Dalla definizione fattuale a quella giuridica, riconoscendo le strumentalizzazioni dei media e della politica: definire correttamente il terrorismo è un passaggio fondamentale per poterlo sconfiggere.

Chiunque sarebbe in grado di elencare almeno 5 attentati o attacchi terroristici recenti. Ma quanti saprebbero dare una definizione precisa di “terrorismo”?

La dimensione mediatica del fenomeno, il modo in cui viene raccontato e la strumentalizzazione che spesso ne viene fatta per fini politici finiscono per non rendere chiaro in che cosa consista precisamente. Quali siano gli elementi oggettivi che ci permettono di dire se si tratti di un attacco terroristico, o dell’azione di un folle, o di un “lupo solitario”.

Cos’è di preciso il terrorismo?

Per dare una precisa definizione del fenomeno, data la sua natura complessa, bisogna partire da due linee guida. Quella fattuale: “Cos’è di fatto il terrorismo, e quali scopi si pone?” e quella giuridica: “Cosa dice il Diritto Internazionale in merito al terrorismo? E quale strumenti fornisce per combatterlo?”

Partiamo dal primo punto, citando in merito le parole di Rosario Aitala per Limes (II – 2017):

“Il terrorismo serve ad affermare interessi, ideologie, politiche. Dunque, a esercitare potere. Il potere del terrore è la capacità di influenzare, manipolare o coartare una platea più ampia di quella che si possa raggiungere con le proprie sole forze. Il terrorismo è dunque un moltiplicatore di potere. Ecco perché pensare il terrorismo come se fosse un fenomeno unitario, o peggio associandolo con disprezzo alla diversità religiosa e culturale, manca clamorosamente il punto. […] Un metodo che prescinde dalla magnitudine del gesto, dalla vastità del progetto, dalle motivazioni personali dell’autore, persino dal suo effettivo grado di consapevolezza del valore sistemico del proprio atto.”

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Un atto terroristico, dunque, non si definisce in funzione di determinate qualità delle sue vittime, o dei suoi perpetratori, ma per il contenuto dell’atto, senza che vi sia necessariamente consapevolezza in chi lo compie. Tramite l’atto terroristico, il portatore di un determinato interesse ottiene quindi un potere contrattuale e di influenza sulle masse più grande di quanto sia in realtà il suo potenziale: attraverso la diffusione della paura e dell’insicurezza. Questo a prescindere da quale sia il progetto d’insieme, la sua vastità e l’ideologia che vorrebbe portare ad affermarsi.

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La questione, invece, dal punto di vista giuridico risulta assai più complicata e la dottrina continua a dibattere sul tema. Soprattutto per i recenti cambiamenti nella modalità d’azione del terrorismo islamico nel passaggio tra Al Qaeda e Daesh. Quindi prenderemo in considerazione solo le ultime e più importanti pronunce dell’ONU.

In una dichiarazione non vincolante del 1996 annessa alla Risoluzione 51/210, l’ONU definiva il terrorismo come:

“Atti criminali, intesi o pianificati per provocare uno stato di terrore nel pubblico […], quali che siano le considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di altro tipo che possano essere invocate per giustificarlo.”

Data la carenza della definizione, evidenziata anche dal giurista Antonio Cassese, nel 2004 prima il Consiglio di Sicureza (Ris.1556) poi un High-Level Panel ne hanno dato una definizione più chiara:

“Atti criminali, anche contro civili, commessi con l’intento di causare la morte o gravi ferite corporali, o prendere ostaggi, con lo scopo di provocare uno stato di terrore nel pubblico o in un gruppo particolare di persone, di diffondere paura in una popolazione o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o non compiere un qualsiasi atto; atti che costituiscano infrazioni delle convenzioni e dei protocolli internazionali riguardanti il terrorismo, e che sotto nessuna circostanza sono giustificabili con considerazioni di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa o di altro tipo.”

“Qualsiasi azione, […] quando il suo scopo, per natura o contesto, è quello di diffondere paura in una popolazione, o costringere un governo o un’organizzazione internazionale a compiere o non compiere un qualsiasi atto.”

Anche in dottrina, dunque, il terrorismo si definisce in funzione alla finalità dell’atto di violenza.  Lo scopo è seminare terrore nella popolazione, intimidirla e costringere governi o determinate associazioni a compiere o non compiere determinati atti. Lo stesso approccio è evidente anche nell’ultimo report sulle nuove strategie comuni di anti-terrorismo del Segretario Generale dell’ONU. Nonostante ciò, però, la copertura mediatica del terrorismo sembra confinare il fenomeno solo ad alcuni suoi aspetti — solo se miete vittime occidentali, e se perpetrato da una determinata categoria di terroristi.  

Poliziotti depongono fiori per le vittime dell’attacco terroristico alla Manchester Arena / Foto via Twitter

Poliziotti depongono fiori per le vittime della Manchester Arena / via Twitter

Terrorismo, o non terrorismo?

