Qualche migliaio di militanti in tutta Italia (fino all’Umbria) e una struttura capillare: abbiamo cercato di capire se i Giovani Padani fanno sul serio.

Dopo la vittoria della Germania ai Mondiali del 2014, un po’ dappertutto si potevano leggere commenti che riconoscevano la forza della nazionale tedesca come frutto di una sapiente e lungimirante organizzazione calcistica, soprattutto per l’attenzione dedicata ai giovani talenti nei club, con cospicui investimenti sui vivai, e così via. “Un modello da imitare,” aveva detto, tra gli altri, Barbara Berlusconi, il cui cognome permette di giustificare almeno in parte la brutta abitudine italiana delle metafore calcistiche applicate alla politica.

Nel pieno della crisi dei partiti e della partecipazione democratica in tutto l’Occidente, guardare alle strutture politiche giovanili — come punto di contatto e osmosi fra la mitologica base e gli organi superiori — può fornire un buon indicatore dello stato di salute dei partiti stessi, la cui sopravvivenza si gioca, inevitabilmente, sulla capacità di rinnovamento generazionale. Per questo, abbiamo deciso di dare un’occhiata in giro.


I Giovani Padani — o meglio, Movimento dei Giovani Padani, MGP — sono la formazione giovanile più longeva nel quadro politico nazionale in via di frammentazione. Nazionale, o quasi: la loro attività infatti si spinge al massimo fino all’Umbria, disegnando idealmente una Great Padania dalle Alpi agli Appennini centrali (interpretazione mia).

Nati nel 1991 — anno della nascita ufficiale della Lega Nord, dall’unione delle precedenti leghe autonomiste — le loro iniziative bucano raramente i confini della stampa locale, ma non c’è da sottovalutarli. Contano in totale fra i 3 mila e i 4 mila iscritti e sono dotati di un’organizzazione capillare e solidamente strutturata, divisa in coordinamenti nazionali (ossia le regioni), coordinamenti provinciali e sezioni. Il limite d’età per farne parte è trent’anni. Per tesserarsi, all’MGP come al partito madre, esistono due forme di affiliazione, complementari: una tessera da “sostenitore,” da rinnovare ogni anno, e una tessera da militante. Per ottenere la tessera da militante bisogna essere maggiorenni e aver passato almeno un anno da sostenitori. Un sistema “a due livelli,” che permette al partito di reggere agli urti nei momenti di impopolarità, quando i sostenitori diminuiscono drasticamente, ma rimane stabile lo zoccolo duro dei militanti.

Ma che peso hanno i Giovani Padani dentro la Lega? “Enorme,” mi dice al telefono da Bruxelles Andrea Crippa, brianzolo, coordinatore federale del movimento e assistente personale di Salvini all’Europarlamento. “Fai conto che lo stesso Salvini esce dall’MGP. Abbiamo una cinquantina di assessori, un centinaio di consiglieri, dieci sindaci… Ci mancano solo il Parlamento e il Parlamento Europeo.”

Secondo gli ultimi sondaggi, la Lega Nord a livello nazionale è attorno al 13%, più o meno pari a Forza Italia, insieme a cui costituisce — almeno ipoteticamente — uno dei rami dell’ormai conclamato tripolarismo. La crescita del partito negli ultimi anni è da attribuire in maniera significativa all’exploit di Matteo Salvini, il cui tentativo di trasformare l’ex creatura secessionista di Umberto Bossi in un partito tendenzialmente nazionalista, modello Front National, non è certo un mistero. E se è risaputo che il vecchio senatùr nutre poca simpatia per il rampante segretario federale, il fronte del malcontento tra i quadri del partito potrebbe essere più esteso — con il governatore del Veneto Luca Zaia, da ultimo, indicato da Berlusconi come alleato preferenziale di un’eventuale coalizione di centrodestra e, sullo sfondo, l’ipotesi di una base spaccata, tra i padani duri e puri, alfieri del federalismo, e i nuovi arrivati salviniani.

I Giovani Padani, solitamente associati alla prima delle due fazioni, tendono a minimizzare le contraddizioni. “La Lega di Salvini non è un partito nazionalista, ma sovranista,” ci tiene a precisare Crippa. “Il sovranismo è compatibile con l’autonomia. Certo — ammette — la secessione è un tema che Salvini ha abbandonato, ma non è che se si fa politica al Sud vuol dire che l’autonomismo non sia più al centro dell’agenda.”

