Arthur Russell: perché 25 anni dopo la sua morte è ancora importante ascoltarlo

Violoncellista, compositore eclettico, sperimentatore, gli strascichi della sua produzione discografica continuano a influenzare la musica contemporanea. Arthur Russell se n’è andato il 4 aprile del 1992 all’età di 40 anni, stroncato dalle complicazioni dell’AIDS.

La musica di Russell abbatte ogni classificazione di genere, ne annulla i confini spaziali, tende all’esperimento sonoro attingendo ai suoni del mondo in un tentativo di decostruzione e ricostruzione del pop a cui l’artista ha dedicato la sua intera carriera e la vita.

Di Arthur Russell, salvo casi più unici che rari, non si parla (soprattutto in Italia). Se n’è parlato poco quando era in vita, oggi viene del tutto ignorato. I più attenti lo avranno però scovato nell’ultimo album di Kanye West, The Life Of Pablo. In 30 Hours il rapper sovrappone un lungo flusso di coscienza a un campione di Answers Me, da World of Echo. In sottofondo risuona ripetuta in loop una frase astratta, immaginifica: baby lions goes where the islands go.

Il tentativo di Arthur Russell, il fine ultimo a cui tutto il suo lavoro è teso, è stato quello di scardinare il pop contaminandolo con immagini e suoni provenienti dal mondo — un mondo in cui produzione creativa e sfera privata non erano mai scissisottolineava Clara Miranda Scherffig su Prismo.

Nasce in Iowa, a Oskaloosa, nel 1951. All’anagrafe fa Charles Arthur Russell. Cresce tra le distese di grano a perdita d’occhio in una famiglia tradizionale. Il padre è un operaio, dalla madre eredita la passione per la musica e, come lei, inizia a suonare fin da giovane il violoncello. Si appassiona da subito alla musica folk.

A 18 anni viene beccato nella sua stanza dal padre mentre sta fumando marijuana da una pipetta; forse è stato questo l’episodio scatenante, sta di fatto che poco tempo dopo parte per San Francisco unendosi alla comune buddhista guidata dal dispotico Neville G. Pemchecov Warwick. Qui Russell studia musica classica indiana e frequenta il conservatorio. In quel periodo conosce fra gli altri il poeta Allen Ginsberg, con il quale instaurerà un fortissimo legame personale.

Nel 1973 si trasferisce definitivamente a New York in un appartamento nell’East Village, al 437 della 12a strada. Nello stabile vivono lo stesso Ginsberg e molti altri artisti. Come testimoniato dal documentario Wild Combination: a portrait of Arthur Russell, presentato al festival di Berlino nel 2008, la collaborazione tra Russell e Ginsberg in quegli anni è costante, con il primo che non manca di chiedere pareri al poeta riguardo l’efficacia dei propri testi. I confronti tra i due sfociano spesso in aspre discussioni; Ginsberg reputa infatti i versi del musicista troppo generici, allusivi e astratti ma riconosce l’ambizione dell’artista di voler scrivere popular music, o meglio bubblegum music o, meglio ancora, buddhist bubblegum music. D’altro canto anche i tentativi musicali di Ginsberg di quegli anni risentono dell’influenza di Russell, il quale scrive e suona le melodie che accompagnano i versi del poeta.

A New York frequenta il conservatorio ma soprattutto diventa direttore artistico di The Kitchen, uno spazio dedicato allo sviluppo delle arti performative e della musica sperimentale. Qui invita a suonare i compositori Philip Glass e Steve Reich e ospita i Modern Lovers, uno dei gruppi di spicco della scena pre–punk americana. Avvicinatosi all’ambiente rock entra in contatto con David Byrne e i Talking Heads.

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Poi, all’improvviso, arriva la disco. Prima di diventare uno stilema musicale, gli anni ‘70 sono stati un propulsore di idee e contaminazioni. Lo Studio 54 è la dimora notturna della scena musicale newyorkese. Lì gli artisti ballano, si sballano, assimilano musica di altri facendola propria, ne assorbono il suono e l’intento artistico.

Russell inizia a frequentare il Loft, uno spazio creato da David Mancuso con il proposito esplicito di organizzare un grande non–profit party a cui le persone possono partecipare facendo una donazione libera:

“There was a giant room which had a giant mirror ball. There would be free water, bowls of fruit, a lot of drugs, where there was a sense of feeling safe, white gay, black gay, spanish gay and some hippies. It a was a party, it was like a birthday party for kids.”

Nel frattempo prosegue le sue sperimentazioni sonore. Unisce i ritmi africani a quelli indiani, insegue il successo in modo confusionario e distaccato, mescolando al funk le incursioni del suo violoncello con l’intento dichiarato di produrre mass market music.

In quel periodo fonda assieme all’amico William Socolov la Sleeping Bag Records, tramite la quale verrà prodotto l’album 24→24 (1982) contenente il fortunato singolo disco Go Bang, a cui partecipa Lola Love (performer, precedentemente corista di James Brown) e che verrà pubblicato attraverso lo pseudonimo Dinosaur L.

