Dopo un lungo tour estivo, Mannarino ha pubblicato il suo primo album dal vivo: “Apriti Cielo Live” nato perché, come ci ha raccontato lui, “dopo poche date ci siamo accorti che dovevamo per forza fissare e raccogliere quello che stavamo vivendo in giro per l’Italia, e abbiamo iniziato a registrare i concerti”

Mannarino ha quasi raggiunto i 15 milioni di streaming su Spotify solo con l’ultimo album e ha venduto oltre 100mila biglietti nel lungo tour estivo con cui ha girato l’Italia. Un anno incredibile celebrato con l’uscita dell’album  “Apriti Cielo Live”. Gli abbiamo chiesto di raccontarci di come è nato il suo primo album dal vivo, di cosa aspettarci dal prossimo e del perché viene considerato spesso un outsider della scena musicale italiana.

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I tuoi album sembrano seguire un percorso: i primi, Bar della Rabbia e Supersantos, sono storie raccontate nelle bettole, in contesti intimi e magici, gli ultimi due invece come sono collegati?

Ogni disco rappresenta una ricerca, il raggiungimento di una nuova consapevolezza ed è per questo che ogni mio lavoro è così diverso da quello precedente. In ogni album vado alla scoperta di nuove storie, nuovi territori e nuovi personaggi da raccontare.

“Al monte” è il lato A di “Apriti Cielo”. Con l’ultimo album ho ripreso il filone della fuga. Molti protagonisti tornano e si ripetono, per esempio in Arca di Noé e Al monte. L’album “Al monte” è il momento prima del viaggio che poi ho raccontato con “Apriti Cielo”.

Com’è andato il tour? Perché hai deciso di pubblicare “Apriti cielo live”?

È andato molto bene, la risposta del pubblico è stata sopra ogni aspettativa e l’atmosfera che si è respirata durante i live è stata magica. Per questo motivo, dopo poche date ci siamo accorti che dovevamo per forza fissare e raccogliere quello che stavamo vivendo in giro per l’Italia, abbiamo iniziato a registrare i concerti e così è nato “Apriti cielo live”.

 

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Spesso vieni definito un outsider della musica italiana. Da un po’ di anni assistiamo al successo dell’indie con vari protagonisti, i Thegiornalisti, i Cani, Brunori, Coez, cosa ne pensi e perché il tuo percorso è diverso?

Anche i panini di McDonald sono i più venduti al mondo!

[ride]

Io faccio il mio percorso,  non amo il paragone con altri cantautori. Questo è il mio modo di essere e di esprimermi, sono contento che arrivi alla gente e che funzioni.

Recentemente sei stato in America Latina. Questo viaggio e le ritmiche latine come hanno influenzato la nascita di “Apriti cielo”?

Ho fatto tanti viaggi in America Latina, ho iniziato da Bolivia e Perù. Poi sono stato in Brasile per 10 giorni. È stato un viaggio in solitaria, zaino in spalla, attraverso spazi sconfinati, fuori dal concetto di nazione, senza bandiere solo nella natura, nel deserto.

Sono terre e musiche che già un po’ conoscevo: la mia prima band aveva una formazione a base brasiliana. Il mio intento, è stato quello di unire la scrittura cantautorale a ritmi che invitino a ballare.

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Ora che riempi le arene e hai venduto oltre 100mila biglietti, non ti manca la dimensione più intima dei concerti che facevi all’inizio della tua carriera?

In questi anni ho alternato tour teatrali a tour più festaioli per riflettere ed esprimere al meglio l’anima del disco. Le canzoni dei primi album erano più intime e pensate per una dimensione più teatrale. “Apriti Cielo” invece, con le sue atmosfere tutte da ballare, non poteva essere reso nel live in altro modo se non in una festa e così è stato.

Nei grandi concerti il pubblico ti dà molta carica, ma ci tengo ad alternare sempre i due aspetti. La sfida è unire le due anime, quella festaiola e quella più  intima e raccolta.
In occidente la cultura del corpo è molto meno forte rispetto ad altre aree del mondo in cui il corpo è in antitesi con la ragione: in Brasile per esempio la musica si mischia con le sonorità dell’Africa tribale e anche la poesia contemporanea viene musicata con basi di samba e il popolo si unisce in un coro mentre balla.

L’anima del mio disco è l’ambizione di unire una ricerca di pensiero a dei ritmi che cercano di dare “una botta di vita” in un momento in cui la vitalità manca.

A proposito di vitalità mi viene in mente il brano La strega e il diamante in cui dialetto romano e siciliano si mischiano creando un dialogo molto teatrale. Com’è nata la collaborazione con Simona Sciacca, voce femminile che ha accompagnato anche i tuoi live?

Simona collabora con me dal primo disco. L’ho conosciuta tramite il mio produttore quando siamo andati a registrare in Sicilia. Avevo scritto La strega e il diamante con un ritornello in romanesco, ma vicino a Catania, nessuno aveva quell’accento e quindi abbiamo coinvolto lei che all’epoca aveva 18 anni e abbiamo riscritto assieme il ritornello lasciandoci contaminare dalle sonorità di quel luogo.

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E ha funzionato molto bene dal punto di vista narrativo il cambio di dialetto, alla fine.

Sì, anche perché la strega della canzone incarna l’alterità, una maga che con un incantesimo impedisce che il protagonista si riconosca allo specchio. Il dialetto creava il giusto contrasto.

Visto che spesso i tuoi album sono nati da letture e ascolti nuovi, cosa stai ascoltando e cosa stai leggendo in questo periodo?

Sto prendendo direzioni inaspettate: verso romanzi distopici di fantascienza. Per quanto riguarda la musica sto ascoltando molta elettronica.

 

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