“Un mosaico calpestato da milioni di persone richiederebbe una manutenzione quasi continua. Questo permetterebbe di evitare, dopo 10/15 anni, costosi interventi di restauro totale.”

Lo scorso 13 settembre, a Milano, si sono festeggiati i 150 anni della Galleria Vittorio Emanuele II. In occasione dell’anniversario è stato portato a termine il restauro del mosaico del toro, un portafortuna quotidianamente calpestato e inciso dai tacchi delle orde di turisti, lavoratori e passanti che ogni giorno attraversano il centro della città. Pochi giorni fa abbiamo conosciuto in un caffè di Città Studi l’autore del restauro, Gianluca Galli, che ci ha spiegato come si diventa restauratore, che cosa si prova a lavorare per otto ore sotto lo sguardo di tutti — ma ci ha parlato dell’altra sua grandissima passione: lo swing.  

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Ciao Gianluca. Ho sentito che hai festeggiato la fine del restauro con un ballo Lindy Hop in Galleria. Poi ho scoperto che tra le altre cose fai il dj nelle serate swing. La cosa mi incuriosisce molto.

Diciamo che sono sempre stato un appassionato di musica. Una quindicina di anni fa ho iniziato insieme a un amico a collezionare vinili in formato 45 giri, e così, un paio di anni dopo, abbiamo cominciato a fare delle vere e proprie serate proponendo tutta la musica del dopoguerra italiano in vinile. Quindi il boogie, il rock ‘n roll ma anche il cha cha cha, il mambo, insomma tutto quello che si ascoltava nelle balere del dopoguerra. Questo è andato avanti fino al 2014 e nel corso degli anni mi ha portato ad accumulare dischi su dischi. Al momento ne ho più di 3000.

Poi è successo che sono venuto a lavorare a Milano per il restauro dell’arco di ingresso della Galleria e qui ho avuto l’occasione di imparare a ballare il Lindy Hop, che è il ballo della musica swing.

A Milano lo swing dove si suona?

Il locale per eccellenza è lo Spirit de Milan, che è una vecchia cristalleria in Bovisa riconvertita in locale da ballo. Il sabato sera c’è sempre musica con un’orchestra dal vivo. Un’altra serata molto bella a cadenza mensile è quella all’Osteria del treno in via San Gregorio, organizzata dalla Swing Dance Society. Se no c’è Il Principe in Viale Jenner, anche lì da settembre a maggio si balla ogni venerdì. Poi ci sono La Balera dell’Ortica e molti altri locali che, ogni tanto, fanno delle serate dedicate al genere.

Quindi esiste una scena milanese?

Si assolutamente, adesso c’è un vero e proprio boom. Fino a un paio di anni fa questo era un mondo piccolo, ora sta esplodendo. Poi spesso nei locali si ascoltano ancora i jazzisti della Milano degli anni ‘60 e ‘70 che hanno ripreso a suonare queste musiche. Parlo di Tomelleri, Cerri, gli ex jazzisti del Capolinea, locale storico di Milano.

Tu invece cosa proponi nelle tue serate?

A me adesso piace molto lo stile New Orleans quindi cerco di mettere cose tipo Kid Ory, Fletcher Henderson o Chris Barber.

Ma torniamo al motivo principale dell’intervista. A Milano ti ha portato il tuo lavoro di restauratore, giusto?

Sì, dal 2008 al 2013 ho lavorato con l’architetto Pecorelli per Estia, una società di Bastia Umbra specializzata nel restauro dei beni culturali. Poi dall’Aquila, dove mi trovavo per lavoro, sono dovuto rientrare al mio paese in Veneto e ci sono rimasto un annetto, fino all’agosto del 2014. In quel periodo sono stato ricontattato dall’architetto Pecorelli, che aveva appena vinto il bando per il restauro dell’arco d’ingresso della galleria Vittorio Emanuele II e mi chiedeva di fare il referente di cantiere. Ho accettato e i primi mesi sostanzialmente facevo il pendolare. Durante la settimana lavoravo a Milano e il venerdì prendevo il treno per tornare al mio paese, vicino a Belluno. Poi pian piano mi sono ambientato e, quando mi hanno proposto un lavoro a Bologna, ho deciso di non trasferirmi là ma di rimanere a Milano facendo il pendolare. Questo perché non volevo cambiare città e ricominciare tutto da capo.

In effetti il tuo lavoro ti porta a viaggiare continuamente. In questo mi immagino ci sia un lato positivo e un lato negativo.

Diciamo che il lato positivo è che lavoro per la stessa azienda e ho la possibilità di crescere professionalmente e, in un certo senso, di fare carriera. Il lato negativo è che un cantiere può durare sei mesi, un anno, un anno e mezzo al massimo. Quando hai iniziato ad allacciare qualche relazione di amicizia sei costretto ad andare via e ricominciare. Io l’ho fatto per diversi anni e non mi andava più di farlo.

Ho sempre pensato che nel tuo mestiere si lavorasse in proprio, tu invece mi stai dicendo che lavori per un’azienda.

