Si possono sparare proiettili di gomma e lacrimogeni ai manifestanti palestinesi e al contempo essere arruolate tra le fila delle influencer di Instagram?

Sin dal 1948, anno della sua fondazione, Israele prevede la coscrizione obbligatoria non solo per gli uomini, ma anche per le donne. Il servizio di leva inizia a 18 anni e per le donne dura 2 anni, uno in meno rispetto agli uomini: ad oggi circa il 34% degli effettivi delle forze israeliane sono soldatesse. L’obiezione di coscienza non è un’opzione prevista. Per evitare la coscrizione si deve dimostrare di essere particolarmente religiosi o avere problemi di salute o simili, ma il rifiuto per motivi diversi da questi porta dritto alla galera. E d’altra parte, sono pochi gli israeliani che si oppongono alla leva, che viene vista come un importante momento di formazione, oltre che un dovere, servizio necessario per la protezione dello stato dai suoi nemici. Non è un caso infatti che le forze israeliane si chiamino Israel Defense Forces, a sottolinearne la natura difensiva, per lo meno negli intenti.

Visitare Israele e i Territori Palestinesi significa imbattersi in molte situazioni bizzarre; Israele presenta se stesso come un’isola di democrazia di stampo europeo immersa in un mare di corruzione e autoritarismi arabi, ma in realtà tra Tel Aviv e Gerusalemme si respira un’aria tutta particolare, che è difficile definire attraverso similitudini con altre nazioni. Tra le varie esperienze stranianti – se non inquietanti – che un turista si deve aspettare, c’è la frequenza con cui si viene affiancati da gruppi di post-adolescenti locali che indossano una divisa militare verde kaki e portano in spalla un fucile. Il sabato e la domenica soprattutto, le strade di Gerusalemme sono invase da questi gruppi scomposti di ragazzi che sono contemporaneamente adolescenti a passeggio e soldati in licenza, con tutti i contrasti derivanti da questa combinazione: prendere un bus alla Central Station di Gerusalemme diretto a Tel Aviv significa essere urtati diverse volte dal metallo degli M-16 ciondolanti sulle loro spalle.  Arma di cui sono responsabili 24/7, fuori e dentro la base militare, e che perciò devono portarsi in giro anche nei giorni di riposo, con notevole effetto intimidatorio.

Anche le ragazze – soldato, per i motivi ricordati sopra, abbondano, si aggirano per le strade della città portandosi addosso l’inequivocabile fascino compatto e senza sbavature della giovinezza. La moda tra le giovani soldatesse israeliane sembra prevedere capelli molto lunghi da portare sciolti, al bando la praticità in favore di una vanità ben più coerente con l’età. Ecco la stranezza: l’adolescente, con la sua vanità e immaturità, sembra ancora vivo e vegeto sotto le vesti del soldato. Visitando questi luoghi, ci si aspetta un’atmosfera tetra, guerresca, di pericolo, inquinata dai check point, dal muro di divisione, dalle ingiustizie degli israeliani, dagli attentati dei palestinesi. Ma la verità è che lo scontro con queste grandi questioni morali e di principio è reale tanto quanto il quotidiano, che con le sue banalità si insinua anche dove non ti aspetti.

Le soldatesse israeliane sono l’esempio di questo intrecciarsi. Non sembrano temibili e minacciosi militari, somigliano piuttosto alla fidanzata di tuo fratello più giovane che va ancora al liceo, la stessa indolenza e la stessa civetteria. E – guardia ai check point a parte – gli stessi passatempi. Instagram per esempio.

Il Daily Mail, il New York Post, il nostro Corriere della Sera: sono alcune delle testate che  non hanno potuto fare a meno di sottolineare (non senza un fastidioso atteggiamento pruriginoso) un fenomeno quanto meno curioso: si possono sparare proiettili di gomma e lacrimogeni ai manifestanti palestinesi e al contempo essere arruolate tra le fila delle influencer di Instagram che racimolano cuori mostrando una curva lombare adeguatamente accentuata. E indossando la divisa dell’IDF in entrambi i casi.

Account instagram come Hotisraleiarmygirls (153 mila followers) o Girlsdefense (68,4 mila follower) o la pagina Facebook @IDF.girls (16000 followers) sono profili social dove le soldatesse inviano foto di sé stesse in divisa e in bikini, senza soluzione di continuità. Se nel primo account le foto sono decisamente provocanti, nei due seguenti le pose delle ragazze sono molto più innocenti, foto non diverse da quelle che posterebbe una nostra amica qualunque. Non si può però non notare l’incongruenza di un’immagine in cui la protagonista cerca la luce migliore (ok), si passa una mano tra i capelli (ok), sorride guardando in basso come insegnano le influencer (ok), mentre abbraccia un fucile da combattimento che potrebbe far fuori molte più persone di uno sguardo ammiccante (mmm). Un ruolo militare non sembra essere inconciliabile con l’autopromozione via social, non sembra esserci nessun contrasto percepito. Shoval Cohen, amministratrice della pagina IDF.girls, ha risposto alle nostre perplessità dicendo che “noi pubblichiamo solamente foto di ordinarie soldatesse”. Non esiste il rischio di ‘rendere la guerra sexy’? “Non cerchiamo di fare questo; riceviamo decine di foto ogni giorno e innumerevoli commenti, e crediamo che queste foto servano a far sentire le persone più vicine ad Israele, nonostante il clima ostile che circonda la nazione”. Anche Ivan Weinberg, amministratore della pagina Girlsdefense, riceve decine di foto al giorno inviate dalle soldatesse. “Molto spesso [sotto le foto postate] vedo commenti riguardanti la sessualità di questa o quella ragazza, ma in essi non si fa mai riferimento alla guerra; secondo me, la guerra non ha niente di sexy, ma il servizio di leva invece può avere anche questa caratteristica. In ogni caso, il mio intento principale non è sottolineare questo lato dell’esercito israeliano, ma quello di mostrare al mondo chi sono le persone che davvero proteggono Israele dal terrore, perché i media diffondono già abbastanza notizie false sulla malvagità di Israele.

