In Avanti ce n’è per tutti — dai compagni di Partito fino all’ex Presidente. Ma ci sono anche parole care per gli amici piú vicini, come Silvio Berlusconi.

 “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro.”

L’infelice “card” pubblicata e poi cancellata dalla pagina Facebook del PD è diventata in poche ore, di fatto, virale. Rimaneggiata, modificata, corredata di commenti indignati, sarcastici o ilari, l’immaginetta su sfondo blu recante un piccolo distillato proto—leghisteggiante, estratto del libro di Matteo Renzi che di lì a pochi giorni sarebbe stato disponibile in tutte le librerie, ha addobbato le homepage italiane per 48 ore buone.

Arrivano le rettifiche, le dovute precisazioni — chiaramente, nessuna scusa. Per carità, è sempre ottima norma non valutare un pensiero da due frasi estrapolate, da un aforisma zoppo e decontestualizzato, pure bruttino. Ma quell’“aiutiamoli a casa loro” i militanti del Partito se lo sarebbero volentieri risparmiati. Nemmeno i più volenterosi, pochi giorni dopo una tornata elettorale ben poco gratificante, se la sono sentita di giustificare quell’apparente voltafaccia del Segretario.

Apparente, perché nel libro si dice tutt’altro sul tema delle migrazioni.

Ma questo “scivolone,” insieme alla una campagna stampa senza precedenti che l’ha seguito, ha suscitato l’interesse di molti iscritti e non iscritti nei confronti di un libercolo altrimenti ignorato, dato alle stampe di fretta, a metà estate.

Ha suscitato anche il nostro. Per farvi risparmiare soldi e tempo, eccone un riassunto.

Il Macchiettismo di Matteo Renzi

La prima parte del libro è tutta dedicata all’apologia dell’operato del governo Renzi, un fitto elenco di successi veri o presunti tali, intramezzato da quadretti, veri o presunti tali, talvolta gustosi, talvolta disturbanti, che per una sorta di flusso di coscienza dublinese si trasformano sempre, chissà come, in un elogio dei Mille Giorni. 

7 dicembre 2016, un freddo pomeriggio a Palazzo Chigi. La legge di bilancio è approvata in via definitiva. Alzo la cornetta e chiedo: “Scusi, potrei avere dello scotch?”. Dall’altra parte del telefono percepisco chiaramente lo stupore, una leggera inquietudine. Mi immagino i collaboratori sussurrare preoccupati: “Che fa adesso? Si butta sull’alcol?”. Ragioni per brindare ce ne sarebbero, eccome. La legge di bilancio appena approvata contiene misure che abbiamo inseguito per tre anni: più soldi per la Sanità, il piano Industria 4.0, l’anticipo pensionistico per superare i vincoli della legge Fornero, i fondi per un progetto organico […]. 

Peculiare di questi primi paragrafi è l’indiscutibile capacità dello scrittore di ridurre qualsiasi personaggio a macchietta ambulante. Nell’ambiente tratteggiato dall’autore, Renzi — agens si muove in una foresta di caricature stilizzate. Sicché il protagonista, eroe positivo, homo novus autonomo e intraprendente, animato dai migliori sentimenti nel perseguire quella che è la sua missione ultima — salvare l’Italia dai vecchi poteri, dalle vecchie incrostazioni del sistema e dai populismi — dopo aver dato, lui per primo, l’impulso al cambiamento, viene ingiustamente sconfitto da una pletora di figuri malvagi che avrebbero personalizzato il referendum per farlo fuori. Tra questi, emerge, oscura e minacciosa, l’Ombra di D’Alema, l’antagonista totalmente negativo che trama per il mantenimento dello status quo.

Silvio Berlusconi con un amico comune di Matteo Renzi

Silvio Berlusconi con un amico comune di Matteo Renzi

Più clemente è il giudizio su Silvio Berlusconi, che sbuca di tanto in tanto come una sorta di folletto dispettoso, ma in fondo buono. 

