Raccontare la Transnistria come se fosse un paese normale

Un reportage che parla di una repubblica separatista post-sovietica almeno quanto parla di te che leggi — e di Nicolai Lilin

Tutte le fotografie: Marco Carlone

La Transnistria è una repubblica non riconosciuta, sulla carta appartenente alla Moldavia, indipendente de facto dal 1992. Avendo un’estensione inferiore alla provincia di Brescia e meno abitanti di quella di Pavia, non guadagna pressoché mai l’attenzione della stampa italiana, raramente di quella europea. Creatura giuridica deforme, ibrida e anormale, attira però due tipi di categorie professionali: i famigerati policy-maker, tutta la fauna di peace-maker, peace-keeper, policy advisors, raggruppata in think-tank o task-force, ovvero gli specialisti che studiano, analizzano, commentano questo frozen conflict tra Russia ed Unione Europea e ne ipotizzano possibili soluzioni, riconciliazioni, gli scenari futuri; i reporter o aspiranti tali che vanno a vedere quanto la Transnistria è kitsch, quanto è pericolosa, o quanto questo paese che non esiste sia fermo nel tempo.

Io, Martina (interprete e dottoranda) e Marco (trenofilo balcanista, autore di tutte le foto qui dentro) apparteniamo alla seconda categoria. Siamo voyeur del post-socialismo, quelli, per capirci, che godono a vedere le labbra a tubo degli amici che sinceramente stupiti erompono in un “ma che ci vai a fare?”, quando gli esponi i piani delle vacanze estive.

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Lo scorso agosto siamo andati in Transnistria, viaggio on the road che ci ha fatto partorire un simpatico reportage per Il Tascabile e anche qualcosa di più serio. L’obiettivo? Fare quello che nei cultural studies viene chiamata imagology, lo studio di rappresentazioni e stereotipi. E il minuscolo staterello post-sovietico si prestava particolarmente bene ai nostri scopi: la Transnistria produce più stereotipi di quanti ne possa consumare. Se fossimo su ByoBlu o su Tze Tze, allora, questo articolo si intitolerebbe “QUELLO CHE NON SAI SULLA TRANSNISTRIA.” Ma dato che apparteniamo alle frange buoniste, abbassiamo il tiro e ci limitiamo a raccontare quello che abbiamo visto, letto, capito, immaginato di capire di questo lembo di terra all’estremità orientale dei Balcani.

Tiraspol, Transnistria

Tiraspol, Transnistria

In Italia, buona parte della sua cattiva fama la deve a un figlio rinnegato, lo scrittore Nicolai Lilin, autore del best-seller Educazione Siberiana, ambientato proprio nella seconda città della Transnistria per numero di abitanti, Benderi (Tighina in moldavo). Il romanzo dipinge un sottobosco criminale dove clan spietati di origine siberiana si contendono traffici illeciti rispettando solo la legge dell’onore, ed è stato molto apprezzato anche da Roberto Saviano. Sebbene altri, in Italia e all’estero, ne abbiano contestato la veridicità, e nonostante Lilin non abbia origini siberiane e nemmeno russe (famiglia moldava con lontane origini polacche), dal romanzo è stato tratto anche un film, diretto da Gabriele Salvatores, ma girato in Lituania — in quanto la Transnistria, ça va sans dire, “oggi resta una terra pericolosissima, è impossibile girare là”. Ovviamente contestare a un romanziere di inventare le proprie storie sarebbe paradossale come contestare a un vegano di non mangiare kebab, se non fosse che Lilin rivendichi di essersi formato davvero tra “guerre civili, terrorismo, criminalità” e oggi commenti “i recenti fatti di terrorismo internazionale” su TGCOM24. Con un livello di elaborazione probabilmente più sofisticato di quello che gli permettono 140 caratteri.

I reportage realizzati in Transnistria hanno quasi sempre tonalità ironiche: la piccola repubblica post-sovietica è essenzialmente una terra da perculare.

Se Lilin gode dell’autorevolezza di quelli dei loro che sono venuti qui, ad arricchire la trattazione della Transnistria partecipano naturalmente anche quelli dei nostri che sono andati là. Ma i reportage realizzati in Transnistria hanno quasi sempre tonalità ironiche: la piccola repubblica post-sovietica è essenzialmente una terra da perculare, una realtà da parodiare esercitando il disincanto dissacrante tipico dei millennial. Ma non sarebbe quello il problema — il postmodernismo è tutto ironia e cinismo, spiegava DFW. In questi articoli, al taglio scanzonato e canzonatorio, si abbinano sia un livello notevole di imprecisione e improvvisazione, sia una pulsione labilmente paternalista, implicitamente orientalista. È una narrazione dominata dal sensazionalismo: la Transnistria sciocca, fa ridere. In termini pirandelliani, quella vecchia imbellettata repubblica separatista suscita solo l’“avvertimento del contrario”, non il “sentimento del contrario”.

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Alcuni esempi?

