Così si legittima in modo implicito la voglia dei ricchi di alienarsi sempre di più dalle regioni più povere del proprio paese

Il referendum per l’autonomia lombarda si avvicina. Domenica 22 ottobre i cittadini lombardi verranno chiamati alle urne per l’ormai nota consultazione, promossa in modo prepotente dall’autorità regionale nel corso degli ultimi due mesi. Da prima dell’estate l’amministrazione Maroni non ha badato a spese — e, qualche volta, al buon gusto — per ricordare ai propri cittadini di votare. Ma ha avuto anche un alleato gratuito: il referendum catalano.

Dalla fine del mese scorso la cronaca internazionale ha dato ampio spazio alla questione catalana. La regione spagnola ha chiesto ai propri cittadini di scegliere se diventare addirittura una repubblica indipendente dalla monarchia spagnola. La reazione scomposta del governo di Madrid, guidato dal goffo Mariano Rajoy, ha alzato ulteriormente la tensione in modo inatteso e probabilmente nocivo per tutte le parti in causa.

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Ovviamente i nostrani movimenti indipendentisti, veri o presunti, hanno aderito subito alla causa catalana, aiutati dai video agghiaccianti in cui la polizia franchista spagnola picchiava selvaggiamente elettori di ogni età, colpevoli solo di voler votare. Grazie a questa grande attenzione mediatica, vari europei hanno iniziato a informarsi ai vari movimenti indipendentisti del continente — e ha ricordato ai lombardi che nel giro di un mese avrebbero potuto votare anche loro in modo simile ai loro concittadini catalani.

Simile, però, non significa uguale. I due referendum, per quanto abbiano punti in comune, sono profondamente diversi come scopo e soprattutto come rilevanza pratica.

Il referendum lombardo, infatti, è qualcosa di puramente consultivo. Lo si potrebbe definire un sondaggio alle urne, infiocchettato di ufficialità.

Qualsiasi risultato dovesse emergere dalle consultazioni, infatti, a livello pratico non succederà nulla di decisivo per i cittadini. Maroni avrà più potere politico per corroborare le sue cicliche richieste di più autonomia (ovvero: più risorse) per la propria regione. Questo potere però non gli tornerà utile durante vere e proprie trattative col governo di Roma — che si sarebbero potute svolgere anche senza consultazione popolare — bensì a scopo elettorale, in vista delle prossime elezioni regionali. Il referendum lombardo, infatti, è un atto di propaganda della Lega Nord, che vuole riconfermarsi alla guida di Veneto e Lombardia e mandare un segnale alla propria vecchia base elettorale nordica — spesso disorientata dal populismo a base nazionale di Salvini. Ci si può chiedere: era necessario spendere cinquanta milioni di euro per un sondaggio propagandistico?

Come abbiamo visto in queste settimane, il referendum catalano ha avuto ben altro piglio. Si può essere d’accordo o no sul merito della questione autonomistica, ma quello di Barcellona è stato un referendum vero, con uno scopo politico fortissimo. Forse fin troppo efficace, visto che le circostanze in cui si è svolto e i risultati hanno portato la Catalogna sull’orlo di un burrone di cui non si percepisce bene la profondità.

Sia le richieste autonomistiche catalane che quelle nord–italiane sono il risultato di un maggior benessere economico di chi le richiede, desideroso di separarsi dai propri parenti poveri, a cui si sente di dover dare meno soldi perché, insomma, che vadano a lavorare! Nel caso catalano, in modo niente affatto trascurabile, si sono aggiunti una serie di fattori storici e culturali che hanno dato ancora più forza al movimento indipendentista: innanzitutto una tradizione politica repubblicana molto forte e radicata, che ha reso il fronte indipendentista davvero variegato e composto da forze di ogni colore politico. La lista Junts pel sì, composta da partiti di centrosinistra e centrodestra, è stata supportata nel parlamento catalano dal CUP, una forte sigla politica di sinistra, in ottica indipendentista. Inoltre, i catalani hanno sofferto di una lunga repressione della loro lingua e della loro cultura, viste — giustamente — come nemiche e legati a questa tradizione repubblicana e progressista dal governo centrale di Madrid, quando a capo della Spagna c’era ancora il generale fascista Franco.

In Lombardia il fronte per il referendum non è riuscito a perdere la propria trazione leghista, nonostante i sorprendenti sforzi di molti sindaci PD lombardi per dare manforte a Maroni. L’autonomia lombarda è infatti così radicata nelle politiche leghiste degli ultimi vent’anni che difficilmente può essere fatta passare per condivisa e multicolore nel giro di tre mesi. I sopracitati sindaci lombardi infatti non hanno riscosso il consenso del Partito Democratico nazionale, ma nemmeno di quello regionale.

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Il segretario del PD Lombardia, Alessandro Alfieri, ha dichiarato che è “sbagliato fare dei parallelismi tra Lombardia e Catalogna, sono due realtà diverse e sarebbe superficiale accostare le vicende del referendum di Barcellona e di quello del 22 ottobre in Lombardia. Siamo convinti che da noi la via istituzionale per ottenere dal Governo centrale maggiore autonomia, come sta facendo l’Emilia Romagna, sia la più corretta ed efficace, mentre, la via scelta da Maroni è quella di un referendum inutile e costoso con il quale si perde tempo e si sprecano le risorse dei cittadini lombardi”. Anche Maurizio Martina, che da poco conosciuto membro del PD lombardo ha fatto una rapida carriera negli ultimi anni diventando il supposto braccio destro di Matteo Renzi, si è dichiarato contrario al referendum, sempre con le stesse motivazioni di ordine economico.

Va fatto notare che nessuno, nemmeno nel PD lombardo, ha provato ad alzare la mano sostenendo non che il referendum sia sbagliato perché succhia soldi alle casse regionali, ma perché il concetto di una maggiore distanza della Lombardia dallo stato centrale sia sbagliato in sé. Così facendo si legittima in modo implicito la voglia dei ricchi di alienarsi sempre di più dalle regioni più povere del proprio paese — e questa voglia di conservare la propria ricchezza per sé sembra essere davvero, purtroppo, il motore dei moderni indipendentismi europei.

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