delle loro prime azioni


Tutte le foto: Francesca Motta

La sera del 24 dicembre, tornando a casa dopo la cena della vigilia, qualche passante si sarà imbattuto in un gruppo di ragazze che, armate di colla, pennelli e fogli bianchi, mettevano in fila sui muri, una lettera dopo l’altra, semplici scritte contro la violenza maschile sulle donne: “Lei lo lascia, lui la uccide.” “Donne vittime di violenza: noi vi crediamo.” “Papà ha ucciso mamma.” L’esempio è quello delle colleuses francesi, un movimento nato a fine agosto e cresciuto enormemente in pochi mesi, tanto che è difficile camminare per le strade di Parigi o Lione senza imbattersi in una delle loro scritte.

Due settimane dopo, il primo nucleo di “incollatrici” milanesi ha già un certo numero di azioni all’attivo, sta iniziando a farsi conoscere attraverso i social e punta presto a espandersi anche in altre città italiane. L’iniziativa è partita da Dora, 28 anni, che vive a Parigi e ha partecipato alle azioni delle colleuses nella capitale francese. Tornata in Italia per le vacanze di Natale, ha deciso di organizzarsi con altre ragazze per gettare le basi del movimento anche a Milano. L’obiettivo è lo stesso: sensibilizzare i passanti, attraverso lo strumento del collage, su un’emergenza sistematicamente sottovalutata nel dibattito pubblico e affrontata dai media, nella maggior parte dei casi, con narrazioni che tendono al sensazionalismo e alla colpevolizzazione delle vittime.

“Sui giornali si leggono quasi sempre fatti di cronaca, e non si parla quasi mai, per esempio, degli orfani delle donne uccise, e i cui mariti vengono imprigionati,” spiega Dora, riassumendo le rivendicazioni del movimento ad alcune ragazze che partecipano per la prima volta. “Non si parla delle vittime di violenze che non denunciano, e non si parla del fatto che la maggior parte delle violenze avvengono in ambito familiare. Spesso è ancora un tabù.” Siamo nella casa di una delle attiviste, in zona Pagano, dove Dora ci ha dato appuntamento per partecipare alla prima azione dell’anno. Sul pavimento del salotto: tre secchielli di plastica, qualche pennello, un vasetto di inchiostro, una confezione di farina e un faldone con le scritte già pronte.

“Sui giornali si leggono quasi sempre fatti di cronaca, e non si parla quasi mai, per esempio, degli orfani delle donne uccise, e i cui mariti vengono imprigionati,” spiega Dora, riassumendo le rivendicazioni del movimento ad alcune ragazze che partecipano per la prima volta. “Non si parla delle vittime di violenze che non denunciano, e non si parla del fatto che la maggior parte delle violenze avvengono in ambito familiare. Spesso è ancora un tabù.” Siamo nella casa di una delle attiviste, in zona Pagano, dove Dora ci ha dato appuntamento per partecipare alla prima azione dell’anno. Sul pavimento del salotto: tre secchielli di plastica, qualche pennello, un vasetto di inchiostro, una confezione di farina e un faldone con le scritte già pronte.

“Non si parla delle vittime di violenze che non denunciano, e non si parla del fatto che la maggior parte delle violenze avvengono in ambito familiare. Spesso è ancora un tabù”

“È importante sottolineare che è un’iniziativa apartitica: ci sono ragazze che vengono da diversi orizzonti politici, alcune fanno parte di organizzazioni o movimenti femministi, altre invece non hanno mai militato, ma non importa, l’obiettivo è uno solo: incollare insieme, dare voce alle donne che sono vittime di violenza, sostenere le famiglie delle donne uccise, allertare i passanti che leggono le frasi. Ma non è un’iniziativa apolitica, perché questi sono comunque temi politici.”

I collage sono uno strumento semplice e incisivo: le lettere nere o rosse, a caratteri cubitali su fondo bianco, sono difficili da ignorare anche per il passante più distratto. La scelta delle parole, crude e dirette, va nella stessa direzione. “La cosa importante è non fare del romanticismo,” spiega Dora. ”Si evita anche di essere troppo sarcastici, proprio perché quando si pensano e si incollano queste frasi bisogna sempre avere in mente il fatto che le vittime di violenza o le famiglie delle donne uccise possano leggerle.” Per il resto, le frasi possono essere di commemorazione, come quella per Giannina detta Jeannine, una donna originaria di Tossicia, in Abruzzo, assassinata dal marito in un villaggio francese nel 2010; oppure possono riportare dati e statistiche sul numero dei femminicidi — secondo l’Istat, nel 2018 le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 133, nel 54,9% dei casi uccise da un partner o ex partner; oppure possono essere frasi generiche, come “Alle nostre sorelle assassinate.” “È una forma di comunicazione urbana che permette alle donne uccise di riprendersi lo spazio pubblico, facendo parlare i muri,” conclude Dora.

https://thesubmarine.it/wp-content/uploads/2020/01/collage-femminicidi-8.jpg
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I collage sono uno strumento semplice e incisivo: le lettere nere o rosse, a caratteri cubitali su fondo bianco, sono difficili da ignorare anche per il passante più distratto

Gli accorgimenti grafici da seguire sono pochi: allineare le frasi a sinistra, mantenere una lettera per foglio, lasciare un foglio bianco come spazio tra le parole. Per la colla, si può acquistare un tubetto di colla da parati da diluire in acqua, oppure — scelta economica ed ecologica — prepararla in casa mescolando farina e acqua calda.

