Ieri mattina alle 7 — ore 6 italiane — a Gerusalemme si è verificato un attacco terroristico, l’ennesimo, particolare però perché potrebbe essere l’inaugurazione di una pericolosa escalation politica.

Ieri era venerdì, il giorno sacro per i musulmani. Da Gerusalemme Est e da più lontano sono numerosi i fedeli che sin dall’alba si recano al complesso della moschea di Al Aqsa per pregare. La moschea si trova al centro di uno spiazzo circondato sui quattro lati da un alto muro nel cuore della città vecchia. Nella muraglia che circonda la spianata si aprono numerose porte, attraverso le quali il passaggio è consentito solo ai fedeli musulmani.

Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, i soldati israeliani di guardia ad una delle porte di accesso alla spianata delle Moschee, la Porta della Remissione, non lontano dalla Porta dei Leoni, sono stato attaccati da tre uomini armati, che sono poi scappati all’interno del complesso sacro. Qui sono stati inseguiti e “neutralizzati” — termine comunemente usato dalla polizia israeliana e ripreso dai giornali locali per indicare l’uccisione di terroristi — ma solo dopo aver ferito tre agenti, due dei quali sono successivamente morti in ospedale per le ferite riportate.

In totale i morti sono dunque cinque e sono tutti, poliziotti e assalitori, arabi israeliani, cioè cittadini dello stato di Israele di discendenza palestinese.

I poliziotti uccisi – Haiel Sitawe di 30 anni e Kamil Shnaan di 22 anni — sono due giovani drusi, appartenenti cioè ad un gruppo etno religioso minoritario che nasce dall’Islam, ma i cui appartenenti vengono considerati per lo più eretici dai fedeli musulmani. Gli attentatori erano tre cugini provenienti dal villaggio di Umm al-Fahm nel nord di Israele, cittadina a maggioranza araba roccaforte dell’ala radicale del movimento islamico guidato da Raed Salah, come riporta il Times of Israel. I terroristi – Muhammad Ahmad Mahmoud Jabarin, 29, Muhammad Ahmed Fadel Jabarin 19, e Muhammad Hamed ‘Abd al-Latif Jabarin, 19 – non erano segnalati alle forze dell’ordine. Avevano però postato sul proprio profilo Facebook diversi contenuti che manifestavano il loro interesse per il sito sacro e il loro sostegno ai propositi di “liberarlo” dall’occupazione israeliana.

C’è un video dell’attacco che sta girando sui principali siti di informazione, dal quale si deduce che le armi usate erano nascoste all’interno dell’area sacra, probabilmente uno dei luoghi più sorvegliati di tutta Gerusalemme: se l’ipotesi diventasse certezza, rivelerebbe un’enorme falla nel sistema di sorveglianza israeliano, che già non ha saputo prevedere un attentato progettato per fare danni su grande scala.

Le armi usate sono un coltello, nel solco della tradizione dell’intifada palestinese, e due armi da fuoco: si tratta delle cosiddette mitragliatrici Carlo, dal nome di un modello svedese a cui si ispirano. Sono armi artigianali, rozze ma letali, molto più economiche rispetto ai kalashnikov e facili da nascondere. Le Carlo guns sembrano essere le nuove armi della ribellione palestinese e già da anni i media segnalano l’ascesa di questa nuova arma dall’assemblaggio casalingo; quando l’estate scorsa due palestinesi attaccarono gli avventori di un ristorante a Tel Aviv, diversi testimoni dissero di aver visto uno dei due aggressori scagliare a terra con stizza l’arma che stava utilizzando: era una Carlo, tanto facile da reperire quanto approssimativa nell’efficacia.

All’attacco è seguita immediatamente la chiusura del complesso di Al Aqsa, con conseguente impedimento ai fedeli musulmani di compiere le rituali preghiere.