Sì, perché per questo tipo di lavori viene sempre fatta una gara di appalto a cui partecipano delle società. Le strade sono due: o lavori per una ditta che ha dei restauratori di fiducia da mandare in giro o ti stabilisci in una città e lavori per le ditte che vincono dei bandi in quella città.

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Sarà che quando penso a un restauratore penso un po’ a un artista.

Probabilmente il paragone vale per i piccoli restauri, un mobile antico, una vecchia tela.

In effetti pensavo proprio a lavori più contenuti, come il recente restauro del mosaico del toro.

In realtà anche in quel caso non ho lavorato in proprio ma sempre per un’azienda, la Serrantoni, che ha vinto l’appalto per la manutenzione ordinaria dell’area 1. Per quel lavoro serviva un tecnico del restauro che potesse mettere le mani sul mosaico. A dire il vero non sarebbe neanche corretto parlare di restauro ma si dovrebbe parlare di manutenzione. Un mosaico calpestato da milioni di persone richiederebbe una manutenzione quasi continua. Questo permetterebbe di evitare, dopo 10/15 anni, costosi interventi di restauro totale.

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Quali difficoltà hai incontrato durante il lavoro?

La difficoltà principale sta nel lavorare sul disegno originale del toro che presenta già la suddivisione in tessere. Esiste una lista di tipologie di pietre da utilizzare per ogni parte del mosaico e la parte più complicata è tagliare ogni singola pietra esattamente della stessa forma del disegno, un lavoro che si fa a secco in laboratorio. Una volta composta la parte mancante, sul foglio, siamo usciti e abbiamo rimosso tutte le tessere consumate senza rovinare quelle buone. Quindi abbiamo ricomposto il mosaico con le tessere nuove.

Pensavo esistessero da qualche parte delle scorte di tessere già pronte da utilizzare in futuro.

In realtà ci sono delle scorte di pietre. Però la tessera, che può essere triangolare, stondata o avere una forma diversa, viene fatta di volta in volta. Questo lavoro di preparare le tessere a secco è già di per sé molto lungo e ha richiesto, nel caso del toro, almeno una settimana di lavoro. Poi va detto, non è neanche tanto semplice lavorare con cento persone che ti guardano.

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Immagino che la gente ti abbia interrotto ogni secondo per farti mille domande.

Si, ognuno chiaramente ha le sue cose da dire, le sue domande da fare, spesso assurde. Però mi sono fatto anche delle grandi risate. Anche se devo dire che all’inizio, il primo mese, era una cosa piacevole, mentre più avanti, dopo aver fatto otto ore lì in mezzo, tornavo volentieri a casa, in silenzio, senza vedere nessuno per qualche ora. Perché, dopotutto, essere osservato costantemente è un po’ pesantino.

Non essendo un cantiere tradizionale, la gente non si permette di dire tutto quello che le passa per la testa. Però, anche se dopo un po’ riesci a far finta di niente, sei comunque sotto lo sguardo di tutti e di sicuro questo non ti aiuta a lavorare tranquillamente.

Tornando invece agli inizi della tua carriera. Cosa bisogna fare per diventare restauratori?

Io ho iniziato tanti anni fa lavorando a bottega da altri artigiani edili che mi hanno insegnato a stare in cantiere in modo ordinato, a lavorare con precisione. Da loro ho appreso la manualità. Poi chiaramente questo non basta, infatti mi sono fermato, sono andato a studiare a Palazzo Spinelli che è un istituto di restauro a Firenze e lì ho appreso tutta la parte teorica del restauro. Da lì in poi, quando uno ha studiato, tutto sta nell’essere portati a stare in un cantiere.

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In che senso?

Beh, per fare i restauratori bisogna essere delle persone metodiche, pazienti, molto ordinate. A me è capitato di lavorare con colleghi che non avevano queste caratteristiche e secondo me questo non è il mestiere adatto a loro.

Poi il restauro, come dicevi tu prima, è sempre visto come un qualcosa di artistico, di nicchia, un lavoro di precisione. Spesso non è così perché ad esempio, quando sei in facciata, all’aperto e ti trovi a dover fare 4000 metri di pietra dovendo rispettare una scadenza e sapendo che entro dieci giorni il ponteggio deve essere smontato e tu devi aver finito, quello in realtà è un cantiere vero e proprio, tradizionale. Se a gennaio ci sono cinque gradi sotto zero tu devi stare lì fuori, così come se piove ti devi coprire e lavorare lo stesso o se invece è agosto e sei sotto il sole a quaranta gradi devi resistere e rimanere lì. Diciamo che bisogna essere portati per fare questa vita.

Dopo l’Istituto Spinelli cos’hai fatto?

Ho iniziato a lavorare per una restauratrice molto famosa di Vinci, Lidia Cinelli. Con lei ho lavorato a degli affreschi molto belli. Dopo sono rientrato a Belluno, ho svolto qualche piccolo lavoretto lì e dal 2008 sono stato assunto dalla società di Assisi.

Per concludere, hai un restauro nel cassetto che un giorno speri di poter fare?

Si, la stazione centrale di Milano. Mi piace molto quello stile e in generale il razionalismo nell’architettura. Se ne parla da anni, è un lavoro immenso, ma sarebbe veramente bello da fare.


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