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Il 2021 visto a bordo della Mare Jonio

di Matilde Moro
Siamo stati sulla nave umanitaria di Mediterranea, ferma a Venezia per lavori di manutenzione in attesa della prossima missione. “Salvare vite è un atto rivoluzionario”

Il 2021 visto a bordo della Mare Jonio

di Matilde Moro
Siamo stati sulla nave umanitaria di Mediterranea, ferma a Venezia per lavori di manutenzione in attesa della prossima missione. “Salvare vite è un atto rivoluzionario”

Tutte le foto dell’autrice

È una giornata grigia e ventosa a Venezia. L’isola della Certosa si trova appena oltre la bocca di porto nord-orientale, da sempre l’entrata principale alla città. Arrivando in vaporetto, proprio accanto all’imbarcadero, salta all’occhio un rimorchiatore. Se è capitato di vederne la fotografia sulla prima pagina di un giornale, il primo pensiero sarà quasi certamente che nella realtà è più piccolo di quanto non sembri in foto. Si tratta di Mare Jonio, una delle imbarcazioni di Mediterranea, la piattaforma della società civile nata nel 2018 con l’obiettivo di organizzare un’attività testimonianza e denuncia in mare, ma soprattutto per salvare le vite dei migranti quotidianamente a rischio in acque nazionali e internazionali. Ad oggi gli esseri umani salvati dai volontari del team sono 374. 

A bordo ci accoglie Monica, che ci offre un caffè e ci mostra la nave, che si trova ferma a Venezia da alcune settimane per lavori di manutenzione. Per essere manovrato, un rimorchiatore di queste dimensioni ha bisogno di un equipaggio di sette persone, a cui si aggiungono i volontari che si occupano dei salvataggi in mare. Scopro che per ragioni amministrative c’è bisogno di gestire a bordo due diverse cucine, due dispense, due farmacie, una per l’equipaggio e una per gli ospiti. Gli spazi sono minimi ma bene organizzati. 

Le persone che incontro sono pratiche, raccontano in modo semplice l’esperienza degli ultimi anni e la vita a bordo, come fossero cose normali. Ci metto un po’ a ricordarmi che non è così. L’effetto è strano. Il progetto, si avverte chiaramente negli atteggiamenti e nei toni di chi ne parla, è nato da un’urgenza. Da quello che Luca Casarini, capomissione, definisce un “sommovimento di viscere, un’impossibilità di reggere il livello di disumanità che aveva raggiunto anche la gestione pubblica della politica italiana e, di converso, europea.”

Il perché di Mediterranea

Nel giugno 2018 un gruppo di persone individua l’apice della retorica del “fateli affogare,” oltre che di quella strategia che — spiega il capomissione Beppe Caccia, che incontro a bordo — è “il filo di continuità che c’è tra tutti i governi che si sono succeduti,” e su cui “non c’è stata né rottura né discontinuità,” con cui “si delega di fatto alle milizie libiche l’attività di polizia di frontiera dei confini marittimi dell’Unione europea e del nostro paese in particolare.” Le istituzioni, implementando queste politiche, “finanziano un’attività che è fuori da qualsiasi regola del diritto internazionale, non solo del diritto marittimo e delle regole di soccorso in mare, ma anche della più diretta tutela dei diritti umani fondamentali come le regole della convenzione di Ginevra, che prescrivono il divieto di respingimento di persone verso un paese in guerra o dove comunque i diritti fondamentali di queste persone non siano tutelati.” 

Con l’attuale governo la situazione non è cambiata. Al contrario, è stata messa in atto una “politica soft dell’attacco per via burocratica e amministrativa all’attività delle navi civili di soccorso” attraverso i cosiddetti blocchi amministrativi. “Negli effetti pratici è stata ancora più pericolosa, ha creato più problemi questa scelta, che dal governo è stata imposta alle autorità marittime, di colpire l’attività delle navi civili di soccorso andando a metterne in questione le caratteristiche tecniche e sottoponendole a una serie di ispezioni che in molti casi sono state pretestuose, che però hanno portato al blocco di sette delle otto navi civili che intervengono nel Mediterraneo centrale.” 

