Benvenuti a Eco 

la rassegna stampa settimanale dedicata a energia, ambiente, ecologia e sostenibilità.

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In questa puntata: all’EPA butta sempre peggio, la politica energetica di Le Pen e Macron a confronto, il futuro dell’energia solare potrebbe essere in una bacca.

1. Pessime novità all’EPA

Tra minacce di scioglimento, licenziamenti, chiusura di uffici e tagli ai fondi, l’EPA—Environmental Protection Agency—sta affrontando alcuni dei più difficili momenti da 46 anni a questa parte. Sotto l’imperativo di rappresentare al meglio il nuovo “orientamento” dell’Agenzia, sul sito istituzionale non ci potranno essere informazioni che “contraddicano le azioni adottate negli ultimi due mesi” dall’amministrazione, riporta il Washington Post—sì, qualcuno la potrebbe definire “propaganda”. È anche prevista l’archiviazione delle pagine pubblicate sotto la presidenza Obama, e attualmente la sezione del sito riguardante il cambiamento climatico è in aggiornamento. Nel dubbio, un attivista ha inviato il proprio backup dell’intero sito a un account rogue, che ha provveduto a caricarlo su un altro server e a renderlo accessibile pubblicamente.

Pare, dunque, stiano per finire bruscamente gli anni in cui le questioni ambientali—in particolare le crisi idriche—erano affrontate addirittura come un problema di sicurezza nazionale, con la conseguente collaborazione di vari dipartimenti, tra cui quello della Homeland Security.

2. Macron, Le Pen e la questione energetica

Oltre a portare avanti visioni opposte del mondo, i due candidati alle elezioni presidenziali francesi non condividono neppure i piani per le future politiche energetiche della Francia. Il nucleare—la principale fonte energetica dello Stato, qua l’energy mix—è un capitolo controverso, in particolare in relazione alla fusione tra EDF e Areva. Le Pen non è intenzionata a ridurre la dipendenza energetica da tale fonte, contrariamente a Macron—anche se tagliare rapidamente la produzione di energia nucleare potrebbe richiedere più tempo del previsto.

Il discorso sulle rinnovabili è altrettanto spinoso: sebbene tutti e due i candidati siano in favore di una transizione energetica, per Le Pen bisognerebbe servirsi proprio del nucleare come fonte di passaggio, mentre Macron punterebbe fin da subito a “raddoppiare” le attuali capacità produttive che derivano da solare ed eolico, fermando la produzione di energia da centrali a carbone e investendo quindici miliardi di euro in altre fonti entro i prossimi cinque anni.

3. L’energia solare è alla frutta

Nel vero senso del termine. Un pigmento presente nei frutti del jamun—albero diffusissimo in India e nel Sud-Est asiatico, parte della classe degli antociani—ed estratto servendosi di etanolo, sembra assorbire una grande quantità di raggi solari, a detta di un gruppo di ricercatori dell’Indian Institute of Technology. Considerando che la lavorazione del silicio—l’elemento più utilizzato finora per la costruzione di pannelli solari—è estremamente cara, il jamun potrebbe offrire prospettive interessanti. In India, tra l’altro, il mercato dell’energia solare è in fortissima crescita, e già durante i primi mesi di governo Modi annunciò l’intenzione di voler attrarre cento miliardi di dollari in investimenti nel campo dell’energia solare, che allora contribuiva solamente per l’1% dell’energy mix.

4. Cellulari e cambiamenti climatici

È possibile calcolare il volume delle precipitazioni atmosferiche in una determinata area, confrontando i cambiamenti di intensità delle microonde dei cellulari, che vengono trasmesse da una torre per le telecomunicazioni all’altra. ClimaCell, una start-up di Boston, è intenzionata a servirsi proprio di questo meccanismo—oltre alle classiche immagini da satellite—per fornire previsioni meteo di breve periodo il più accurate possibile, tra l’altro relative a spazi anche molto limitati (come un insieme di strade). I risvolti pratici potrebbero essere notevoli, sia in campo aeronautico—i due fondatori sono ex-piloti militari—sia nell’ambito dei trasporti in generale. Inoltre, trattandosi di un metodo che utilizza tecnologie già ampiamente diffuse, il suo utilizzo in paesi in via di sviluppo sarebbe piuttosto agevole.

5. Trump ha fatto arrabbiare qualcun altro

Chi? I produttori che si occupano di costruire le condutture per oleodotti e gasdotti—sì, in teoria la categoria non dovrebbe essergli ostile, visti gli ultimi provvedimenti in materia di politiche energetiche. Festeggiano, invece, i produttori di acciaio. Secondo una recente direttiva, infatti, l’industria delle pipelines dovrebbe servirsi esclusivamente di acciaio prodotto da compagnie statunitensi; il problema è che, in questo modo, i costi di costruzione di un oleodotto subirebbero un’impennata, con il rischio che futuri progetti—spinti dal boom dello shale—vengano cancellati. Il rischio che si scateni un effetto boomerang, e a nuovi posti di lavoro nel settore dell’acciaio corrispondano meno posti di lavoro nel settore delle costruzioni, non è poi così remoto.

6. Scettici al potere

Aver messo il climate skeptic Scott Pruitt a guida dell’EPA non era abbastanza. Trump ha nominato Dan Simmons—definito dalla cronaca un “renewable skeptic”, ossia come una persona restia al voler spostare la produzione di potenza USA sulle fonti rinnovabili—come nuovo capo del dipartimento dell’energia (DOE). È un guaio, perché l’industria del rinnovabile americana è una delle più all’avanguardia del mondo, e qualora tale business dovesse calare, lo stesso succederebbe alla ricerca che gravita attorno ad esso, che fornisce ogni anno anche agli altri paesi del mondo le fondamenta scientifiche sulle quali basare il proprio sviluppo sostenibile.

 


Eco è a cura di Giovanni Scomparin, Nicolò Florenzio e Tommaso Sansone.

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