Com’è successo che in cinque anni la sinistra è passata da voler vincere ad accontentarsi che vincano destre non troppo sanguinarie?

Geert Wilders, sorride mentre istruisce le forze del male

Geert Wilders, sorride, mentre istruisce le forze del male

Questa mattina i media progressisti europei e europeisti — che comunque si contano sulle dita di una mano — tirano un sospiro di sollievo. I Paesi Bassi non hanno seguito gli Stati Uniti nella deriva populista, xenofoba e slegata dalla realtà — come se in un mondo in cui gli Stati Uniti sono un jolly folle e così influente cosa succede in Olanda fosse davvero una cartina al tornasole delle speranze democratiche in Francia e in Germania. (E prima o poi si vota anche in Italia, si dice.)

È un segnale indubbiamente positivo, non politico, ma sociale, che in Europa forse il linguaggio del populismo potrebbe avere meno presa di quanto si temesse sul pubblico. Ma siamo davvero sicuri? Ci sono dei modelli che testimoniano la vicinanza tra l’elettorato olandese e quello sud-europeo, ad esempio? Noi non ne abbiamo trovati.

E a questo punto, per chi nel vecchio progetto di Europa unita crede, o peggio ancora, per chi crede nella dignità del lavoro e nella responsabilità dello Stato nel garantire il benessere dei cittadini, come si può festeggiare un’elezione che segna la sconfitta totale, forse irrevocabile, delle sinistre tradizionali?

Cinque anni fa, quando la retorica ancora voleva che la crisi economica fosse una cosa passeggera, che non si trattasse di un’ondata di impoverimento diffuso, e c’era ancora chi si nascondeva dietro un dito e la chiamava crisi finanziaria, si facevano questi stessi identici discorsi: all’epoca erano diversi, però — si parlava di populismo, ma soprattutto si parlava di portare alla guida di Italia, Francia, e Germania forze progressiste, che potessero gestire responsabilmente la crisi.

Le cose sono andate un po’ diversamente — e l’unica sensazione è che l’Europa al populismo ci stia arrivando non con una svolta, ma appunto, con una deriva, poco alla volta. La scorsa volta Marine Le Pen faceva paura, questa volta fa paura.

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Quello che è successo, in parte a causa dei governi di coalizione — esattamente quelli che hanno cantato i canti funebri alla sinistra olandese, e forse anche a quella italiana — è che la sinistra tradizionale si è arenata di fronte alle necessità di essere di governo, si è allacciata al conservatorismo, in nome della responsabilità di fronte all’emergenza.

Sia chiaro: non è questa la sede per criticare quelle scelte, soprattutto di fronte all’Italia disastrata che il governo di emergenza ereditava dalla creatività berlusconiana.

Ma la destra, in nessun paese, si è sentita legata dallo stesso senso di responsabilità delle sinistre. Mentre il Pd si sentiva costretto a eseguire l’agenda Monti, ne pagava le pesantissime conseguenze elettorali, e poi in una giravolta senza precedenti i sostenitori delle idee che avevano causato il suo crollo di popolarità prendevano il controllo del partito, mentre la sinistra francese perdeva il controllo della propria agenda politica prima di fronte alle ristrettezze, poi inseguendo il terrore contro il terrorismo, la destra si è sentita pienamente giustificata a inseguire quei populismi, metterci una cravatta più cara al collo, e timbrare il cartellino.

Così, con la vittoria di Donald Trump, si è iniziato a parlare di Angela Merkel come paladina liberale, una paladina liberale che ha cambiato idea sulla questione rifugiati almeno tre volte negli ultimi due anni, e oggi festeggiamo per lo stop alla deriva populista da parte di un uomo la cui posizione sugli immigrati è semplice: adeguatevi o andatevene.

Sembra, in qualche modo, che la destra europea sia riuscita a fare una cosa che alla sinistra non è riuscita, in questa sua deriva: si è portata dietro se non l’opinione pubblica, almeno la nostra percezione del normale — la prima volta che Angela Merkel ha fatto piangere una bambina ci siamo scandalizzati, oggi chi ha detto molto di peggio è quasi un salvatore della patria–europea.

E allora: se la sinistra che fa la destra sparisce — e nei Paesi Bassi è sparita male, con i laburisti della Pvda che dal 25% cadono al 5,7%, perdendo più di tre quarti dei voti — e la destra abbraccia gli argomenti dei populisti — ma non cresce, e nemmeno tiene, perché anche Rutte ha perso il suo bel 5% — il populismo potrebbe arrivare al governo senza vincere le elezioni nemmeno una volta, ma avvelenando, un punto alla volta, i partiti di centro.

— FIN —

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