Come spiega ancora Caccia, “questo dice molto della necessità di avere in mare un’imbarcazione [come quella di Mediterranea] battente bandiera Italiana.” Per lanciare un messaggio, ma non solo: soprattutto per organizzare la società civile a fronte di un’azione concreta. 

Viviamo in un tempo in cui parlare non basta più, in cui si sentono dire continuamente una cosa e il suo contrario. In una società sommersa di parole è facile perdere il contatto con il significante. “In questo contesto le parole hanno un peso inesistente – il significante delle parole è diventato vuoto,” spiega Casarini. Davanti a una politica inaccettabile quindi, si è arrivati a pensare che fare fosse più importante di dire. E così quello stesso gruppo ha scelto di mettersi in mare per salvare le vite che si stavano perdendo nel silenzio — peggio, con il beneplacito di una parte consistente dell’opinione pubblica — a decine di migliaia. 

C’è un problema di affermazione dei principi fondanti e dei valori della società, a livello sia politico che civile: “Prima il tema era non posso essere civile se non inorridisco davanti alla morte di un bambino oggi il tema è come faccio a costruire un principio per cui è anche accettabile la morte di un bambino?” continua Casarini. “Se mettiamo in discussione il diritto-dovere al soccorso di una vita umana in pericolo in mare” chiarisce Beppe Caccia “mettiamo in discussione le basi più elementari della nostra convivenza civile.” Bisognerebbe allora, secondo Caccia, “ripartire da quell’abc per cui una vita umana in pericolo in mare dev’essere soccorsa.” Dovrebbe essere un’ovvietà, ma nemmeno questo può essere dato per scontato.

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Salvare vite nel Mediterraneo durante una pandemia

Gli eventi del 2020 hanno modificato profondamente il piano del reale, rendendo ogni aspetto della vita ancora più incerto, instabile, precario. Ci si è dovuti abituare a una nuova normalità, che ha messo in luce aspetti dell’esistenza e della società che si preferiva ignorare. Ogni cosa sembra essere relativa, e anche le certezze del quotidiano si sono dissolte in una nuvola di fumo. 

“In un mondo in cui tutto è relativo e in cui tutto è sùbito,” secondo Luca Casarini, “dove non c’è futuro, dove appunto il tema è la competizione sempre di tipo mors tua vita mea, dove ci sono tutti questi messaggi, anche per le nuove generazioni, che rendono terribile questo tempo dal punto di vista della progettazione stessa della vita, dove la tua vita o te la agguanti uccidendo tutti quelli che hai attorno o sono cazzi tuoi (e lo stesso non è sicura), con la pandemia che mette tutto in discussione, salvare una vita umana ti riempie di speranza e di futuro: il futuro della vita che hai salvato diventa anche il tuo.” 

Quando nulla è certo, il valore della vita è il solo a rimanere inalterato. “In mare,” continua Luca, “io che ho fatto politica per tutta la vita come altri, faccio la cosa più bella che ho fatto in vita mia.” È da questo principio che nasce il messaggio di Mediterranea secondo cui “sono loro che salvano noi.” Per comprenderlo, bisogna forse considerare la questione in maniera più ampia di quanto si sia generalmente abituati a fare. Eppure il significato è semplice: in un contesto in cui parte della classe dirigente e della società civile si uniscono al grido di “fateli affogare,” salvare la vita di chi è in pericolo in mare diventa un atto politico. Compiendo questo atto con coscienza politica quello che si salva è il valore della nostra umanità. 

La pandemia, insieme a ogni altro aspetto della vita, ha messo in discussione anche il lavoro di Mediterranea. In un primo momento si è deciso di spostare le attività a terra, aiutando a distribuire cibo e beni di prima necessità o organizzando un servizio di supporto psicologico. Eppure, spiega Beppe Caccia, “anche durante il lockdown centinaia di persone hanno continuato a partire dalle coste libiche, anche quando non c’erano in mare navi di soccorso.” “Non è vero” continua, “che la gente parte solo se ci sono in mare le navi delle ONG. La gente parte perché le condizioni in Libia sono intollerabili, parte anche sapendo di mettere a rischio la propria vita in mare, perché mettere a rischio la propria vita in mare è comunque più augurabile di continuare a restare in Libia.” 