Come riferito ad Al Jazeera dal portavoce della polizia israeliana Mickey Rosenfeld, la chiusura è stata decisa per garantire la sicurezza di tutti e per ripulire la zona da eventuali armi nascoste. Secondo Haaretz, l’ultima volta che la moschea di Al Aqsa è stata chiusa ai fedeli musulmani risale al 2014, quando un terrorista sparò all’attivista di destra Yehuda Glick nei pressi dell’area. Ma la reazione dei palestinesi alla chiusura non si è fatta attendere. Decine di musulmani si sono riuniti in strada, nelle vicinanze della Porta di Damasco e della Porta dei Leoni, raccogliendosi in preghiera di fronte ai soldati che ne impedivano l’ingresso nella città vecchia.

L’agenzia stampa palestinese Maan riporta che diversi membri del Waqf, l’autorità islamica deputata all’amministrazione del Monte del Tempio, sono stati perquisiti; il gran mufti di Gerusalemme Sheikh Muhammad Hussein – che Al Jazeera riferisce essere stato arrestato e la cui liberazione è stata in seguito riportata dall’AFP — ha dichiarato all’agenzia Maan di considerare il divieto come “un assalto al nostro diritto di pregare in questa moschea.” Le perquisizioni sarebbero semplici azioni necessarie a garantire la sicurezza del luogo e a chiarire la dinamica dell’evento, dichiarano le forze israeliane, ma anche se così fosse lo spazio alla critica non manca: testimoni hanno riferito all’agenzia Maan che i soldati hanno perlustrato l’interno della sacra moschea con le scarpe ai piedi, in aperta violazione della tradizione islamica che prevede di camminare scalzi nei luoghi di preghiera.

A questo punto, il timore maggiore dei musulmani è un cambiamento dello status quo, cioè di quell’insieme di regole che assicurano l’esclusività del diritto di preghiera nel complesso sacro ai fedeli islamici. Il presidente israeliano Netanyahu però ha già rassicurato in questo senso, ribadendo la provvisorietà delle misure prese durante una telefonata con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen.

Questo colloquio tra i due leader è il primo che avviene da mesi: è stato il presidente palestinese a sollevare la cornetta, condannando ogni tipo di violenza specialmente se perpetrata in luoghi sacri, ma chiedendo anche di revocare la chiusura del sito.

Se Abbas ha cercato di buttare acqua sul fuoco, il suo partito Fatah ha invece incitato gli arabi di Gerusalemme Est a recarsi al Monte del Tempio a pregare violando il divieto israeliano, come riportato in una dichiarazione sulla pagina Facebook ufficiale. Come riferisce Haaretz, Netanyahu ha chiesto ad Abbas di fermare questa metaforica chiamata alle armi: non è la prima volta che il presidente palestinese si vede stretto tra l’incudine e il martello, nel tentativo impossibile di compiacere contemporaneamente il proprio partito che lo vorrebbe più duro verso Israele da un lato, e Netanyahu e la comunità internazionale dall’altro, verso cui vorrebbe dimostrare una cauta apertura. Ma in queste terre le soluzioni di compromesso sono mal tollerate e la popolarità di Abu Mazen sta risentendo molto di questa ambiguità politica.

Il partito Hamas, che governa la striscia di Gaza e che è considerato un gruppo terrorista da Israele, ha invece accolto con entusiasmo la notizia dell’attentato, esaltandolo come naturale reazione all’occupazione israeliana, come ha dichiarato il portavoce Sami Abu Zuhri; questo commento, certo il più scioccante, è forse il meno rilevante perché Hamas è solito usare simili toni in occasione di attentati di cui ha spesso la responsabilità.

Ma per l’appunto, chi sono i responsabili di questo attentato? Ad ora, sera di venerdì 14, nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. I responsabili potrebbero essere ancora una volta i miliziani di Hamas, che però ad ora hanno solo lodato il fatto senza assumersene la responsabilità, dello Stato Islamico, o ancora di Hezbollah, il partito militante libanese che ha già usato in passato arabi israeliani per colpire lo storico nemico israeliano.