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È d’accordo con lui Mirko Lorusso, studente di giurisprudenza, militante da due anni e mezzo e responsabile della sezione MGP di Milano Darsena, che copre i municipi 5, 6 e 1. “Sono due cose complementari,” mi spiega. “Dato che dobbiamo presentarci alle elezioni con un simbolo e un nome unico in tutta Italia, il progetto di una sorta di Lega dei Popoli è necessario. Come Movimento dei Giovani Padani siamo indubbiamente legati ai concetti di autonomia, federalismo, indipendenza, ma anche al nostro interno ci sono varie anime. Per carità, ci sono quelli che si iscrivono soltanto perché gli piace Salvini. Sta a noi, poi, spiegare quali sono i vecchi valori. Rimaniamo comunque a tutela della vecchia Lega.”

Mirko Lorusso / via Facebook

Mirko Lorusso / via Facebook

A Milano i Giovani Padani contano una settantina di militanti, divisi in quattro sezioni. Il più giovane ha appena quindici anni. Lorusso vive in Lorenteggio, periferia ovest della città — un quartiere interessato da forte immigrazione, tristemente noto per la cattiva gestione delle case popolari e ora incluso nel piano di riqualificazioni voluto dal Comune. “Una zona popolare non è necessariamente una zona di serie B. Certo, riqualificare un quartiere vuol dire anche eliminare gli abusivi, e regolarizzare chi paga, ma ogni caso merita di essere analizzato singolarmente.”

Gli chiedo se si sente un alieno, o un soldato in territorio nemico, in un quartiere così multietnico. “È innegabile che se ti fai due passi lungo via Giambellino non ti senti propriamente in Italia,” mi risponde, serio. “Il discorso però è un altro. Io non ho niente contro l’immigrazione in sé: se sei un immigrato regolare, vieni in Italia, trovi un lavoro, paghi le tasse… Non c’è problema. Il problema c’è quando accogli persone che non sai fisicamente dove mettere — ma è una tematica che va risolta a livello statale e europeo. Bisogna creare le condizioni affinché non siano più costretti a partire.”

Quello del razzismo è evidentemente un nervo scoperto. Ai Giovani Padani non piace che la Lega sia semplicemente identificata come un partito xenofobo — per capirlo basta farsi un giro sull’home page del Movimento, dove campeggia a caratteri cubitali la scritta “Governo razzista,” un tentativo esplicito di rigirare l’accusa sugli avversari politici. Non diversamente da come fa lo stesso Salvini — da ultimo due giorni fa, dopo la morte di due braccianti maliani nell’incendio della baraccopoli di Rignano — quando scarica sulla “sinistra” la responsabilità delle morti di migranti, in mare e non solo. Ma com’è possibile tenere insieme la campagna mediatica costante contro l’“invasione” dei “clandestini” e allo stesso tempo rifiutare le accuse di xenofobia?

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Screen via giovanipadani.leganord.org

“Da quando Salvini è diventato segretario federale è accusato di alimentare odio, tensione, e così via. Io non la vedo così,” mi spiega Lorusso. “C’è un problema risaputo, e si usano determinati toni per attirare l’attenzione su questo problema. Può essere opinabile e contestato, per carità. Non è che Matteo Salvini sia la Bibbia, sia per quello che dice sia per come lo dice. Ma lo fa per attirare l’attenzione sul tema.” Una campagna di sensibilizzazione sui generis, insomma.

“Non voglio che la Lega, e i Giovani Padani soprattutto, siano identificati solamente con immigrazione, razzismo, populismo! eccetera. Io personalmente non sopporto gli slogan. Sono tutti convinti che nella Lega ci siano solo slogan e dietro niente, ma non è così.”

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Nella sede dei Giovani Padani a Monza / Foto di Stefano Colombo

Nega qualsiasi relazione tra razzismo e Lega anche Alberto Citossi, studente di giurisprudenza anche lui, fino a gennaio coordinatore MGP per la provincia di Monza, e ora responsabile lombardo del Movimento Universitario Padano (MUP). “Mai avuto pregiudizi nei confronti di qualcuno che non ha la mia stessa cittadinanza o il mio stesso colore di pelle — non sta lì la questione, sta nel rispetto di regole condivise e comuni,” spiega. Gli chiedo come si possa non considerare inquinato da razzismo il commento di Salvini sulla vicenda del Lidl di Follonica, tanto per fare un esempio recente. “È davvero razzismo, quello?,” ribatte. “Sicuramente è una cazzata quella che hanno fatto di chiuderle lì dentro, avrebbero dovuto chiamare la polizia. Ma io comunque sto dalla parte dei due lavoratori. L’etnia delle due donne non c’entra.”