Si è presentata allora nuovamente la necessità di mettersi in mare: “Siamo ripartiti subito, una volta finito il lockdown.” È stato anzi “fondamentale per noi e per le altre navi della società civile europea porci l’obiettivo di continuare a restare in mare nonostante la pandemia, anche perché – al di là della salvaguardia della vita umana dal rischio di naufragio e del necessario aiuto da dare a chi è in fuga da una situazione come quella della Libia – la presenza in mare di navi come le nostre rendono più sicuro l’arrivo di queste persone in Italia rispetto agli arrivi su imbarcazioni di fortuna. I protocolli sanitari che adottiamo a bordo consentono di fare immediatamente uno screening al momento dell’imbarco delle persone e di identificarle.”

Naturalmente le condizioni dell’attività in mare sono molto cambiate: “È diventato tutto molto più faticoso. Anche solo operare in mare con tutti i dispositivi di protezione individuale. In secondo luogo, si è perso quello scambio che c’è dopo le operazioni di soccorso con chi è a bordo. Parliamo di persone molto vulnerabili che hanno patito l’inferno nei mesi e a volte negli anni precedenti e spesso hanno passato almeno 48 o 50 ore in mare.” Si è modificata inevitabilmente anche la costruzione del rapporto con i naufraghi a bordo: soprattutto mancano il contatto, gli abbracci. Ma Casarini mette in luce anche un altro aspetto di tutte le novità a cui ci si è dovuti abituare a bordo in termini di protocolli e normative. Il significato emotivo che prima poteva avere un abbraccio, si è trasferito a un tipo di cura diverso, nel rispetto del distanziamento e delle norme per la prevenzione del contagio. 

“Un abbraccio è una cosa che fa quasi male, perché sono anni che queste persone non hanno più questo tipo di contatto – per anni sono stati schiavi, schiave sessuali, i bambini hanno visto di tutto. Allora un corpo che ti abbraccia fa quasi male, si sbloccano tante cose. La stessa cosa col Covid avveniva con il fatto di ricevere dei kit di vestiario sanificati e sottovuoto con il fatto di avere delle mascherine, mascherine, il gel lavamani, le tute e i calzari.” I migranti accolti a bordo quest’estete hanno vissuto con positività le attenzioni sanitarie, dimostrandosi “contenti della protezione.” Il motivo è facilmente comprensibile: in Libia i profughi “non hanno mai la sensazione di qualcuno che li voglia proteggere, hanno sempre la percezione di qualcuno che li vuole ammazzare.” Abiti puliti e una protezione anche fisica dal virus sono diversi da un abbraccio, ma rimangono una forma di cura e attenzione nei confronti della persona, di restituzione di dignità.

Salvare vite nel Mediterraneo durante una pandemia

Gli eventi del 2020 hanno modificato profondamente il piano del reale, rendendo ogni aspetto della vita ancora più incerto, instabile, precario. Ci si è dovuti abituare a una nuova normalità, che ha messo in luce aspetti dell’esistenza e della società che si preferiva ignorare. Ogni cosa sembra essere relativa, e anche le certezze del quotidiano si sono dissolte in una nuvola di fumo. 

“In un mondo in cui tutto è relativo e in cui tutto è sùbito,” secondo Luca Casarini, “dove non c’è futuro, dove appunto il tema è la competizione sempre di tipo mors tua vita mea, dove ci sono tutti questi messaggi, anche per le nuove generazioni, che rendono terribile questo tempo dal punto di vista della progettazione stessa della vita, dove la tua vita o te la agguanti uccidendo tutti quelli che hai attorno o sono cazzi tuoi (e lo stesso non è sicura), con la pandemia che mette tutto in discussione, salvare una vita umana ti riempie di speranza e di futuro: il futuro della vita che hai salvato diventa anche il tuo.” 