Quando però, nel giugno del 2016, Berlusconi si sente male e viene ricoverato, lo chiamo per sincerarmi delle sue condizioni di salute. E, come sempre, il Cavaliere è simpatico e gentilissimo: “Caro Matteo, grazie per avermi chiamato, non dovevi disturbarti, sto bene”.  […]. Il finale di Berlusconi è un vero colpo da maestro, KO tecnico alla prima ripresa: “E poi, caro Matteo, sappi che mi dispiace molto per quanto ti stanno attaccando, ce l’hanno tutti con te”. Ma come? Lo stesso che pubblicamente mi dà dell’aspirante dittatore a distanza di due giorni mi porta la sua solidarietà per gli attacchi? Mentre pigio il tasto rosso che mette fine alla telefonata, scoppio in una risata: è inutile, anche se mi sforzassi, Berlusconi non mi starà mai antipatico.

Il macchiettismo colpisce a destra e a sinistra impietosamente, soprattutto a sinistra, e non risparmia nemmeno gli ancora (per ora) compagni di Partito. Al Presidente del PD Matteo Orfini, la parte infame di quello che viene spettinato dalla figlia undicenne del leader.

Ester, mia figlia, ha un rapporto stranissimo con la politica. […]  “Babbo, hanno suonato. Mi sembra di riconoscerlo. Mi sa che quello è Orfini, il presidente del Pd.” “Sì, lo stavo aspettando, grazie Ester, puoi aprire tu? Io salgo subito.” “Un momento, babbo. Ma siamo sicuri che Orfini abbia votato Sì al referendum? Altrimenti non gli apro.” […] Orfini entra solo perché si giustifica con Ester, spiegando che la sua amicizia con D’Alema appartiene al passato, può verificarlo quando vuole, e che lui ha fatto campagna per il Sì, glielo può dimostrare.

Orfini è un compagno che ha sbagliato, ma che ha compreso i suoi peccati (che sta ancora espiando, evidentemente). Lo stesso non si può dire di Enrico Letta.

Enrico Letta mette il broncio

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Il sadismo renziano nei confronti dei compagni estranei al suo entourage trova infatti il suo apice nel racconto della sostituzione di Letta alla presidenza del Consiglio. Un momento drammatico per il PD quasi quanto l’episodio dei “franchi tiratori” che hanno politicamente fucilato Prodi nel 2013. Renzi declina ancora una volta una qualsivoglia responsabilità: è stato Napolitano a chiederlo (d’altronde, a domanda avrebbe potuto pure rispondere di no) ed è stato il PD a deciderlo (in quale sede, non è dato saperlo).

Accade semplicemente che il PD decide di cambiare cavallo. Lo fa dopo il voto alle primarie di due milioni di persone e alla luce del sole. Nessuno di noi ha ordito complotti segreti, ma si è presa una decisione perché quel governo non si muoveva. Non è un caso se nessuno ricorda un solo provvedimento degno di questo nome in un anno di vita di quell’esecutivo […].

Molto interessante è l’utilizzo dei pronomi personali. Il soggetto pènzola continuamente tra l’“io” e il “noi” in modo quasi del tutto indolore. Semi–citando Luigi XIV: “Le PD c’est moi.”

Spiega solerte il nostro:

Quello che per mesi commentatori compiacenti hanno definito in modo brutale “complotto” ha un nome più semplice: si chiama democrazia. […] Letta però entra in modalità broncio. E la scena del passaggio della campanella segna un investimento del premier uscente: fare la parte della vittima funziona sempre in un paese in cui si ha più simpatia per chi non ce la fa che per chi ci prova.

Insomma, il problema è che è un brontolone.

L’accanimento contro l’ex Presidente prosegue con una virulenza difficilmente spiegabile. 

Letta mi riceve nel suo ufficio e mi consegna un foglio scritto a mano in tutta fretta, con alcuni punti appena abbozzati. È un fogliaccio che sembra una brutta copia di qualcosa. L’ho tenuto con me per mille giorni, nel cassetto di destra della scrivania. E quando ho lasciato Palazzo Chigi me lo sono portato via, per ricordarmi sempre come non si lasciano le cose.

L’infallibilità renziana

I toni rimangono invariati per tutto il resto del libro.

La seconda parte di “Avanti” è dedicata perlopiù all’autocelebrazione del Governo dei Mille Giorni. Renzi—auctor se la suona e se la canta da sé, incensando il suo operato, la sua persona e i suoi prossimi, tra bagni di folla, telefonate con Oscar Farinetti e visite istituzionali. 