Nonostante questo rappresenti per l’artista un periodo favorevole, iniziano a prendere forma le spigolosità del carattere di Russell, molto produttivo ma distratto, volubile e terribilmente inconcludente. La musica finisce per risentirne. Si dice che abbia impiegato cinque anni per concludere il brano That’s Us/A Wild Combination. Russell non è mai soddisfatto del risultato, continua a cambiare il beat, aggiunge e toglie elementi in continuazione. Le persone che collaborano con lui in questi anni sottolineano quanto fosse frustrante avere a che farci, doverci lavorare assieme.

Malgrado tutto la sua genialità è ormai un fatto assodato nell’ambiente artistico e fa si che Robert Wilson, drammaturgo e regista newyorkese, lo chiami a collaborare per le musiche della Medea di Euripide. La collaborazione, agevolata dall’amicizia comune con Philip Glass, non va però a buon fine. Russell manca di costanza, è incapace di rispettare qualsiasi scadenza. Miles finisce per stufarsi in fretta e lo licenzia.

Altrettanto rocambolesca è la partecipazione al brillante progetto power pop di Ernie Brooks dal nome The Necessaries. Anche in questo caso il progetto, iniziato nel 1978, si interrompe in modo traumatico dopo soli due album quando un giorno, poco prima di un concerto, Russell decide di punto in bianco di non volersi più esibire con il gruppo. Brooks inizialmente non la prende bene, ma comprende la scelta. Un’altra parentesi che si chiude.

Col tempo Russell sviluppa una vera e propria ossessione per la musica. Si convince che i Rolling Stones abbiano ascoltato i suoi pezzi rubandogli le idee per poi utilizzarle nei loro album. L’accusa è curiosa, ma forse non del tutto priva di fondamento. Lo stesso Keith Richards infatti, nella sua autobiografia del 2010 — Life — pubblicata in Italia da Feltrinelli, accusa Mick Jagger di aver preso spunto da alcuni ascolti notturni nei locali di New York per la realizzazione di Some Girls (1978). Parlando di Miss You dice:

“…Non pensammo un granché mentre la stavamo facendo. Era un po’ della serie: Ah, Mick è andato in discoteca ed è uscito canticchiando la canzone di qualcun altro. Era il risultato delle notti che passava allo Studio 54, saltandosene fuori con quel ritmo in 4/4 di basso e batteria.”

Russell trascorre le giornate in casa assorbito dalla musica che compone in continuazione, cestina o archivia meticolosamente. Mentre il suo compagno Tom esce tutte le mattine per andare a lavorare, lui trascorre ore a suonare e ad ascoltare rumori di fondo. Un giorno, rientrando dal lavoro, Tom racconta di averlo trovato seduto di fronte alla tastiera nel tentativo di comporre musica ascoltando il suono del frullatore in azione. Amava i suoni di sottofondo e i rumori ambientali, a tal punto da voler comprare un acquario per poter ascoltare lo sciabordio dell’acqua contro le pareti. Oppure faceva jogging fino all’Hudson per sentirne il rumore dal vivo. Dopo la sua morte, la musica di Russell verrà definita oceanica proprio per l’annullamento dei confini, la spazialità, il respiro universale.

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Nel 1986 Arthur Russell scopre di essere positivo all’AIDS. Tom scopre di non esserlo. Un’altra parentesi tragicamente umana.

Il periodo che segue la diagnosi della malattia si rivelerà in realtà un momento favorevole per la produzione musicale dell’artista. Prima che la sua salute peggiori irrimediabilmente, Russell trascorre ancora le serate al club ad ascoltare musica. In quei mesi, paradossalmente, il suo impegno aumenta. Nonostante il cancro alla gola, insorto all’improvviso, lo costringa a frequenti sedute di chemioterapia, il lavoro sulla voce e sul violoncello diventa costante. Poi le sue condizioni di salute peggiorano, sopraggiunge la demenza, Russell appare sempre più spaesato — but still with a feeling of grace. Fino alla morte, arrivata il 4 aprile del 1992.

In vita Arthur Russell ha pubblicato un solo album dal titolo World Of Echo (1986), un disco di echi vocali, riverberi sonori e suoni che sembrano provenire dal futuro. Il resto della discografia, costituita da centinaia di nastri, lyrics e demo, verrà recuperata e pubblicata solo dopo la sua scomparsa grazie al lavoro di ricerca di Audika Records (l’ultima compilation, Corn, è uscita nel 2015), consegnando alla storia una collezione di canzoni dal respiro universale, il più delle volte slegate da un periodo musicale preciso e per questo complicate all’ascolto e allo stesso tempo estremamente moderne.

Gli album di Russell raccolgono un’alchimia di suoni, sfumature ed emozioni molte volte dissonanti che portano con loro l’idea di una vita artistica che non è mai stata disgiunta dall’esistenza della persona.

La musica è lo strumento per rappresentare una dimensione onirica altrimenti irraggiungibile, un catalizzatore di sensazioni difficilmente intercettabili dagli schemi musicali dell’epoca. Questa è stata la grandezza di Arthur Russell, la sua follia. Tentare di ridefinire la musica pop sovvertendone i canoni, combinando la percussione delle corde del violoncello a una voce traboccante di effetti, sforzandosi di afferrare la musica dall’alto nell’intento di unire tradizioni musicali lontane. Provando — e riuscendo — a eluderne le distanze geografiche. Componendo musica che dall’Iowa, o dalle sponde dell’Hudson, ha sempre cercato di guardare avanti, oltre l’orizzonte, al mondo.

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