La tecnica è facile: una ragazza passa la colla sul muro, la seconda attacca le lettere, la terza passa un secondo strato di colla sopra i fogli, per impermeabilizzarli e solidificarli. Per questo di solito si esce in gruppi di minimo tre persone. “Se si è in quattro è meglio, così la quarta fa il palo, e fa le foto,” aggiunge Dora, ridendo. Nonostante l’affissione abusiva sia illegale, di solito le colleuses non escono incappucciate. “Ci sentiamo legittimate a fare quello che facciamo, e comunque si tratta di carta e colla a base di farina, non vandalizziamo niente. Tra l’altro, quando si è incappucciate si attira molto di più l’attenzione.”

Grossi problemi con le autorità, finora, non ci sono stati. In Francia — racconta Dora — la strategia che si adotta di solito quando si viene colte sul fatto dalla polizia è quella di far leva sulla coscienza dei singoli agenti: ricordare che anche loro hanno madri, mogli e sorelle, che e che l’azione delle incollatrici non danneggia nessuno. Fino ad ora ha funzionato quasi sempre, ma le attiviste francesi si stanno attivando per costituire un fondo comune con cui pagare eventuali multe. A novembre, quattro attiviste arrestate a Lione per aver realizzato un collage sulle mura del tribunale della città se la sono cavata con un semplice “richiamo alla legge.”

I collage sono uno strumento semplice e incisivo: le lettere nere o rosse, a caratteri cubitali su fondo bianco, sono difficili da ignorare anche per il passante più distratto

Gli accorgimenti grafici da seguire sono pochi: allineare le frasi a sinistra, mantenere una lettera per foglio, lasciare un foglio bianco come spazio tra le parole. Per la colla, si può acquistare un tubetto di colla da parati da diluire in acqua, oppure — scelta economica ed ecologica — prepararla in casa mescolando farina e acqua calda.

La tecnica è facile: una ragazza passa la colla sul muro, la seconda attacca le lettere, la terza passa un secondo strato di colla sopra i fogli, per impermeabilizzarli e solidificarli. Per questo di solito si esce in gruppi di minimo tre persone. “Se si è in quattro è meglio, così la quarta fa il palo, e fa le foto,” aggiunge Dora, ridendo. Nonostante l’affissione abusiva sia illegale, di solito le colleuses non escono incappucciate. “Ci sentiamo legittimate a fare quello che facciamo, e comunque si tratta di carta e colla a base di farina, non vandalizziamo niente. Tra l’altro, quando si è incappucciate si attira molto di più l’attenzione.”

Grossi problemi con le autorità, finora, non ci sono stati. In Francia — racconta Dora — la strategia che si adotta di solito quando si viene colte sul fatto dalla polizia è quella di far leva sulla coscienza dei singoli agenti: ricordare che anche loro hanno madri, mogli e sorelle, che e che l’azione delle incollatrici non danneggia nessuno. Fino ad ora ha funzionato quasi sempre, ma le attiviste francesi si stanno attivando per costituire un fondo comune con cui pagare eventuali multe. A novembre, quattro attiviste arrestate a Lione per aver realizzato un collage sulle mura del tribunale della città se la sono cavata con un semplice “richiamo alla legge.”

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Altri problemi possono derivare dall’interazione con i passanti o con chi assiste alle azioni dalle finestre, spesso molto solerti ad avvertire vigili e polizia. O peggio: Dora racconta del caso di un uomo che, a Parigi, infastidito da una scritta comparsa sul muro di fronte a casa propria, ha pubblicato sui social un video in cui minacciava violentemente le attiviste. In qualche occasione, le ragazze sono state aggredite o insultate.

Ma nella maggior parte dei casi i passanti vanno per la propria strada senza badare a loro o, nella migliore delle ipotesi, esprimono la propria solidarietà. È quello che vediamo anche durante il nostro breve giro tra le vie attorno a Corso Vercelli, poco frequentate nel freddo serale di inizio gennaio. Mentre le ragazze si dividono, scelgono il muro migliore su cui incollare, procedono velocemente a passare la colla e allineare i fogli uno dopo l’altro, qualche passante tira dritto, qualcun altro si ferma incuriosito. In questo caso, le attiviste spiegano in breve cosa stanno facendo. “Facciamo collage contro la violenza sulle donne.” Una ragazza ci passa accanto mentre scattiamo le foto a un collage appena fatto (“Real men don’t rape”); dopo aver capito di cosa si tratta, tira fuori lo smartphone con aria di approvazione: “Beh, faccio una foto anch’io.”

Altri problemi possono derivare dall’interazione con i passanti o con chi assiste alle azioni dalle finestre, spesso molto solerti ad avvertire vigili e polizia. O peggio: Dora racconta del caso di un uomo che, a Parigi, infastidito da una scritta comparsa sul muro di fronte a casa propria, ha pubblicato sui social un video in cui minacciava violentemente le attiviste. In qualche occasione, le ragazze sono state aggredite o insultate.

Ma nella maggior parte dei casi i passanti vanno per la propria strada senza badare a loro o, nella migliore delle ipotesi, esprimono la propria solidarietà. È quello che vediamo anche durante il nostro breve giro tra le vie attorno a Corso Vercelli, poco frequentate nel freddo serale di inizio gennaio. Mentre le ragazze si dividono, scelgono il muro migliore su cui incollare, procedono velocemente a passare la colla e allineare i fogli uno dopo l’altro, qualche passante tira dritto, qualcun altro si ferma incuriosito. In questo caso, le attiviste spiegano in breve cosa stanno facendo. “Facciamo collage contro la violenza sulle donne.” Una ragazza ci passa accanto mentre scattiamo le foto a un collage appena fatto (“Real men don’t rape”); dopo aver capito di cosa si tratta, tira fuori lo smartphone con aria di approvazione: “Beh, faccio una foto anch’io.”

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