Quando nulla è certo, il valore della vita è il solo a rimanere inalterato. “In mare,” continua Luca, “io che ho fatto politica per tutta la vita come altri, faccio la cosa più bella che ho fatto in vita mia.” È da questo principio che nasce il messaggio di Mediterranea secondo cui “sono loro che salvano noi.” Per comprenderlo, bisogna forse considerare la questione in maniera più ampia di quanto si sia generalmente abituati a fare. Eppure il significato è semplice: in un contesto in cui parte della classe dirigente e della società civile si uniscono al grido di “fateli affogare,” salvare la vita di chi è in pericolo in mare diventa un atto politico. Compiendo questo atto con coscienza politica quello che si salva è il valore della nostra umanità. 

La pandemia, insieme a ogni altro aspetto della vita, ha messo in discussione anche il lavoro di Mediterranea. In un primo momento si è deciso di spostare le attività a terra, aiutando a distribuire cibo e beni di prima necessità o organizzando un servizio di supporto psicologico. Eppure, spiega Beppe Caccia, “anche durante il lockdown centinaia di persone hanno continuato a partire dalle coste libiche, anche quando non c’erano in mare navi di soccorso.” “Non è vero” continua, “che la gente parte solo se ci sono in mare le navi delle ONG. La gente parte perché le condizioni in Libia sono intollerabili, parte anche sapendo di mettere a rischio la propria vita in mare, perché mettere a rischio la propria vita in mare è comunque più augurabile di continuare a restare in Libia.” 

Si è presentata allora nuovamente la necessità di mettersi in mare: “Siamo ripartiti subito, una volta finito il lockdown.” È stato anzi “fondamentale per noi e per le altre navi della società civile europea porci l’obiettivo di continuare a restare in mare nonostante la pandemia, anche perché – al di là della salvaguardia della vita umana dal rischio di naufragio e del necessario aiuto da dare a chi è in fuga da una situazione come quella della Libia – la presenza in mare di navi come le nostre rendono più sicuro l’arrivo di queste persone in Italia rispetto agli arrivi su imbarcazioni di fortuna. I protocolli sanitari che adottiamo a bordo consentono di fare immediatamente uno screening al momento dell’imbarco delle persone e di identificarle.”

Naturalmente le condizioni dell’attività in mare sono molto cambiate: “È diventato tutto molto più faticoso. Anche solo operare in mare con tutti i dispositivi di protezione individuale. In secondo luogo, si è perso quello scambio che c’è dopo le operazioni di soccorso con chi è a bordo. Parliamo di persone molto vulnerabili che hanno patito l’inferno nei mesi e a volte negli anni precedenti e spesso hanno passato almeno 48 o 50 ore in mare.” Si è modificata inevitabilmente anche la costruzione del rapporto con i naufraghi a bordo: soprattutto mancano il contatto, gli abbracci. Ma Casarini mette in luce anche un altro aspetto di tutte le novità a cui ci si è dovuti abituare a bordo in termini di protocolli e normative. Il significato emotivo che prima poteva avere un abbraccio, si è trasferito a un tipo di cura diverso, nel rispetto del distanziamento e delle norme per la prevenzione del contagio. 

“Un abbraccio è una cosa che fa quasi male, perché sono anni che queste persone non hanno più questo tipo di contatto – per anni sono stati schiavi, schiave sessuali, i bambini hanno visto di tutto. Allora un corpo che ti abbraccia fa quasi male, si sbloccano tante cose. La stessa cosa col Covid avveniva con il fatto di ricevere dei kit di vestiario sanificati e sottovuoto con il fatto di avere delle mascherine, mascherine, il gel lavamani, le tute e i calzari.” I migranti accolti a bordo quest’estete hanno vissuto con positività le attenzioni sanitarie, dimostrandosi “contenti della protezione.” Il motivo è facilmente comprensibile: in Libia i profughi “non hanno mai la sensazione di qualcuno che li voglia proteggere, hanno sempre la percezione di qualcuno che li vuole ammazzare.” Abiti puliti e una protezione anche fisica dal virus sono diversi da un abbraccio, ma rimangono una forma di cura e attenzione nei confronti della persona, di restituzione di dignità.