Un’intera sezione dovrebbe illustrare, sempre a detta di Renzi, ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato in questi mesi. Ma anche tra i punti negativi del Governo Renzi (le banche, la Buona Scuola, le vicende giudiziarie), accuratamente scelti da Matteo Renzi e commentati da Matteo Renzi, non v’è traccia di autocritica. L’unico messaggio che trapela è che, se qualcosa è andato storto, è stato sempre e comunque per responsabilità di altri: i giornalisti sciacalli, i magistrati arrivisti, il sindacato, la capricciosa minoranza del Partito.

L’excursus autocelebrativo getta luce su un’altra strategia tipica del discorso renziano, efficacissima. Molte delle proposte avanzate nel libro sono condivisibili, almeno nello spirito: lo snellimento della burocrazia, la necessità di cambiare l’istituto dell’Unione Europea (ritratto come un luogo di burocrati stantii, costipato e atrocemente noioso), l’abbassamento del carico fiscale, l’adozione di maggiori investimenti pubblici per far ripartire l’economia, archiviando le politiche d’austerità, rivedere il sistema d’accoglienza dei migranti. Tutti temi che toccano nel vivo esigenze profonde dei cittadini e che ne attirano le simpatie.

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Il foglio del “come”

La domanda dirimente è: chi non sarebbe d’accordo, oggi? La narrazione renziana, che ha tutta l’aria di essere un programma elettorale, s’impernia su obiettivi di buon senso, se non su veri e propri luoghi comuni della politica italiana. Esiste in Italia un partito a favore della disoccupazione o dell’inquinamento? Esistono paladini della burocrazia? 

La questione, come sempre, non è l’individuazione dei problemi e nemmeno il “fare” qualcosa pur di farlo: è il “come.” E quelle rare volte in cui Renzi parla del “come,” parla nel linguaggio di una destra liberale, che, per quanto illuminata, esprime posizioni più simili a quelle del Berlusconi degli esordi che al programma Italia Bene Comune del 2013 (programma in base al quale sono stati eletti gli attuali deputati del PD).

L’abbassamento del carico fiscale è indirizzato perlopiù alle imprese, mentre categoricamente esclusa rimane la tassa patrimoniale o quella sulla prima casa i più abbienti; gli investimenti pubblici si riversano nelle grandi opere e in bonus universali, destinati a tutti i target indipendentemente dalla fascia di reddito; lo snellimento della burocrazia si traduce nell’esclusione della contrattazione sindacale o nel ridimensionamento delle competenze e dei fondi degli enti locali.

Fieramente si continua a difendere il Jobs Act e l’abolizione dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, mentre Marchionne viene elevato ancora una volta a modello manageriale. Formule che nei contenuti possono piacere a un certo elettorato, e che, per come presentate, riescono allettanti a una platea più ampia. Complice una capacità comunicativa indiscutibile, che esalta le magnifiche sorti e progressive di un’Italia che non c’è.

Qualcuno diceva che in politica, per persuadere i cittadini, basta parlare loro come con dei bambini. È questo il caso: l’argomentazione è lassa, eppure, dove non possono il tono costantemente enfatico e il sentimentalismo, può la banalità. Superate le prime stucchevolissime pagine, il monologo di Renzi, privo di qualsiasi contraddittorio, riesce nel suo intento: magicamente, risulta credibile. Ma scremata della retorica, la proposta politica che rimane sul fondo è per l’elettorato di sinistra e per buona parte dell’elettorato del PD non condivisibile, se non a patto di una netta mutazione valoriale.

Dopo la lettura di “Avanti,” emerge chiarissimo un dato: Matteo Renzi non ha intenzione di rivedere la linea. Questo nonostante l’esasperazione crescente dei militanti per l’atteggiamento e il disinteresse del Segretario. Nonostante quel 70% quasi bulgaro, guadagnato al Congresso del Partito, sia falsato dall’appoggio alla Mozione Renzi di molti esponenti del PD decisamente non renziani. Nonostante la disfatta del referendum costituzionale. Nonostante i dati economici ambivalenti, che vedono l’Italia crescere, ma di poco e meno che il resto d’Europa, mentre non si riduce l’incidenza della povertà tra la popolazione. Nonostante la recente batosta delle amministrative — è indicativo che, durante la campagna, si sia preferito non averlo come ospite per non allontanare l’elettorato.

D’altra parte, Renzi è consapevole di potersi concedere il lusso dell’arroganza. In assenza di campioni in grado di insidiarne la leadership, può — lui sì — stare sereno.


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— FIN —

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