I principali giornali israeliani parlano già di un’imminente escalation; il ministro della pubblica sicurezza israeliano Gilad Erdan ha dichiarato che con questo attacco “sono state superate tutte le linee rosse.” Perché? Cos’ha di diverso rispetto a quello che solo un mese fa vide perire la soldatessa ventitreenne Hadas Malka alla porta di Damasco? E in cosa differisce dall’attacco sul tram — l’unico della città, che la taglia in due sull’antica linea verde — in cui è morta una giovane studentessa britannica?

Il sito in cui sorge la moschea di Al Aqsa è un luogo dal valore simbolico immenso per ebrei e musulmani, un valore che emerge dalla sua storia antica ma ancor di più dalla sua storia più recente.

Secondo l’Islam, la moschea sorge nel luogo dove Maometto compì il così detto isrāʾ, il viaggio miracoloso di una sola notte in cui venne trasportato in sella a una creatura metà mulo metà donna dalla Mecca a Gerusalemme. Una volta qui, Maometto avrebbe compiuto un ulteriore viaggio in cielo (miʿrāj), dove vide le pene riservate ai peccatori, in una scena dalle analogie dantesche, e dunque i profeti e infine Dio. Oltre alla moschea di Al Aqsa, sulla spianata sorge il santuario della Cupola della Roccia — a volte impropriamente chiamata moschea —, chiamata così perché al suo interno si conserva una lastra di pietra che sarebbe il punto esatto da cui Maometto venne assunto in cielo. La struttura venne eretta nel VI secolo, e da allora restaurata più volte, come nel 1993 quando il re di Giordania Hussein finanziò la copertura d’oro attuale vendendo uno dei suoi appartamenti a Londra.

Ma se per i musulmani questo è il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo la Kaʿba della Mecca e la moschea del Profeta di Medina, per gli ebrei è addirittura il luogo sacro per eccellenza dell’ebraismo. Sulla stessa roccia conservata all’interno del santuario musulmano, gli ebrei credono che il loro patriarca Abramo stesse per sacrificare il figlio Isacc, prima di essere fermato da Dio stesso.

Oltre a ciò, bisogna ricordare che l’intero complesso viene anche chiamato Monte del Tempio perchè questo è il luogo dove sorgeva il Tempio di Gerusalemme, l’enorme complesso costruito dal re Salomone nel X secolo avanti Cristo, distrutto e ricostruito con il nome di Secondo Tempio e infine definitivamente raso al suolo dai romani nel 70 dopo Cristo. Secondo la credenza, il tempio conservava le tavole della legge che Mosè ricevette da Israele, e per questo fu il centro spirituale del mondo ebraico sino alla sua distruzione, con la quale si inaugurò la diaspora degli ebrei in tutto il mondo. Del tempio oggi rimane solo il Muro Occidentale, detto anche Muro del Pianto perché qui gli ebrei ricordano e piangono la distruzione di questo centro spirituale e la cacciata dalla terra d’Israele.

A complicare ulteriormente le cose, si aggiunge il fatto che anche per i cristiani il sito ha una certa importanza, poiché i Vangeli ricordano le numerose visite di Gesù al tempio. Almeno in questo caso si tratta però di riconoscimento del valore storico di un luogo più che di un’attribuzione di valore religioso vero e proprio, e questo mette al riparo da ulteriori rivendicazioni.

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Sì, perché se la storia antica del sito è un intrecciarsi di culture religioni e popoli, è piuttosto nella storia più recente che il valore altamente simbolico di questo luogo è diventato motivo di scontri e pretesto per lo scatenarsi della violenza.