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Una tragedia umanitaria ignorata

Quella che accade quotidianamente nel Mediterraneo centrale, che continua ad accadere anche se sulle prima pagine si parla solo della pandemia, è una tragedia umanitaria. La necessità di agire come società civile italiana deriva in primo luogo dalla posizione geografica in cui il nostro paese si trova. Tra le molte tragedie umanitarie che avvengono ogni giorno nel mondo, insomma, secondo le parole di Casarini, a noi, o vicino a noi, è “capitata” questa, “geograficamente nel nostro mondo.” È importante però ricordarsi che le cause sono globali, così come dev’essere frutto di un sentimento globale la logica di azione. 

La migrazione è un fenomeno radicato nella storia dell’umanità, inquadrare i flussi a cui assistiamo oggi esclusivamente all’interno della retorica dei “porti aperti” in contrapposizione a quella dei porti chiusi è semplicistico. Gli spostamenti di esseri umani sono invece generati dai problemi della contemporaneità nel loro insieme. “Il climate change è la prima causa del fenomeno migratorio,” spiega Casarini, “ancora prima della guerra. Perché la desertificazione del pianeta e soprattutto la mancanza d’acqua provocano l’impossibilità della pratica vitale dell’agricoltura e dell’allevamento e quindi tolgono letteralmente la possibilità di vivere.” Anche se raramente ne abbiamo la percezione vivendo in una società in cui ci basta aprire un rubinetto per avere una quantità apparentemente infinita di acqua, “la mancanza di fonti di acqua potabile interessa circa un miliardo di persone al mondo” e “la desertificazione sta viaggiando a livelli mai visti nella storia dell’uomo. Siamo in presenza di una situazione devastante per il pianeta, con centinaia di km di deserto che si allungano verso il mare.” Quando si parla di migrazioni, non si possono trascurare questi fattori, per quanto appaiano lontani dalle partenze dalle coste libiche. 

Si aggiunge poi l’esportazione di armi: “Stiamo inondando il mondo di armi. Quelle di piccolo taglio rendono insicura la vita in una dinamica più orizzontale, più bassa, e quelle di distruzione di massa, che rendono insicura la vita per i popoli.”  Oggi per esempio, come Italia, “stiamo vendendo 5 fregate militari classe alpino, tra le più grandi navi da guerra del mondo, all’Egitto, che il nostro Ministero degli Esteri considera paese non sicuro.” Per quanto riguarda la comunicazione attorno alle migrazioni non si può non evidenziare anche l’espediente retorico della costruzione del nemico. “Questo nodo della costruzione del nemico esterno si accompagna a una riduzione progressiva del concetto di democrazia, o del rapporto tra la democrazia e i sistemi democratici che avevamo conosciuto post-seconda guerra mondiale e il capitalismo.” 

“Salvando le persone” prosegue Casarini, “facciamo conflitto con un sistema che prevede che proprio il non salvare queste persone modifichi le fonti di legittimazione delle costituzioni e produca un nuovo modo di intendere la civiltà, sentendoci parte di un tutto che comprende anche tutti gli altri errori di sistema come noi,” da chi fa attivismo nel Golfo del Messico ai contadini indiani che protestano per i loro diritti nel più grande sciopero della storia, fino a Black Lives Matter. Recuperare come valore fondamentale quello della vita – ogni vita — è l’unico atto in grado di riportarci a una condizione di reale umanità, ed è un atto rivoluzionario. 

Dal punto di vista delle politiche nazionali ed europee, Caccia identifica una linea che potrebbe, superando la facile retorica, portare soluzioni concrete per rendere sia più umana che più sicura la gestione dei flussi migratori. Prima di tutto “chiudere la collaborazione con le milizie criminali libiche,” istituire poi “una grande operazione di ricerca e soccorso delle marine delle costiere europee nel mediterraneo centrale,” considerato che le potenze dell’unione “hanno tutti i mezzi e le competenze per poterlo fare, e degli uomini straordinari a bordo.” Il terzo punto prevederebbe “la costruzione di corridoi umanitari che consentano di evacuare migliaia di donne uomini e bambini che sono attualmente detenuti nei campi di concentramento in Libia ed esposti a quotidiane violenze e abusi.” Sarebbe infine necessario “ripensare le politiche di immigrazione verso l’Europa prevedendo dei canali legali e sicuri per accedere al nostro continente.”

