War Machine, il nuovo film di Netflix, non è solo un buon film, ma è soprattutto il tentativo di riportare un sistema produttivo sempre più fuori dagli schemi dell’industria cinematografica, quello dei medio-budget.

Si è fatto un gran parlare di Netflix negli ultimi mesi: prima lo scacco matto degli hacker, poi il successo incontrollato di 13 Reasons Why, infine la scazzottata mediatica con il festival di Cannes e le sue regole. La piattaforma di streaming è sulla bocca di tutti, piace amarla e piace odiarla. Per quanto però si voglia mantenere alto il tanto agognato buzz, a conti fatti Netflix deve dare priorità alla qualità e quantità (uno, in questo caso, non può escludere l’altro) dei propri contenuti.

Con la prova di forza a Cannes, Netflix ha messo in mostra i muscoli, dimostrando che le sue dinamiche non sono così lontane in termini di qualità dai bisogni dei cinefili, gli utenti più ambiti, e che l’economia dello streaming è entrata a pieno regime nel sistema produttivo cinematografico, dando un’alternativa a creativi e operatori del settore.

“Mi sono trovato perfettamente a mio agio lavorando con Netflix. Mi hanno concesso totale libertà in termini di casting, riprese ed editing,” ha affermato il regista sudcoreano Bong Joo-ho all’indomani della proiezione del suo film festivaliero Okja.

Ma proprio mentre critici e spettatori si preparavano a Okja e The Meyerowitz Stories, Netflix sfoderava silenziosamente la sua arma segreta: il film satirico-militare War Machine, la storia del generale Glen McMahon (personaggio di finzione basato sul più reale Stanley Allen McChrystal), inviato in Afghanistan per risolverne definitivamente il conflitto.

War Machine – basato sul libro The Operators di Michael Hastings – è stato rilasciato su Netflix questo 26 maggio, attirando subito l’attenzione degli utenti grazie al volto di Brad Pitt, super star che regala una magistrale interpretazione nei panni del generale McMahon. Sebbene il cast sia colorito e pieno di ottimi interpreti come Ben Kingsley e il giovane John Magaro, la vera sorpresa è nella produzione: War Machine, con un investimento di 60 milioni, è il primo blockbuster dell’era Netflix — per mettere le cose in prospettiva, il primo film distribuito dall’azienda di Los Gatos, Beasts of No Nation di Cary Fukunaga, era costato solo 6 milioni.

Netflix fa quindi un passo avanti in territorio avversario e conquista una parte di terreno abbandonato dalle grandi case di produzione: i medio-budget. Negli ultimi anni infatti l’esplosione dei comic movies e dei grandi franchise cinematografici ha ampliato la forbice economica tra produzioni indipendenti con budget irrisori e quelle a nove cifre, riducendo così le produzioni che si trovavano nel mezzo, composte da budget di medio livello e in grado di unire l’esperienza indie a risorse economiche moderate. Negli ultimi anni la situazione non ha danneggiato solo le produzioni, costrette ad affidarsi a modelli pre impostati che garantissero il successo al botteghino, ma anche gli spettatori, privati della possibilità di avere a disposizione un cinema più interessante e innovativo.

Non è un caso quindi che la nuova rotta intrapresa da Netflix sia stata inaugurata da David Michôd, regista australiano che negli ultimi dieci anni ha incarnato la voglia (e la possibilità) di fare un cinema attento e curato senza scadere nel parossismo — i suoi Animal Kingdom e The Rover si sono rivelate le esperienze del cinema indie più interessanti in termini di coinvolgimento e tensione.

David Michod sul set di Animal Kingdom.

David Michod sul set di Animal Kingdom.

“Sono andato a scuola di cinema proprio nel mezzo dell’esplosione indie degli anni ‘90, per un lungo periodo c’era un gruppo di ragazzi — Paul Thomas Anderson, David O Russell, Wes Anderson, Spike Jonze — che stavano per fare film con i budget degli studios, ma i risultati erano talmente idiosincratici. Quando Animal Kingdom è stato rilasciato, mi ha dato un grosso carico di attenzione, ma queste occasioni non sembrano esistere più,” ha dichiarato al Guardian Michôd.

War Machine non è un film perfetto, anzi è molto lontano dall’esserlo, ma in quanto tentativo di riscoprire generi ormai relegati alla serialità televisiva l’opera di Michôd si conferma un ottimo risultato per Netflix e le sue produzioni. Rimane da capire se progetti come War Machine, Okja e The Meyerowitz Stories saranno in grado di rispolverare un’idea di cinema più legata all’arte priva di vincoli e meno a economie di mercato, o se alla fine il Cinema rimarrà intrappolato per sempre nella scatola di Netflix.


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