Il Monte del Tempio si trova a Gerusalemme Est, cioè nella parte musulmana della città. Quando nel 1948 ci fu la guerra che portò alla nascita di Israele, Gerusalemme si trovò divisa in due: la parte ovest sotto controllo del neonato stato ebraico, e la parte est a maggioranza musulmana affidata al controllo giordano. La tutela giordana durò sino al 1967 quando Israele vinse la guerra dei Sei Giorni, un insieme di operazioni lampo che estesero il dominio israeliano sull’area. Tra le altre cose, lo stato ebraico occupò la Cisgiordania e Gerusalemme Est, imponendo un controllo territoriale che dura sino ad oggi senza sostanziali cambiamenti. Naturalmente anche il complesso della Moschea di Al Aqsa, o Monte del Tempio, venne occupato: sono numerose le foto dell’epoca che ritraggono soldati festanti in posa davanti alla Cupola della Roccia e che riposano all’ombra del Muro Occidentale. Ma l’alto valore simbolico comune a palestinesi e israeliani non permetteva soluzioni semplici. Fu così che venne messo a punto il cosiddetto status quo, una regolamentazione che tuttora stabilisce i diritti delle due religioni su quest’area sacra.

Nel 1967 il generale israeliano Moshe Dayan – il leggendario soldato dall’occhio bendato che grazie alla guerra dei Sei Giorni conquistò una fama ancora maggiore – stabilì che il Waqf, un ente islamico emanazione del governo giordano, dovesse continuare ad amministrare gli affari religiosi e civili dell’area, mentre il controllo della sicurezza sarebbe stato nelle mani delle forze israeliane, che qui avrebbero applicato le leggi nazionali. Venne proibito di issare qualsiasi bandiera, e subito quella israeliana sventolata dai vincitori venne fatta rimuovere. E infine, di maggiore importanza, venne concesso solo ai musulmani di pregare nell’area, mentre agli ebrei veniva concesso il diritto di visitare il luogo senza però fermarsi in preghiera. Come detto, queste regole vigono tuttora.

Ma come spesso accade in Medio Oriente, le soluzioni di compromesso lasciano scontenti tutti i contendenti, e lungi dall’essere accettate per amor della pace, vengono spesso vissute come una “vittoria mutilata.”

Spesso gruppi di ebrei in abiti tradizionali scortati dalla polizia israeliana visitano la spianata delle moschee: una passeggiata a cui hanno diritto, ma che viene spesso vissuta (e forse pensata) come una provocazione.

L’episodio più eclatante di questo tipo avvenne nel 2000, quando l’allora leader dell’opposizione Ariel Sharon visitò la spianata, assieme ad una delegazione del Likud. L’apparentemente innocua passeggiata avvenne al culmine di un periodo di estreme tensioni tra israeliani e palestinesi ed è stata perciò da più parti interpretata come un deliberato tentativo di boicottare qualsiasi intesa tra le parti. Infatti la presenza di Sharon nel complesso di Al Aqsa scatenò prevedibilmente aspre proteste e lanci di pietre contro la polizia da parte dei palestinesi e più in generale diede inizio alla Seconda Intifada, il periodo di violenze che si protrasse per cinque anni e che tra le altre cose determinò l’abbandono totale dei Trattati di Oslo e l’inizio della costruzione del muro di divisione tra Israele e Territori Palestinesi.

Insomma, quello che succede sul Monte del Tempio è lo specchio della situazione in tutta l’area: i palestinesi mal sopportano la presenza israeliana e gli israeliani cercano di ampliare un controllo su un territorio che sentono come proprio. Non c’è intesa possibile finchè nessuna delle due parti sarà disposta ad accettare qualsiasi tipo di compromesso.

Il solito braccio di ferro si sta ripetendo, aggravato dall’alto valore simbolico del teatro in cui sta avendo luogo. Per i paesi arabi da sempre in cerca di pretesti per sostenere e incitare la rivolta palestinese la violazione del diritto alla preghiera è un pretesto perfetto, che infiamma le menti dei fedeli musulmani e ne annebbia anche la vista all’occorrenza. Da sempre il leader israeliano e il leader palestinese usano occasioni come questa per testare la resistenza dell’altro al compromesso e all’umiliazione anche, attraverso un gioco di concessioni e pretese che rischia ogni volta di spezzare la corda.

Succederà così anche oggi, ancora una volta?


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— FIN —