La sezione dei Giovani Padani di Monza si trova in una strada trafficata del centro, lungo il fiume Lambro, e dà direttamente sullo stretto marciapiede. “È comodo avere una vetrina,” commenta Citossi, “rispetto a dove eravamo prima è un bel passo in avanti, la visibilità è aumentata molto.” Dentro, fanno bella mostra i manifesti storici del partito — compreso quello, celeberrimo, degli indiani d’America vittima dell’immigrazione — e qualche gadget: un portacenere con il Sole delle Alpi, adesivi “LOMBARDIA LIBERA” e una statuetta di Alberto da Giussano.

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Citossi non nasconde un certo fastidio per la svolta “sovranista” di Salvini. D’altra parte, “ci sono emergenze e questioni che hanno il sopravvento, e si devono affrontare per forza a livello nazionale. Trattarle a livello locale indebolirebbe il messaggio che stai veicolando.” L’importante è fare le adeguate distinzioni: “La manifestazione a Napoli Salvini la fa con la lista Noi con Salvini, che a livello statutario è una cosa completamente separata dalla Lega.” Anche a livello iconografico, verrebbe da aggiungere, con i colori gialli e blu a sostituire qualsiasi traccia di verde su simboli e manifesti. Ma esiste un movimento giovanile di Noi con Salvini? “Non credo. Mi auguro proprio di no,” dice Citossi.

Invece esiste, anche se non sembra né molto attivo né molto organizzato, e le sue tracce più consistenti su internet sono i video messaggi del non proprio brillantissimo Coordinatore nazionale, Paolo Pelini. Ma questo la dice lunga sul difficile lavoro di conciliazione non solo tra due anime diverse, ma proprio tra due diverse idee di partito, che il segretario federale deve cercare di gestire.

A Monza, come a Milano, il numero di sostenitori leghisti è in crescita. “L’anno scorso abbiamo fatto circa 150 tessere. I militanti sono una sessantina. Salvini a livello mediatico è fortissimo, in tanti vengono per averlo sentito in radio, o in televisione, o su internet. Siamo cresciuti bene, speriamo di concretizzare il risultato.” Settimana scorsa, qualcuno ha distrutto il loro gazebo. Probabilmente ragazzi del Boccaccio, il centro sociale di Monza, che Citossi liquida con una smorfia. “Non abbiamo scazzi grossi con loro, in realtà. Certo, preferirei che non ci fossero, per una questione di legalità…”

Sulle ragioni della forza della Lega sono tutti d’accordo: radicamento sul territorio, attenzione alle problematiche dei cittadini, nei quartieri. Una presenza costante fatta di gazebo, volantinaggi, raccolte firme, presìdi e iniziative varie, che alla fine dà i suoi frutti in termini di consenso elettorale — a livello locale quanto nazionale. Ma l’esistenza stessa di una struttura giovanile di partito, nell’epoca della post-democrazia, e specialmente nel Paese in cui il partito che gode del maggior consenso fra i giovani non è nemmeno un partito, non è un relitto del passato, della prima Repubblica?

“Se con queste tematiche abbiamo il 13% a livello nazionale e 4 mila giovani iscritti, vuol dire che un interesse c’è,” rimarca Andrea Crippa. “Un interesse per la tutela della cultura, dell’identità, delle radici comuni: questi temi fanno breccia all’interno del contesto giovanile, non sono temi vecchi. I giovani si ribellano contro l’omologazione del pensiero — e tra l’altro anche i 5 Stelle sono d’accordo con noi su autonomismo e sovranismo, quindi il loro successo fra i giovani non stupisce.”

“Non credo che la militanza giovanile sia fuori moda,” aggiunge Lorusso. “Il fatto di avere una tessera, di poterti recare in un posto fisico, non online, dove confrontarti con altre persone, ti dà un senso di appartenenza. Organizzare l’attività sul territorio, stare tutti insieme… La cosa fondamentale, soprattutto in un movimento giovanile, è fare gruppo. Prima di essere militanti politici, siamo amici.”

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