Una tragedia umanitaria ignorata

Quella che accade quotidianamente nel Mediterraneo centrale, che continua ad accadere anche se sulle prima pagine si parla solo della pandemia, è una tragedia umanitaria. La necessità di agire come società civile italiana deriva in primo luogo dalla posizione geografica in cui il nostro paese si trova. Tra le molte tragedie umanitarie che avvengono ogni giorno nel mondo, insomma, secondo le parole di Casarini, a noi, o vicino a noi, è “capitata” questa, “geograficamente nel nostro mondo.” È importante però ricordarsi che le cause sono globali, così come dev’essere frutto di un sentimento globale la logica di azione. 

La migrazione è un fenomeno radicato nella storia dell’umanità, inquadrare i flussi a cui assistiamo oggi esclusivamente all’interno della retorica dei “porti aperti” in contrapposizione a quella dei porti chiusi è semplicistico. Gli spostamenti di esseri umani sono invece generati dai problemi della contemporaneità nel loro insieme. “Il climate change è la prima causa del fenomeno migratorio,” spiega Casarini, “ancora prima della guerra. Perché la desertificazione del pianeta e soprattutto la mancanza d’acqua provocano l’impossibilità della pratica vitale dell’agricoltura e dell’allevamento e quindi tolgono letteralmente la possibilità di vivere.” Anche se raramente ne abbiamo la percezione vivendo in una società in cui ci basta aprire un rubinetto per avere una quantità apparentemente infinita di acqua, “la mancanza di fonti di acqua potabile interessa circa un miliardo di persone al mondo” e “la desertificazione sta viaggiando a livelli mai visti nella storia dell’uomo. Siamo in presenza di una situazione devastante per il pianeta, con centinaia di km di deserto che si allungano verso il mare.” Quando si parla di migrazioni, non si possono trascurare questi fattori, per quanto appaiano lontani dalle partenze dalle coste libiche. 

Si aggiunge poi l’esportazione di armi: “Stiamo inondando il mondo di armi. Quelle di piccolo taglio rendono insicura la vita in una dinamica più orizzontale, più bassa, e quelle di distruzione di massa, che rendono insicura la vita per i popoli.”  Oggi per esempio, come Italia, “stiamo vendendo 5 fregate militari classe alpino, tra le più grandi navi da guerra del mondo, all’Egitto, che il nostro Ministero degli Esteri considera paese non sicuro.” Per quanto riguarda la comunicazione attorno alle migrazioni non si può non evidenziare anche l’espediente retorico della costruzione del nemico. “Questo nodo della costruzione del nemico esterno si accompagna a una riduzione progressiva del concetto di democrazia, o del rapporto tra la democrazia e i sistemi democratici che avevamo conosciuto post-seconda guerra mondiale e il capitalismo.” 

“Salvando le persone” prosegue Casarini, “facciamo conflitto con un sistema che prevede che proprio il non salvare queste persone modifichi le fonti di legittimazione delle costituzioni e produca un nuovo modo di intendere la civiltà, sentendoci parte di un tutto che comprende anche tutti gli altri errori di sistema come noi,” da chi fa attivismo nel Golfo del Messico ai contadini indiani che protestano per i loro diritti nel più grande sciopero della storia, fino a Black Lives Matter. Recuperare come valore fondamentale quello della vita – ogni vita — è l’unico atto in grado di riportarci a una condizione di reale umanità, ed è un atto rivoluzionario. 

