Diaframma
Cities. Intervista a Davide Annibale

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Diaframma è la nostra rubrica–galleria di fotografia, fotogiornalismo e fotosintesi. Ogni settimana, una conversazione a quattr’occhi con un fotografo, e tutti i giorni una foto nuova su Instagram, per scoprire il loro portfolio. Questa settimana abbiamo parlato con Davide Annibale delle sue visioni delle città in cui ha vissuto, i suoi riferimenti e la sua idea di fotografia.


Davide Annibale, classe 1987, è uno street photographer che ha trovato la sua visione fotografica dopo aver esplorato a lungo le grandi città. Scatta quotidianamente da 5 anni, in costante ricerca di spunti che gli indichino la strada giusta da percorrere.

Davide, ci racconti i tuoi esordi?

Dopo le scuole superiori ho iniziato a studiare sociologia, poi mi sono trasferito all’ILAS di Napoli, per studiare advertising e fotografia pubblicitaria. Il mio professore all’epoca fu il primo a spronarmi a restare in strada a fare fotografia: non mi vedeva al chiuso all’interno di uno studio. È da questo periodo che la macchina fotografica non sono più riuscito a togliermela dalla spalla.

Poi mi sono trasferito negli Stati Uniti per 4 mesi: un tempo che mi è servito per capire quello che volevo fare e quello che volevo essere. Negli States ho avuto la possibilità di visitare alcune agenzie, tra cui anche Vogue.

Questi viaggi sono stati i primi contesti in cui hai realizzato le tue fotografie sulle città?

In generale il contesto primario è quello urbano, mi piace osservare come le persone interagiscono con l’ambiente circostante. Molti fotografi odiano scattare nei luoghi turistici, al contrario per me è una cosa molto interessante: sono i momenti in cui vedi come le persone si comportano nei confronti di luoghi simbolo, come lo sono la Tour Eiffel o Piazza San Marco, perché si liberano dai condizionamenti esterni e si emozionano, semplicemente.

Nelle tue foto riprendi le persone di spalle.

Si, quasi sempre, è un po’ come pescare: se ti notano, come i pesci, scappano, e quello che avevi visto scompare in un momento.

Mi ha incuriosito il taglio verticale delle tue foto, come mai questa scelta?

A volte mi aiuta questo taglio, lo vedo naturalmente. Ad esempio a New York mi si era palesato un gruppo di 4 ragazze, tutte bionde; lo sfondo in questo caso è la statua della Libertà, che mi ha ricordato il concetto di libertà e di emancipazione delle donne, anche se è sempre complesso descrivere una foto, anche inutile se vogliamo. In linea generale mi piace mettere le persone all’interno di paesaggi urbani, anche in piccoli contesti come i ristoranti.

Per ogni città sembra tu abbia un approccio diverso, ti fai ispirare da quello che trovi?

A dire il vero la prima regola che mi impongo quando sono in giro per città è quella di non stare a casa, a volte rimango fuori anche tutto il giorno, cerco di farmi trascinare ed invadere dalla città stessa; non scatto tantissimo ma vado sempre alla ricerca di posti interessanti, almeno per me, dove poter fotografare. A volte mi capita di stare anche per ore nello stesso posto se lo trovo interessante. Il fatto di riprendere luoghi o monumenti noti di una città mi permette prima di tutto di collocare la fotografia.

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Sembra ci siano molte influenze nelle tue foto. Venezia la foto del vaporetto di Gianni Berengo Gardin, Elliot Erwitt nel caso di Parigi. Scelta consapevole o frutto dell’istinto?

Cerco sempre, ed è per me una cosa primaria, forse l’unico paletto che mi metto, di non includere il tempo, o meglio, di non far capire in che tempi siamo. Fotografare un’auto, qualcosa che richiami un anno specifico è una cosa che evito, va in contrasto con l’idea che ho della fotografia. La fotografia di Parigi può dare l’idea di tempi passati per esempio. La ragazza indossava delle Nike, la loro inclusione avrebbe cambiato il senso della fotografia in maniera importante.

Quali sono le tue ispirazioni?

Ho alcuni pittori a cui faccio riferimento, come Jack Vettriano, o altri suoi colleghi più moderni. Ci sono anche altri fotografi di cui sono completamente appassionato come Saul Leiter o Vivian Maier. Nel caso di Saul Leiter credo la mia fascinazione derivi soprattutto dall’uso del colore. Un altro cui faccio riferimento è Gueorgui Pinkhassov, fotografo russo che fa parte della Magnum.

Il colore, ha una valenza particolare nel tuo caso?

La scelta del colore vorrebbe avvalorare l’idea che ho del tempo all’interno della mia fotografia. Negli ultimi tempi sono molto attratto dal bianco e nero e, contestualmente, mi sto avvicinando al ritratto, che per lungo tempo ho tralasciato.

A quale genere ti senti più vicino?

Mi sono sempre identificato nei fotografi umanisti, come idea, sebbene non andrei mai a paragonarmi a loro. Credo tra l’altro che il catalogo e la raccolta delle fotografie di un fotografo si vedano alla fine della sua vita. Io ad oggi, dopo cinque anni di fotografie, credo di averne un centinaio che considero buone, le altre fanno parte di una ricerca mentale per raggiungere un qualcosa; che sia buono o meno questo poi lo decideranno gli altri.

 

— FIN —

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