“L’Italia e la Grecia non hanno confini, sono confini.”

Sconfinamenti – We can all pass from here!” è un evento pensato e organizzato dal Progetto20K al Pacì Paciana di Bergamo nelle giornate del 31 marzo e 1 aprile. “Due giorni di contaminazione e partecipazione” su temi legati a migrazione, accoglienza, frontiere e libertà di movimento.

Melting Pot, Welcome Taranto, Popoli in Arte, Over the Fortress, Radio No Border, sono solo alcune delle realtà non istituzionali e autogestite presenti all’evento. Giungono voci da Ventimiglia, Sanremo, Trento, Taranto, Bologna, Milano, Como, Verona, Padova. Chi lavora offrendo supporto psicologico, chi distribuendo cibo e coperte, chi allestendo dormitori, chi dando voce alle storie dei migranti, chi organizzando partite di calcio solidali. Sotto un timido sole e un traffico assordante di aerei low cost, un panorama così vario fa già girare la testa.

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Il bisogno di coordinarsi, di confrontarsi e di condividere esperienze e problematiche spinge persone e realtà così diverse a incontrarsi. Tra le difficoltà più urgenti emerge in primo luogo il rapporto con istituzioni e ONG. Questo si rivela spesso conflittuale: a Ventimiglia si sono moltiplicate multe e denunce in seguito all’infrazione del divieto del sindaco di distribuire cibo ai migranti; o ambiguo – sempre a Ventimiglia – Medici Senza Frontiere fa pressione da settimane sulla Croce Rossa per nominare degli esperti di diritto per cui la prefettura ha già stanziato fondi. Altrettanto problematico può risultare il confronto con la società civile poiché il primo confine da superare è il “confine culturale del territorio,” come dichiara un ragazzo di Verona alludendo a una certa mentalità ostile al diverso.

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Il disagio dei locali inoltre nelle vicinanze di un confine è doppio: essi si sentono schiacciati sia dai migranti in transito che da tutti gli enti che sopraggiungono per gestire tale flusso. Ma, a differenza delle ONG che assumono raramente dei locali e fanno molta fatica a tener conto delle dinamiche del luogo dove si insediano, la natura non istituzionale di tali associazioni riesce a creare o incoraggiare reti di solidarietà che nascono dal basso. Un esempio è fornito dal bar di Delia a Ventimiglia, che permette ai migranti di consumare anche solo un caffè e caricare le batterie dei propri cellulari. Un’altra difficoltà da affrontare nasce dal grande caos e velocità dei flussi.

Il referente del progetto Migrants on the Move di Medici Senza Frontiere racconta come a Como e Ventimiglia siano stati creati due team di psicologi, mediatori culturali e ginecologi per offrire supporto psicologico e controlli della salute femminile. Peccato che gli psicologi abbiano spesso solo 72 ore di tempo per stabilire un contatto col paziente e le donne lascino Ventimiglia prima ancora che arrivino i risultati dei loro esami ginecologici. Perfino un dettaglio come la sostituzione di coperte con pratici sacchi a pelo può influire sulle condizioni di vita dei migranti, aggiungono gli attivisti del Progetto20k.

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Interviene poi una voce del progetto Melting Pot da Trento. Con la rotta del Brennero, si può vedere come il confine sia mobile, ampio, non una semplice linea tracciata per terra e innalzata verso il cielo. La militarizzazione delle stazioni ferroviarie inizia da Verona, le forze di polizia austriache rimandano indietro i migranti caricandoli su treni per Bolzano. Il confine non è una linea, ma neanche solo una zona. Emerge infatti una concezione ancora più radicale di confine: “l’Italia e la Grecia non hanno confini, sono confini,” dichiara un rappresentante per la campagna Over the Fortress. Ricorda quindi la responsabilità che gli italiani tutti devono assumersi in quanto abitanti di un territorio sensibile, politicamente scottante.

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Al termine dell’assemblea plenaria, si aprono tre diversi tavoli di discussione: agire sul territorio, costruire solidarietà, condividere saperi, pratiche e informazioni. La complessità della plenaria si moltiplica nella complessità dei tre tavoli. Le esperienze e i punti di vista dei partecipanti sono tanto diversi tra loro quanto le storie di chi ha vissuto o sta vivendo l’eterno viaggio della migrazione. È necessario integrare la narrazione ufficiale con la pluralità delle voci, dare consistenza a dati e statistiche. A progetti come quello di Radio No Border spetta l’arduo compito di mantenere questa complessità, questa impossibilità e incapacità di generalizzare come se quello che è comune fosse sempre più rilevante di ciò che distingue. È questa una strada inversa ma necessariamente complementare a quella semplificatoria operata dai media ufficiali.

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