Dal punto di vista delle politiche nazionali ed europee, Caccia identifica una linea che potrebbe, superando la facile retorica, portare soluzioni concrete per rendere sia più umana che più sicura la gestione dei flussi migratori. Prima di tutto “chiudere la collaborazione con le milizie criminali libiche,” istituire poi “una grande operazione di ricerca e soccorso delle marine delle costiere europee nel mediterraneo centrale,” considerato che le potenze dell’unione “hanno tutti i mezzi e le competenze per poterlo fare, e degli uomini straordinari a bordo.” Il terzo punto prevederebbe “la costruzione di corridoi umanitari che consentano di evacuare migliaia di donne uomini e bambini che sono attualmente detenuti nei campi di concentramento in Libia ed esposti a quotidiane violenze e abusi.” Sarebbe infine necessario “ripensare le politiche di immigrazione verso l’Europa prevedendo dei canali legali e sicuri per accedere al nostro continente.”

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Il futuro secondo Mediterranea

Nell’assenza di proposte che si avvicinino a una simile politica da parte dei governi, Mediterranea continua la sua attività di monitoraggio di soccorso. Secondo indiscrezioni pubblicate da da Repubblica e L’Avvenire, l’organizzazione si appresta a mettere in mare una nuova imbarcazione, che presenterebbe le caratteristiche per ospitare a bordo più di 700 persone. Benché la notizia non possa ancora essere “confermata né smentita,” Caccia conferma che “l’attività di Mediterranea certamente non si ferma.” Nel frattempo Mediterranea Saving Humans è formalmente diventata un’associazione ed è stata lanciata una nuova campagna di tesseramento per il 2021 con il titolo di “ceci n’est pas une tessera: è la possibilità di salvare vite in mare.” Diverse personalità di spicco hanno già aderito, tra cui la segretaria generale della Fiom Francesca Re David, il leader della lega dei braccianti Aboubakar Soumahoro e il sacerdote fondatore di Libera Don Ciotti. L’obiettivo è quello di allargare ulteriormente la base dell’associazione, per poterne ampliare e migliorare l’attività, ma anche per lanciare un forte messaggio a partire dalla società civile a fronte di politiche più efficaci e più giuste per gestire le migrazioni smettendo di criminalizzarle. Il 2020 ha portato con sé difficoltà prima inimmaginabili, ma anche una nuova prospettiva e l’opportunità di considerare problematiche sempre esistenti sotto una luce nuova. Nel 2021 Mediterranea si propone di crescere cercando l’adesione di chiunque riconosca nell’umanità il valore attorno a cui strutturare la propria vita.

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Il futuro secondo Mediterranea

Nell’assenza di proposte che si avvicinino a una simile politica da parte dei governi, Mediterranea continua la sua attività di monitoraggio di soccorso. Secondo indiscrezioni pubblicate da da Repubblica e L’Avvenire, l’organizzazione si appresta a mettere in mare una nuova imbarcazione, che presenterebbe le caratteristiche per ospitare a bordo più di 700 persone. Benché la notizia non possa ancora essere “confermata né smentita,” Caccia conferma che “l’attività di Mediterranea certamente non si ferma.” Nel frattempo Mediterranea Saving Humans è formalmente diventata un’associazione ed è stata lanciata una nuova campagna di tesseramento per il 2021 con il titolo di “ceci n’est pas une tessera: è la possibilità di salvare vite in mare.” Diverse personalità di spicco hanno già aderito, tra cui la segretaria generale della Fiom Francesca Re David, il leader della lega dei braccianti Aboubakar Soumahoro e il sacerdote fondatore di Libera Don Ciotti. L’obiettivo è quello di allargare ulteriormente la base dell’associazione, per poterne ampliare e migliorare l’attività, ma anche per lanciare un forte messaggio a partire dalla società civile a fronte di politiche più efficaci e più giuste per gestire le migrazioni smettendo di criminalizzarle. Il 2020 ha portato con sé difficoltà prima inimmaginabili, ma anche una nuova prospettiva e l’opportunità di considerare problematiche sempre esistenti sotto una luce nuova. Nel 2021 Mediterranea si propone di crescere cercando l’adesione di chiunque riconosca nell’umanità il valore attorno a cui strutturare la propria vita.

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