A un mese di distanza dal bombardamento al nervino, i media filo-russi continuano a parlare di una “montatura.”

L’attacco chimico del 4 aprile scorso a Khan Sheikhoun, nella provincia di Idlib in Siria, ha causato, secondo le autorità mediche locali, oltre 70 morti e più di cinquecento feriti. Altre stime parlano di novanta o cento vittime. Si è trattato dell’attacco chimico con il peggior bilancio umano da quello di Ghouta, nel 2013, ma non l’unico: un report di Human Rights Watch, pubblicato pochi giorni fa, documenta l’esteso e sistematico impiego di armi chimiche da parte del regime siriano tra il 2014 e il 2017, nonostante la distruzione del proprio arsenale chimico concordata con la comunità internazionale proprio in seguito alla strage di Ghouta.

Nella maggior parte dei casi si tratta di attacchi al cloro — un elemento chimico dual use, e quindi non incluso nell’armamentario da distruggere — usato estensivamente anche durante la battaglia di Aleppo. Ma sono documentati attacchi in cui si sospetta l’utilizzo di gas sarin anche prima di Khan Sheikhoun, dove l’impiego di sarin è stato confermato dalle analisi dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), oltre che dall’intelligence francese.

Khan Sheikhoun ha rappresentato un punto di svolta anche per le sue conseguenze internazionali, con l’inaspettata rottura di quella che sembrava un’alleanza informale in via di consolidamento tra gli Stati Uniti di Trump e la Russia — anche se il bombardamento missilistico statunitense contro la base di Shayrat, da cui sarebbe partito l’attacco chimico, non ha avuto strascichi rilevanti, e sembra esser stato più che altro una prova di forza per ribadire la propria presenza interessata nell’area.

Ma soprattutto, l’attacco costituisce — ancora a un mese di distanza — un case study ideale per lo scontro incrociato tra propaganda e ricostruzione dei fatti, nella proxy war anche mediatica che si combatte in Siria.

Sputnik — agenzia di stampa direttamente controllata dal Cremlino — ha pubblicato due giorni fa un articolo in cui una non meglio specificata fonte “militare e diplomatica” accusa Al Jazeera di aver messo in scena, su ordine di “una nazione europea,” un finto attacco chimico contro i civili nella provincia di Idlib, impiegando tanto di ambulanze, mezzi anti-incendio, e una settantina di “residenti locali con bambini trasportati da un campo profughi” come comparse.

La risposta del servizio all-news panarabo non si è fatta attendere. Al Jazeera accusa senza mezzi termini Sputnik di essere soltanto “uno strumento di propaganda che pubblica notizie false senza alcuna vergogna,” sfida l’agenzia russa a dimostrare le proprie accuse e annuncia azioni legali.

Sputnik non fa riferimento a Khan Sheikhoun, e sembra parlare piuttosto della creazione di una sorta di materiale video “jolly,” da usare all’occorrenza. Ma già pochi giorni dopo l’attacco di Khan Sheikhoun, il 13 aprile, lo stesso Bashar al-Assad — respingendo come al solito qualsiasi responsabilità — sosteneva che anche in quel caso si trattasse di una “fabbricazione al 100%” organizzata dall’Occidente, in particolare dagli Stati Uniti, per giustificare il bombardamento del 7 aprile.

Anche la Russia, dopo aver sostenuto inizialmente l’improbabile tesi che l’aviazione del regime avesse colpito un deposito di armi chimiche dei ribelli, da cui si sarebbe propagato il gas, si è allineata molto presto alla tesi del false flag.

Negare il fatto stesso che qualcosa sia accaduto è ovviamente lo strumento più potente per delegittimare il resoconto dei fatti della parte avversa, ed è anche una delle poche armi mediatiche in mano a chi, sul campo, ha interesse a difendere una posizione sempre meno difendibile, come quella del presidente Assad.

È una strategia che va oltre la semplice contrapposizione “fake news contro verità”: ad essere sfruttato per fini propagandistici è un modello di produzione e consumo delle informazioni che ha già interiorizzato e superato questo schema, per cui non importa tanto il racconto imparziale dei fatti, o il loro contrario, ma soltanto l’insinuazione del dubbio.

Per insinuare il dubbio non serve raccogliere prove, né argomentare: bastano dichiarazioni en passant, rievocazioni di casi simili, fonti riservate, sospetti. Il risultato che si ottiene ripaga di gran lunga lo sforzo necessario. Basta che il dubbio esista, perché questo abbia legittimità di essere raccontato anche da chi ne rifiuta l’esistenza: così, tutte le ricostruzioni ufficiali o imparziali (insomma, non di Sputnik) che cercano di far luce su quanto è accaduto a Khan Sheikhoun — o altrove — non potranno fare a meno di citare anche l’altra versione, per quanto screditata. Da questo deriva l’impressione frustrante (e fuorviante) che ricostruire la realtà dei fatti sia impossibile tout court, e che quindi ci si debba rassegnare a un conflitto di interpretazioni, sospendendo il giudizio o optando a priori per una delle “parti.”

Non solo: come dimostra la facilità con cui si diffondono teorie del complotto di ogni genere, la “versione alternativa,” nella cultura mass-mediatica di oggi, ha intrinsecamente una forza superiore a quella facilmente etichettabile come “mainstream” (anche quando proviene, come in questo caso, da fonti tutt’altro che indipendenti).

È il frutto di un lungo lavoro di delegittimazione dell’autorità del giornalismo “tradizionale” — non certo esente da colpe nella perdita della sua stessa preminenza.

Gridare al false flag, alla messa in scena, funziona innanzitutto perché operazioni di questo genere esistono e sono esistite. La brutta vicenda delle armi di distruzione di massa attribuite falsamente al regime di Saddam, utilizzata spesso dal Cremlino per tracciare un parallelo con il caso siriano, è solo l’esempio più a portata di mano.

Sputnik si rivolge soprattutto a un pubblico occidentale, e la strategia funziona: posizioni filo-assadiste, mascherate sotto l’apparente legittimità del dubbio sulle informazioni frammentarie che arrivano dalla Siria, attraggono in Europa e negli Stati Uniti non soltanto i complottisti e il curioso amalgama rossobruno che da qualche anno vede in Putin la propria stella polare, ma anche professori del MIT.

La delegittimazione dei media tradizionali e la difficoltà ad accedere a fonti attendibili sul campo contribuiscono in eguale misura a diffondere confusione sulla guerra in Siria. La prima guerra seguita in diretta da una televisione all-news è stata, notoriamente, la prima guerra del Golfo: non è un caso che, se si cercano su YouTube i servizi della CNN dell’epoca, il primo risultato sarà un video che cerca di dimostrare che tutta la copertura giornalistica era in realtà una montatura girata in studio, una convinzione estremamente diffusa su internet. (Qui il debunking.)

Come iniezione di realtà, Al Jazeera, un mese dopo il bombardamento, ha raccolto le testimonianze di alcuni medici e sopravvissuti di Khan Sheikhoun.

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