11 aprile 2017, Monaco, Germania: una bomba carta colpisce il pullman del Borussia Dortmund diretto allo Stadio per i quarti di finale d’andata di Champions League. Un giocatore resta lievemente ferito. La partita è rimandata al giorno dopo.

La maggior parte delle testate, in modo sicuro e inappellabile, parla di terrorismo islamico e di un 25enne iracheno “vicino all’ISIS”. Il 20 Aprile gli inquirenti arrestano Sergej W., un 28enne con la doppia cittadinanza tedesca e russa, che avrebbe compiuto l’attacco con un movente speculativo (voleva far crollare il valore dei titoli in borsa del Borussia per guadagnare dopo un acquisto di titoli da 78.000 euro) e non terroristico.

22 aprile 2017, Napoli: alcune testate locali riportano la notizia che un pakistano armato starebbe seminando il terrore nel quartiere di Fuorigrotta. La notizia si rivelerà poi falsa e solo frutto di una psicosi collettiva durata qualche minuto. Senza alcun fondo di verità. Viene riportata da alcuni media con la definizione “terrore”, poi cambiata in “psicosi”.

14 giugno 2017, Alexandria, Virginia: James Hodgkinson, di 66 anni, cittadino americano di Belleville, apre il fuoco su un campo di baseball dove si allena la squadra dei Repubblicani. Ferisce cinque persone tra cui Steve Scalise, deputato al congresso, prima di essere ucciso dalla polizia. Donald Trump definisce l’azione di Hodgkinson un “brutal assault,” il dipartimento di polizia locale parla soltanto di “sparatoria.” In nessun caso di terrorismo.

14 giugno 2017, Los Angeles: Jimmy Lan, 38 anni, apre il fuoco sui suoi colleghi del centro UPS, ne uccide tre, prima di togliersi la vita con un’arma d’assalto. Il portavoce della compagnia parla di “shooting incident.”

19 giugno 2017, Londra: Darren Osborne, 47 anni, di Cardiff, legato ad ambienti di estrema destra, noleggia un furgone e lo guida per 270 chilometri fino alla Muslim Welfare House di Finsbury Park dove investe la folla, uccidendo un uomo e ferendone 11. Theresa May, inizialmente, parla solo di “attack.”

Anche non volendo considerare che, secondo un recente rapporto di Amnesty International, il 94% delle vittime del terrorismo di matrice islamista (che a sua volta rappresenta solo una parte dei fenomeni terroristici mondiali) è a sua volta musulmano, attorno al fenomeno rimane comunque un’ampia zona d’ombra.

Gli eventi elencati sopra dimostrano che i media e alcune fazioni politiche ignorano la definizione giuridica e tecnica e piegano il concetto per i rispettivi fini: alimentare l’interesse del pubblico e ottenere consensi. Questo li porta, paradossalmente, ad essere complici del fenomeno, enfatizzandolo nel modo in cui divide e crea odio inter-etnico. Se oggi abbiamo paura di andare a concerti ed eventi di massa, se non ci sentiamo più liberi (che è il vero effetto sperato, anche inconsciamente, di ogni attacco) è anche per colpa di chi ha reso il fenomeno uno strumento politico, ideologico; impedendoci di capire la sua dimensione trasversale e alimentando la nascita di nuovi fenomeni analoghi: come l’attacco di Finsbury Park. Addirittura glorificato sui social da numerose pagine sovraniste. I media, in questi termini, rischiano di diventare i più grandi complici dei terroristi. Contribuendo alla crescita del loro potenziale.

Come sconfiggere, quindi, il Terrorismo?

“ISIS loses because they live in a world where people don’t give a shit”

Queste sono le parole del comico americano Loius CK, in un suo spettacolo 2017. Non quelle del Segretario Generale delle Nazioni Unite, né di un politico di professione. Eppure sono quelle che forse meglio descrivono la vera natura, e il vero fine del fenomeno “terrorismo”.

Il terrorismo (se come fenomeno unitario si vuole definire quello attuale, sempre più spontaneista e privo di cellule e terroristi di professione e di diverse matrici spesso ibride) è definibile come un moltiplicatore di potere. Per questo motivo l’ISIS (Daesh, o ISIL, come preferite) tende a rivendicare qualsiasi attentato, anche se non direttamente collegato a nessuna delle sue cellule, per aumentare questo fattore.

Questo implica, come detto precedentemente, che l’unica utilità degli attentati per chi li compie non è la morte in sé, ma in una visione di potere più ampia — la reazione di chi non ne è ancora stato vittima, la pressione che metterà sui propri governi e la crescente percezione di forza che avranno di chi li ha compiuti. Come Louis CK continua nel suo monologo: tutto finirebbe quando il terrorismo verrà privato proprio della sua radice etimologica: quella di terrore.

Quando un calvo dirà a un tagliagole: “Taglia taglia. Voglio vedere poi come me la reggi la testa per la foto.”


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