Recentemente la figura dell’ex presidente è riemersa dall’oblio texano perché qualcuno ha incominciato a rimpiangerlo.

Quattordici anni fa incominciava la guerra in Iraq. Sembra ieri, ma i bambini nati quel 20 marzo stanno quasi per andare al liceo. Invece, chi ha voluto quella guerra è già andato in pensione — una pensione dorata. Stiamo parlando di Tony Blair e, soprattutto, di George W. Bush.

Dopo aver abbandonato la Casa bianca nel 2009, in una delle presidenze più impopolari e sbeffeggiate della storia statunitense, Bush è tornato in Texas e ha cominciato a dipingere a olio, un po’ come tutti gli artisti di successo dopo lo scioglimento del proprio gruppo. A quanto pare tra le sue opere ci sono ritratti dei suoi cani e di politici come Tony Blair e Vladimir Putin.

In generale come ex presidente ha mantenuto un basso profilo, partecipando a qualche evento pubblico in Texas e andando di tanto in tanto in televisione — ma senza criticare il nuovo presidente Obama in modo frontale. È andata a finire, insomma, che tra la crisi economica e un nuovo presidente oggettivamente più figo gli Stati Uniti  sono finiti quasi per dimenticarsi di lui.

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Recentemente la sua figura è riemersa dall’oblio texano quando qualcuno ha incominciato a rimpiangerlo — non è difficile immaginare perché, se si vive in un paese che ha appena eletto alla propria guida Donald Trump. Alle ultime elezioni, Bush e la moglie Laura hanno dichiarato di non aver votato per il magnate col ciuffo più bello del mondo, e la scenetta di George W. che prova a mettersi una mantellina il giorno dell’inaugurazione è diventato un meme. Come sappiamo, diventare un meme oggi può voler dire essere un politico di livello superiore ai mortali.

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Nell’immagine pubblica di Bush è rimasta solo la goffaggine, che da inopportuna è cominciata a sembrare perfino simpatica, come quella di un Pippo diventato presidente, e in molti hanno iniziato a infondere alle sue parole un carisma quantomeno discutibile. Ad esempio, quando si è timidamente esposto che “non ama il razzismo dell’era Trump,” alcuni commentatori americani hanno visto in lui un ex statista saggio e salomonico _ come se non fosse normale, specie in un paese che in teoria basa la propria vita pubblica sulle libertà individuali, essere in disaccordo con discriminazioni religiose retrograde.

Tutto questo non deve però far dimenticare che Bush è stato il principale promotore della guerra in Iraq, uno dei conflitti più inutili, criminali e sanguinosi della storia, giustificato dalla Casa Bianca con prove su supposte armi di distruzione di massa a disposizione di Saddam Hussein che in seguito si rivelarono inventate per spingere il paese verso la guerra. È ormai noto come il presidente e molti alti funzionari governativi mentirono apertamente pur di costruire un clima adatto alla guerra contro uno dei paesi del famigerato “asse del male.”

Come fa notare Jacobin in un ottimo articolo uscito qualche giorno fa, George W. Bush rischia in molti paesi di essere arrestato come criminale di guerra. Nel 2011 ha dovuto disdire alla svelta un viaggio in Svizzera perché il rischio che venisse messo dietro le sbarre con questa accusa era “molto concreto.” Un tribunale malese ha condannato in contumacia lui e il suo compare Tony Blair per “crimini contro la pace,” sempre nel 2011.

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Quella guerra in Iraq, oggi, è il principale motivo per cui il medioriente è una macelleria e la radice dello sviluppo dello Stato Islamico, il cui nucleo nacque proprio in Iraq per contrastare l’invasione americana. Una guerra che in teoria è durata qualche settimana — il tempo di eliminare Saddam e “esportare la democrazia” — ma che, di fatto, non è finita nemmeno oggi.

Viste le modalità con cui quella guerra venne iniziata, è quasi stupefacente che a nessuno negli Stati Uniti sia venuto in mente di aprire qualche tipo di indagine sull’ex presidente, che invece oggi viene addirittura innalzato a difensore dei diritti dei musulmani. I suoi vecchi sostenitori citano un discorso dei suoi primi anni di presidenza, in cui Bush definiva l’Islam “una religione di pace” — nonostante si stesse preparando a massacrarne migliaia di fedeli.

È importante ricordare che, nonostante l’aspetto e il temperamento apparentemente innocuo, è stato George W. Bush a adibire la base di Guantanamo a centro di tortura per terroristi islamici o supposti tali. Decisione crudele che, peraltro, ha difeso in varie occasioni anche dopo la fine del suo mandato, tra un dipinto a olio e l’altro, insieme a tutte le forme di tortura come il waterboarding. Ed è sempre stato Bush a promuovere il Patriot Act, di cui abbiamo parlato spesso e che è una delle radici di tutti gli scandali spionistici emersi negli ultimi anni.

Queste nefandezze sono parte di un disegno molto ampio e di una concezione di politica estera violenta e neocoloniale, secondo la quale gli USA sarebbero il “poliziotto del mondo” e che ha trovato nell’invasione dell’Iraq la massima espressione. Ufficialmente le truppe americane si sono ritirate dal paese alla fine del 2011. Si stima che tra la popolazione irachena ci siano state almeno centocinquantamila vittime, e tutt’oggi l’Iraq è uno stato senza la parvenza di una fondamenta. Non è sorprendente che a Baghdad qualcuno, a Bush, voglia ancora tirargli le scarpe.

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