Che cos’è la “reciprocità vaccinale” voluta dalla Commissione europea

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Dopo aver siglato contratti troppo deboli, la Commissione europea cerca di spostare la crisi della campagna vaccinale sul piano della politica estera, in modo da garantire un numero piú alto di dosi per l’Ue

Parlando con i capi di stato europei, Ursula von der Leyen ha annunciato che l’Unione europea, da gennaio, ha esportato 77 milioni di dosi di vaccino — più di quelle che il blocco è riuscito a somministrare finora, 62 milioni, e poco meno di quelle di cui ha accesso, 88 milioni. La presentazione della presidente della Commissione ha segnato un punto di svolta, che Macron, in una conferenza stampa separata, ha chiamato “la fine dell’innocenza.” Quel numero, 77 milioni, è molto più alto delle precedenti previsioni, e la stessa Commissione europea aveva in precedenza menzionato 43 milioni di dosi esportate. I leader dei paesi europei hanno approvato di inserire un principio di “proporzionalità e reciprocità” nel meccanismo di trasparenza già introdotto lo scorso gennaio: ogni richiesta di export sarà valutata caso per caso.

Infografica via Twitter

La decisione è in forte contrasto con le dichiarazioni del giorno precedente, in cui si era cercato di stemperare i rapporti con il Regno Unito arrivando a una soluzione “win–win.” Parlare di “reciprocità” è un giro di parole creativo, con cui l’Unione europea mette con discrezione il Regno Unito di fronte alla disparità tra le esportazioni europee e quelle britanniche, di fatto inesistenti. Il nazionalismo vaccinale, di cui è spesso accusata la Commissione, è infatti assolutamente la norma fuori dall’Europa: gli Stati Uniti effettivamente non stanno esportando vaccini, e, grazie a una campagna vaccinale che sta procedendo velocissima, ieri Biden ha annunciato il raddoppiamento dell’obiettivo che si era dato a inizio amministrazione: non 100 milioni di dosi inoculate entro i primi 100 giorni, ma 200 milioni.

La situazione non potrebbe essere in contrasto più netto con l’Unione europea, dove disorganizzazione e mancanza di dosi hanno messo in profonda difficoltà la campagna vaccinale. Lo scorso gennaio, quando il meccanismo di export è entrato in azione, nel mirino dell’Unione europea c’era il rispetto dei contratti stipulati con le aziende. Si tratta di una strategia che però all’Unione non piace — e infatti da allora lo schema è stato utilizzato una sola volta — probabilmente anche per la fragilità dei contratti che si è scelto di stipulare. La nuova norma di “reciprocità” è molto più aggressiva sul piano internazionale, ma pone la contestazione nel pieno dell’azione politica: l’Unione si riserva di permettere l’export verso paesi che producono vaccini solo se quei paesi permettono l’export verso l’Unione europea, e in quantità sufficienti.

La stampa italiana sta dando grande rilevanza alle dichiarazioni, piuttosto dure, di Mario Draghi, secondo cui i cittadini europei “hanno la sensazione di essere stati ingannati da alcune case farmaceutiche” — il riferimento è chiaramente ad AstraZeneca — e “non si può restare inermi di fronte a violazioni contrattuali che mettono a serio rischio la campagna vaccinale.” Le sue parole sembrano più che altro un modo per fare la voce grossa di fronte all’opinione pubblica nazionale — non sono stati dimostrati finora casi di esportazioni “truffaldine” da parte delle case farmaceutiche, né palesi violazioni contrattuali in questo senso (il problema, se mai, è nella debolezza dei contratti firmati dalla Commissione). Anche lo “scandalo” di Anagni è stato sgonfiato dalla stessa von der Leyen, che ha ricalcato la versione di AstraZeneca, confermando che le 29 milioni di dosi trovate nel Lazio saranno suddivise tra gli stati europei (16 milioni) e esportate con COVAX (13 milioni).

Al summit von der Leyen ha cercato comunque di tracciare una prospettiva ottimista per la campagna vaccinale, sottolineando che gli effetti si iniziano a vedere sul tasso di mortalità — anche se non in Italia. Durante la riunione del Consiglio, però, si sono registrate anche tensioni interne: Sebastian Kurz ha accusato l’Unione europea di non aver allocato correttamente le dosi, e ha chiesto che ne vengano riservate in numeri maggiori per l’Austria. Il Consiglio ha concesso che la distribuzione <d’ora in poi passi attraverso i canali diplomatici, ma su questo fronte interno probabilmente sarà necessario aspettare i prossimi giorni per capirne eventuali evoluzioni.

Al Consiglio ha fatto una comparsata anche Joe Biden, che ha rinnovato l’invito a una stretta collaborazione tra Unione europea e Stati Uniti per combattere il Covid–19, il cambiamento climatico e per “rendere più profondi i nostri legami economici.” Biden ha anche parlato degli “interessi comuni in politica estera,” riferendosi esplicitamente a Russia e Cina, contro cui la Casa bianca ha negli scorsi giorni lanciato un assalto particolarmente aggressivo.

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