Prima di definirla come la “Striscia di Gaza dell’Europa Orientale”, un autore di Vice sostiene di essere entrato in Transnistria “dall’est, attraverso la Romania e la Moldavia”, che suona appropriato più o meno come entrare in Friuli dall’ovest attraverso Slovenia e Ungheria. Linkiesta parla di “un buco nero nel cuore [sic] dell’Europa”, come se Tiraspol fosse la capitale del Lussemburgo. Tralasciando quei risibili 600.000 km quadrati di Ucraina che separano i due paesi, l’Huffington Post ventila invece il “costante rischio di invasione-annessione da parte della Russia”, un’eventualità non esattamente terrificante per una cittadinanza che ha più volte manifestato l’intenzione di unirsi alla Federazione russa. Lo stesso giornale, in un altro articolo taglia corto, parlando direttamente di una “regione del sud della Russia”. Resoconti più equilibrati, soprattutto su siti di backpacker incalliti privi di qualsivoglia interesse a vendere la propria storia, se ne trovano, ma in tutti rimane una mancanza: anche in quelli che accennano a una pur vaga interazione con gli aborigeni, la voce dell’Altro è assente. Gli abitanti della Transnistria sono sempre narrati, restando irrimediabilmente muti e subalterni, come nel celeberrimo saggio di Spivak.

Tiraspol. Sullo sfondo, il palazzo del Parlament—del Soviet Supremo

Tiraspol. Sullo sfondo, il palazzo del Parlament—del Soviet Supremo

L’enfasi sull’insicurezza è particolarmente emblematica di questa modalità narrativa. La pericolosità del paese, sulla quale già nel 2002 Limes era stato abbastanza esplicito, può nuocere solo a noi, quelli che non abitano nel paese ma ci vanno come turisti (la Farnesina raccomanda “particolare cautela”). O noi come abitanti della tranquilla e prospera metà pacificata del continente, poiché le porose e non riconosciute frontiere del paese potrebbero facilitare l’acquisto e la proliferazione incontrollata di munizioni, ordigni, armi (atomiche?), con cui poi destabilizzare l’Occidente, come va di moda oggigiorno. Il concetto di “sicurezza” raramente include quella dei cittadini transnistriani che tutte le mattine si svegliano in una tale Gotham City, percepiti e (indirettamente) descritti come una massa informe devota e consacrata al crimine.

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Che la voce dei locali sia assente non deve stupire. Frequentemente gli autori dei reportage non sanno il russo e biasimano l’ignoranza dell’inglese degli autoctoni. I loro pezzi nascono solitamente da decisioni estemporanee, senza una particolare preparazione, quando si è già in giro tra Chișinău e Odessa e si afferra al volo un’occasione d’oro per temprarsi come reporter. Per i nerd dell’Est Europa, del resto, parliamo di una tappa obbligata, una prova del fuoco, quasi un’iniziazione. Perché? La Transnistria è l’ultimo paese comunista d’Europa. Lenin si è fermato a Tiraspol, non serve prenotare il Capodanno a Pyongyang.

Mercimonio dei memorabilia del Sol dell’avvenire, contrabbando dell’Ostalgie, importazione in Occidente di un futuro mai arrivato: nel mondo che fu oltrecortina il business del disagio post-sovietico è un settore in crescita. Per un misto tra hipsteria, portafogli snelli e sane velleità etnografiche, frotte di turisti appartenenti ai ceti medi riflessivi europei calcano le vergini praterie del post-socialismo per vivere un’esperienza pura nel degrado post-sovietico.

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Quando poi è possibile recuperare anche del post-conflict, come in Transnistria, l’esperienza è ancora più coinvolgente: si vanno a toccare con mano i luoghi dove si è combattuto, si affollano i musei dedicati alle vittime, ci si imbeve del patriottismo rimasto, parteggiando per vincitori o vinti, o si scuote amaramente la testa pensando alla barbarie di cui è capace l’uomo. Veni, vidi, vixi. Mentre i locali ricordano, i turisti si commuovono. L’eco sommessa del privilegio di vivere nell’angolo buono del mondo, di essere nati nel momento buono della Storia, di avere i genitori entrati nel mercato del lavoro sotto Craxi, si sopisce travolto dal torrente dell’empatia, dallo scambio, dall’incontro. A casa si torna arricchiti, illuminati, purificati dall’interazione con il Genuino; negli occhi le immagini della miseria, di una popolazione povera ma dignitosa. Così la Transnistria diventa interessante anche per quello che dice di chi ne scrive, di noi, del nostro modo di guardare, della nostra posa antropologica.