Le foto hanno ricevuto molti commenti offensivi da persone arabe, che chiamavano le ragazze puttane o assassine di bambini, ma ora i commenti che contengono queste parole vengono automaticamente bannati”. I gestori delle pagine sembrano essere animati semplicemente da spirito patriottico e comunitario: mettono l’accento sul contenuto (la rappresentazione delle ragazze dell’IDF) senza prestare molto attenzione alla forma dello stesso (come vengono rappresentate le ragazze dell’IDF).

D’altra parte, una certa impressione di schizofrenia rimane.

Pubblicare selfie è di solito un’inconscia rivendicazione di individualismo e di autonomia, mostra un desiderio di emergere da una massa indistinta; nell’esercito ogni particolarità viene livellata per favorire la compatezza del gruppo, e forse in un tale contesto l’esigenza di distinguersi diventa ancora più impellente, soprattutto per una persona giovane la cui identità è ancora acerba. C’è però tanta ingenuità (o a pensar male tanto cinismo) nel voler ignorare la dimensione politica di queste foto: le sexy soldatesse parlano di normalizzazione della violenza e di desensibilizzazione nei confronti di una situazione, quella di una società militarizzata da decenni, tutt’altro che normale.

Nel 2012 – periodo in cui l’IDF lanciò un’offensiva su Gaza in reazione a lanci di razzi da parte di Hamas – Buzzfeed pubblicò una serie di foto tratte da Instagram definendole ‘surreali’: questa volta non si trattava di soldatesse in pose ammiccanti, ma di soldati – maschi e femmine – sorridenti e abbracciati, ritratti in foto corredate da didascalie come “ready for war” o “we’re coming for you gaza!” e hashtag attira like dove ai classici #instalove si alternano i più insoliti #kill e #bomb.

Nel 2012 tale Barak Raz pubblica sul proprio profilo Facebook una foto con didascalia “only in Israel”: ritrae una ragazza di spalle in bikini in un’affollata spiaggia israeliana; tutto normale, se non fosse che la suddetta porta a tracolla il fucile d’ordinanza. Lo scatto è stata condiviso circa un migliaio di volte e commentato ancor di più, da uomini soprattutto. Il fucile d’assalto è stato tolto dal contesto guerresco che gli è proprio per entrare a far parte di una composizione innocua, dove l’arma mortale non fa altro che rafforzare il potenziale seduttivo di un corpo seminudo.

La via verso la normalizzazione è in certi casi imboccata anche dagli organi ufficiali del governo. Nel 2007 il consolato israeliano di New York incoraggiò un’iniziativa del magazine Maxim, che pubblicò un servizio dove a brevi interviste venivano affiancate foto di soldatesse in biancheria intima e pose consone allo stile della rivista. Aspre critiche sono state rivolte da membri della Knesset al Ministero degli Esteri, ma rimane il fatto che questo e altri episodi sembrano indicare una tendenza generale alla rappresentazione impropria delle armi.

La serietà della guerra: è un sentimento che la maggior parte degli italiani contemporanei non ha mai sperimentato in prima persona, ma è un’idea familiare, trasmessaci dai racconti solenni dei sopravvissuti all’Olocausto, dalla melodia terribilmente malinconica del pianista di Roman Polanski, dalle facce scure degli inviati di guerra in Siria, e – per restare in tema – dalle tracce sanguinose lasciate dai coloni uccisi negli insediamenti illegali  e dai palestinesi uccisi negli scontri alla Spianata delle Moschee. La realtà tuttavia, come sempre, sembra essere più sfumata di come ce la raccontiamo. L’arido e conflittuale Medio Oriente non è lontano come vorremmo, è piuttosto l’immagine di un mondo a cui apparteniamo anche noi: un mondo in cui è sempre più difficile conservare la divisione tra serio e inessenziale, in cui i piani del meschino e del dignitoso si sovrappongono continuamente fino a rendere ridicolo il tragico, come queste foto di Instagram in cui soldatesse con le loro divise scollate evocano l’esibizionismo della vanità tanto quanto la violenza della morte.

Sappiamo però che anche tu, caro lettore, andrai a sbirciare i profili Instagram di queste soldatesse che sono quasi modelle, anzi, proprio come se fossero delle semplici modelle. Ma forse, come noi, non riuscirai a liberarti della sensazione che qualcosa in questo bel mondo dall’esibizione facile sia andato irrimediabilmente storto.

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