Gli spari della guardia costiera libica sulle barche dei profughi

È necessario, con il ritorno dell’estate e il nuovo intensificarsi dei flussi migratori, cercare di non essere indifferenti a chi muore nel Mediterraneo. Non sembra un’impresa facile: l’opinione pubblica ormai è assuefatta alle notizie di naufragi, drammi e dolore. A meno che non succeda una tragedia di proporzioni davvero immani. La rotta libica, dopo essere passata in secondo piano per qualche anno a seguito dell’apertura di quella balcanica, è tornata ad essere la preferita dai trafficanti di uomini.

Le tragedie, nei giorni scorsi, sono state due. La prima, accertata, appena al largo delle coste libiche: un barcone si è fortemente piegato su un lato, per cause non del tutto chiare — forse un’onda più alta del normale, o uno spostamento eccessivo dei suoi passeggeri; delle quasi 500 persone a bordo, circa la metà sono cadute in acqua e 34 sono annegate prima dell’arrivo dei soccorsi.

La seconda invece non è stata ancora confermata da fonti ufficiali ma vedrebbe coinvolti 150 migranti naufragati in mezzo al mar Mediterraneo, in un punto non ben precisato tra la Sicilia e le coste africane.

Riguardo al primo caso, i media stanno facendo un po’ di confusione con un altro episodio di questi giorni, in cui la guardia costiera libica ha sparato alcuni colpi in aria mentre le navi delle Ong, tra cui Medici Senza Frontiere, stavano soccorrendo un barcone di migranti. Su molti media italiani le due notizie vengono fatte coincidere, ma al telefono un portavoce di MSF ci ha confermato che, per fortuna, almeno nel caso dell’incidente con la guardia costiera libica non ci sono state vittime. I fatti sono avvenuti martedì 23 maggio, un po’ prima dunque del naufragio di ieri mattina.

“Eravamo stati mandati a soccorrere dei barconi. Avevamo già preso a bordo 20 persone e a quel punto è arrivata la guardia costiera libica cominciando a sparare in aria. A quel punto una sessantina di migranti, presi dal panico, si sono buttati in acqua. Per fortuna avevano già i nostri giubbotti salvagente.”

Perché la guardia costiera libica avrebbe aperto il fuoco? “Questo dovrebbe chiederlo a loro.”

Tra la guardia costiera libica e le Ong presenti al momento dei fatti come la tedesca Jugend Rettet è montata una polemica feroce. Ieri, il portavoce della guardia costiera Adobe Amr Ghasem aveva smentito le accuse, rivolgendole anzi verso le Ong, senza risparmiare frecciate che, ultimamente, si sentono spesso anche al di qua del Mediterraneo: “Perché le Ong ci dichiarano guerra? Dovrebbero piuttosto collaborare con noi, se davvero volessero fare l’interesse dei migranti.” Invece, secondo il guardacoste, alcune “organizzazioni tendenziose” aiutano i trafficanti instillando nei migranti sogni di Europa.

Jugend Rettet, in ogni caso, sul suo profilo Twitter ha esibito fotografie della guardia costiera libica che minaccia i migranti con delle armi automatiche. Sarebbe interessante sapere se quei cadetti libici sono stati già addestrati da militari italiani, in base a quanto previsto dagli accordi tra il governo di Roma e quello di Tripoli.

Non è la prima volta che si hanno notizie di spari della guardia costiera libica sulle barche dei profughi, e perfino contro quelle delle stesse Ong, come lo scorso gennaio, quando la Bourbon Argos di MSF è stata crivellata di colpi, “scambiata per una nave di trafficanti di petrolio.”

Il serio tentativo da parte di una fetta delle istituzioni, sia di qua che di là del Mediterraneo, di far passare chi soccorre i migranti ed evita loro una morte orribile in mare per i cattivi della questione è la vera novità di questa stagione migratoria. Finora, le Ong si erano sentite rivolgere accuse del genere da una parte minoritaria delle formazioni politiche di destra, mentre ora gli attacchi nei loro confronti sono stati definitivamente sdoganati. In particolare, vengono accusate di essere colluse coi trafficanti, insieme ai quali avrebbero dei non meglio identificati interessi a trasportare persone al di qua del Mediterraneo.

L’asticella della tensione è stata definitivamente alzata alla fine del mese scorso dal procuratore di Catania Zuccaro, protagonista di un’assurda serie di sparate in cui si dichiarava “certo” che ci fossero legami tra il lavoro delle Ong e degli scafisti, senza però esibire l’ombra di una prova. Il 3 maggio, lo stesso Zuccaro ha ammesso che di prove in effetti non ce ne sono, restando però fermo sulle sue convinzioni.

Il giorno successivo, l’organizzazione neofascista Forza Nuova ha fatto irruzione nella sede dell’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, che pure non è una Ong, ma fa parte dell’Onu. E le supposte collusioni tra Ong e trafficanti sono state cavalcate anche dal Movimento 5 Stelle, nella persona di uno dei suoi leader, Luigi Di Maio.

In pochi si prendono la briga di far notare che sono proprio le organizzazioni non governative a giocare un ruolo chiave nel soccorso in mare dei migranti, un ruolo che dovrebbe essere di competenza delle istituzioni — proprio le istituzioni che, invece, contro le Ong cercano di riversare veleno. Da quando, ormai due anni fa, l’operazione italiana Mare Nostrum è stata abolita, le Ong hanno salvato migliaia di vite umane.

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