Il senato statunitense deciderà oggi se confermare come direttrice della CIA Gina Haspel, nominata per il ruolo dal presidente Trump in seguito al passaggio del precedente direttore, Mike Pompeo, alla posizione di Segretario di Stato.

Haspel sarebbe la prima donna a ricoprire l’incarico di direttrice dell’Agency, così come è stata la prima donna ad esserne vice-direttrice; sarebbe inoltre la prima agente operativa a raggiungere la posizione dopo un lungo periodo di politici, generali ed analisti. Haspel ha servito infatti l’agenzia di intelligence per 33 anni, 30 dei quali passati sotto copertura.

Queste informazioni, condite da aneddoti di professionalità e freddezza sul campo, sono la base della narrativa ufficiale che la CIA, tramite i suoi account social, cerca di costruire attorno alla propria direttrice ad interim. Su Twitter, esempi delle capacità di Haspel sono seguiti da accenni allo scetticismo subito da parte dei colleghi di sesso maschile, o ai sentimenti umanitari dell’ex-agente di fronte alle condizioni di povertà di uno degli stati visitati.

Nelle settimane passate la CIA ha inoltre fornito, al Congresso e ad alcune testate, memo riguardanti la biografia di Haspel, soffermandosi su dettagli umanizzanti come le sue passioni sportive e musicali o l’amore per le lingue straniere, assieme a documenti interni che ne dipingono in maniera positiva l’operato.

Una tale operazione di propaganda interna da parte dei servizi segreti esteri è di per sé preoccupante e possibilmente illegale, ma risulta ancora più eclatante vista la persona in questione: Gina Haspel infatti è profondamente implicata nel programma di torture perseguito dalla CIA nel periodo successivo agli attentati dell’11 Settembre 2001, quando il fervore bipartisan della “War on Terror” scatenata dal presidente Bush era massimo.

Gina Haspel è profondamente implicata nel programma di torture perseguito dalla CIA nel periodo successivo agli attentati dell’11 Settembre 2001.

Haspel era al comando di un “black site” (base operativa clandestina) in Thailandia, dove era detenuto Zayn al Abidin Muhammad, meglio conosciuto come Abu Zubaydah, catturato nel marzo del 2002 ed erroneamente annoverato fra gli organizzatori degli attentati sul suolo americano e descritto come il “numero tre di al-Qaeda,” ma mai accusato di crimini di guerra; egli fu vittima del regime di “enhanced interrogation techniques” approvato dal governo Bush: al suo arrivo fu tenuto in isolamento per 47 giorni, successivamente, in un arco di 20 giorni passò 200 ore in una cassa simile ad una bara, e  quasi 30 in una di dimensioni ancora ridotte, larga solamente 50 cm. Fra i vari abusi, fu sottoposto 83 volte al waterboarding, legato nudo ad una tavola, il volto coperto con un panno su cui veniva versata acqua fino a provocargli conati e vomito; un altro detenuto, Abd al-Rahim al-Nashiri subì un simile trattamento.

Dopo aver gestito il “black site”, secondo un report di Greg Miller per il Washington Post, Haspel si spostò al quartier generale dell’agenzia per una posizione al Centro di Antiterrorismo, da cui per anni fece pressioni perché le cassette che contenevano le riprese delle interrogazioni venissero eliminate.

Nel novembre del 2005, fu lei stessa, sotto gli ordini di Jose Rodriguez, allora capo del direttorato operativo dell’agenzia, ad approvare la distruzione dei 92 nastri; l’esistenza di queste registrazioni fu sempre negata, nonostante la “9/11 Commission,” incaricata dal governo Bush di investigare le circostanze degli attentati, avesse espressamente chiesto di ottenere ogni possibile documento relativo agli interrogatori dei detenuti della base thailandese.

Soltanto nel 2007, in seguito a un’inchiesta del New York Times, si scoprì delle cassette e della loro distruzione, ma un’investigazione del Dipartimento di Giustizia, conclusasi nel 2010, stabilì che non ci sarebbero state ripercussioni legali per le persone coinvolte.

Il supporto per Haspel però, non arriva solamente dall’interno della CIA: numerosi ex-leader dell’intelligence, riciclatisi nel settore privato o come ospiti di talk show, hanno firmato una lettera in favore della sua candidatura, mentre altri hanno sostenuto che Haspel non avesse colpe nella distruzione delle registrazioni, in quanto stava solamente eseguendo degli ordini, celebre linea difensiva tratta direttamente dal processo di Norimberga.

Questo fronte compatto, che comprende anche numerosi critici del presidente, si può facilmente spiegare prendendo in conto i timori dei servizi segreti di trovare al proprio vertice una persona  esterna, leale più a Trump che all’agenzia, come nel caso di Scott Pruitt, capo dell’Agenzia di Protezione Ambientale e negazionista del cambiamento climatico.

La fama di torturatrice di Haspel non rappresenta sicuramente un problema, anzi, sotto Trump sembra essere un merito: anche Mike Pompeo, il precedente direttore della CIA scelto da Trump infatti si disse favorevole a rivedere le leggi sugli interrogatori, in un chiaro riferimento al waterboarding e alle altre procedure post 11 settembre. Proprio con la nomina di Pompeo lo scorso anno, i Democratici non si sono mostrati capaci o desiderosi di opporsi ai Repubblicani — 14 Senatori Democratici votarono assieme ai loro avversari per confermare il candidato — e ora che sarà Haspel a passare sotto lo scrutinio del Senato, nonostante lei stessa abbia cercato di ritirare la candidatura per evitare le polemiche, resta il dubbio che si preferisca mantenere fede ai dettami della “War on Terror” piuttosto che a quelli dei diritti umani.

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