“È un progetto di aggregazione quotidiana: non è solo calcio.”

—foto di Marta Clinco e Giacomo Ravetta

Nella giornata di domenica, nel campo vicino al Circolo Arci ex Paolo Pini di Via Assietta, in zona Affori, si sono tenute le prime tre partite della No Borders League 2017, la prima edizione del campionato di calcio autofinanziato e indipendente organizzato da Hope Ball che coinvolge migranti e rifugiati del milanese.

Il progetto alle spalle del campionato, Hope Ball, è nato più di un anno fa dall’idea di Gian Marco Duina, 22 anni, milanese. Gian Marco pratica sport agonistico per diversi anni, in realtà non legato al calcio ma allo sci di fondo: “Credo che lo sport possa essere un grande strumento di lotta per l’emancipazione sociale, per l’educazione, motivo di riscatto personale e di crescita.”

A febbraio 2016 si reca in Africa, ed è lì che decide di sviluppare inizialmente il suo progetto, partendo da un villaggio in Zambia: lì crea una vera e propria squadra di calcio, formata da ragazzi in maggioranza orfani, che vivono condizioni di disagio e hanno difficoltà nell’accedere all’istruzione: “O non andavano a scuola, o ci andavano sporadicamente e comunque non riuscivano a portare a termine il ciclo di studi per mancanza di soldi.”

Per questi ragazzi, il calcio diventa uno strumento nel quale scoprono e sperimentano diverse dinamiche: quella del lavoro individuale su se stessi – quindi un lavoro che li costringa a impegnarsi quotidianamente al fine di migliorarsi – sia dinamiche di gruppo, quindi lavoro di squadra per un obiettivo comune, oltre alla capacità di relazionarsi in modo positivo con i compagni.

“Uno degli obiettivi principali del progetto Hope Ball è quello di creare dei gruppi e delle squadre che diventino affiatati, creare comunità, collaborazione,” ci ha spiegato Gian Marco questa domenica, a bordo campo, mentre distribuiva divise a ragazzi impazienti di giocare.

Dopo l’esperienza in Zambia, Gian Marco si trasferisce in Kenya, dove realizza lo stesso progetto in un altro villaggio.

Il progetto iniziato nel villaggio in Zambia  non si è fermato: è stato istituito un campionato amatoriale, l’anno scorso la squadra nata dall’impegno di Gian Marco è arrivata seconda, e si prepara a gareggiare di nuovo.

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L’idea della No Borders League nasce da qui, ma anche da altri ragazzi giovanissimi, tutti ventiduenni, tutti nati a Milano, tutti con la voglia di fare qualcosa di bello per la città in cui vivono, una città che sta cambiando. “La No Borders League è strutturata in due momenti: quello dell’allenamento, di preparazione, e quello della partita, coronazione di tutto il lavoro che c’è dietro. Sono sei allenamenti a settimana, uno per ogni squadra, ogni squadra nel proprio campo, che in genere è uno spazio aperto e pubblico, come ad esempio quello del Parco Forlanini, del Parco di Trenno, del Parco Nord, o del Vivaio di Quarto Oggiaro. È un progetto di aggregazione quotidiana: non è solo calcio.”

Fra le squadre partecipanti, tre provengono da centri di accoglienza, tra cui quello di Via Corelli e quello di Via Mambretti: “Molto spesso i ragazzi nei centri si ritrovano a non aver nulla da fare durante la giornata. Anche solo trovarsi per fare attività insieme, organizzare le partite, preparare cartelli e striscioni insieme per loro significa molto.”

Già molte squadre – circa il doppio di quelle che giocano quest’anno – hanno contattato Hope Ball per chiedere di partecipare il prossimo anno, e non si tratta solo di realtà milanesi: richieste sono arrivate da squadre di Monza, Lecco, Asti. Tutte le divise indossate dai ragazzi sono state donate da privati o da società di calcio per inutilizzo, e resteranno alle squadre .

Sabato 1 aprile, in occasione della seconda giornata di campionato, parteciperanno due squadre non in gara per un’amichevole.

“La No Borders League è solo alla sua prima edizione: siamo convinti ce ne saranno molte altre, e che questo sia solo un fantastico inizio.”

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