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Ci arroghiamo la pretesa di contestare un mito: la Transnistria sta al comunismo quanto Matteo Renzi sta a Béla Kun. Le apparenze ingannano, soprattutto se chi osserva ha una gran voglia di farsi ingannare. Non spunta il sospetto che, magari, i busti di Lenin sono ancora lì perché non ci sono i soldi per rimuoverli, e poi con cosa li sostituisci, quando dal crollo dell’URSS non fai parte di nessuna alleanza, idea, entità sovranazionale? O che, quando hai tre gruppi etnici diversi, tre lingue ufficiali, la Russia ti finanzia il 95% del PIL statale, e ti riconoscono soltanto Abcasia, Nagorno-Karabakh e Ossezia del Sud, magari la sicurezza irradiata dalla falce e martello sulla bandiera può far comodo; o che, se Milan Kundera ancora nel 1983 sostiene strenuamente che l’Europa Centrale comunista era ancora solo un Occidente rapito, se nel 1987 Elie Wiesel scrive che Primo Levi morì “ad Auschwitz quarant’anni dopo”, se oggi in Russia si fanno i picchetti per impedire l’abbattimento dei palazzi sovietici, il passato può darsi non sia esattamente un abito da sera che butti per terra tornando ebbro dalla discoteca, per indossare il pigiama e coricarti sereno, specie se non sai come ti vestirai il giorno seguente.

No.

Abiti in uno stato dove il Parlamento si chiama Soviet Supremo, la capitale offre palazzi popolari immutati e austeri dai tempi di Chruščëv, e la via principale si chiama Strada 25 Ottobre per celebrare la gloriosa rivoluzione del 1917? Devi per forza essere comunista, o perlomeno un nostalgico. Devi campare di una saudade grondante anti-capitalismo e vodka Russkaja, nel salotto la foto del kolchoz di nonno e di Jurij Gagarin, la cagnolina Laika che sgambetta nel tugurio dove malinconico sopravvivi di sussidi, per cui ancora oggi benedici il Partito.

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Nel nostro lavoro abbiamo cercato di penetrare questa nostalgia, affrescando un quadro più complesso, articolato, sfumato, tramite le voci delle persone intervistate. La memoria del post-socialismo in Transnistria è qualcosa di eterogeneo e complicato, come lo sono tutti i ricordi, i lutti, gli amori finiti. E, soprattutto, non è l’unico soggetto che si può raccontare, in questa piccola repubblica ai confini di entrambi gli imperi si possono trovare molte storie degne di nota, affrancandosi dalla triade insicurezza-arretratezza-comunismo.

La memoria del post-socialismo in Transnistria è qualcosa di eterogeneo e complicato, come lo sono tutti i ricordi, i lutti, gli amori finiti.

Si potrebbe scrivere dello Sheriff Tiraspol, la squadra della capitale allenata da un italiano nato in Libia che gioca nel campionato moldavo e lo vince quasi ininterrottamente dal 2000 (al momento è a +8 sulla seconda). Per una coincidenza astrale, nei preliminari di Champions League, ad agosto, ha affrontato il Qarabağ Ağdam, squadra simbolo di un altro frozen conflict.

Si potrebbe scrivere di uno dei pochi successi in politica estera dell’Unione Europea, che è riuscita ad inchiodare Tiraspol al proprio mercato utilizzando la carota dell’economia contro il bastone della presenza militare (Russia). Dal 2016 anche in Transnistria è in vigore il DCFTA, l’accordo economico di libero scambio tra UE e Moldavia, che obbliga i paesi partner ad implementare ampie porzioni di legislazione europea in cambio del diritto all’export verso i 28.

Un tipico ristorante “italiano” a Tiraspol

Un tipico ristorante “italiano” a Tiraspol

Si potrebbe scrivere di una classe politica imbarazzante, incapace di far uscire il paese dalla ventennale crisi economica, ma capace di emanare un decreto di “preparazione all’annessione” alla Russia senza l’accortezza di avvertire la Russia prima, o di nominare la bandiera russa la propria “seconda bandiera ufficiale”, come se si trattasse di divise della nazionale di calcio e si potesse decidere quale esporre in base all’occasione. Una classe politica a cui manca il senso del ridicolo, come testimoniato dall’istrionico ex-presidente Evgenij Ševčuk, che, dopo aver perso le elezioni del 2016 ed essere stato incriminato per corruzione, non ha trovato di meglio che rifugiarsi in Moldavia, dalla quale, diceva solo un paio d’anni prima, il suo paese avrebbe dovuto divorziare per sempre.

O, perché no?, si potrebbe scrivere anche della popolazione, che conta un terzo di pensionati e vive un’emorragia demografica senza fine dal 1989 (quasi un quarto della popolazione in meno). Una popolazione da sempre innamorata non corrisposta di Mosca, impossibilitata a sperare prospettive di sviluppo economico, piagata da una corruzione endemica, di cui però si sente parlare molto poco rispetto ai busti di Lenin che pullulano il paesaggio urbano di Tiraspol. Quelli, immobili dagli anni ‘20, fanno notizia; il Lenin Street Hostel, aperto da un paio d’anni, con cui Dmitri prova a fare un po’ di welfare dal basso, meno.

Si potrebbe, per esempio, provare a raccontare gli stati che non si conoscono come se fossero stati normali. Sarebbe utile, prima di tutto, a noi.

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