Sembra che lo scetticismo climatico sia entrato definitivamente nella dialettica dei partiti di estrema destra in tutto il mondo.

Scott Morrison è il ministro del Tesoro australiano, appartenente al partito liberale che governa il Paese. Il 9 febbraio, questo signore ha preso parola in Parlamento con in mano un pezzo di carbone e ha sbeffeggiato così i membri dell’opposizione: “Questo è carbone, non spaventatevi! È stato estratto da uomini e donne che appartengono all’elettorato di chi vi sta di fronte! […] ha garantito un vantaggio competitivo energetico per 100 anni all’industria australiana!”

Questo episodio fa parte dell’annosa disputa sulla produzione di questo combustibile fossile in Australia. Il Paese è il quinto esportatore mondiale di carbone, e il secondo in termini di rapporto tra esportazioni e produzione totale. In seguito all’accordo di Parigi però, i partiti laburista e ambientalista hanno chiesto la chiusura di numerose miniere, per un totale di una diminuzione del 60% della produzione nazionale. Al contrario, la leader del partito suprematista Pauline Hanson ha dichiarato che il cambiamento climatico è solo una truffa mangia-soldi.

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Sì, avete già sentito queste parole più di una volta. Durante la campagna elettorale americana, il presidente Trump ha etichettato la scienza del clima come un inganno; il candidato alla presidenza nei Paesi Bassi, Geert Wilders, ha promesso che nessun soldo verrà più destinato allo “sviluppo, ai mulini e all’innovazione”; Marine Le Pen, anche lei in lizza per un posto da presidente in Francia, vede l’accordo di Parigi come “un progetto comunista.” Anche Matteo Salvini e gli altri quattro eurodeputati leghisti si sono distinti, essendo stati gli unici rappresentanti italiani al Parlamento europeo a votare contro la ratifica della COP21.

Sembra insomma che lo scetticismo climatico sia entrato definitivamente nella dialettica dei partiti di estrema destra in tutto il Mondo. Paul Mason, sul Guardian, spiega che questo fenomeno potrebbe essere dovuto al fatto che le parole di questi politici negazionisti trovino terreno fertile in un elettorato scontento per gli aumenti della bolletta dell’elettricità, il rincaro dei prezzi del carburante, le nuove tasse sul metano emesso dagli allevamenti bovini e per l’impatto estetico di nuovi impianti energetici come le pale eoliche e i pannelli solari.

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Negli ultimi mesi però, negli Stati Uniti, il dibattito a tema ambientale interno al partito repubblicano si è arricchito con una nuova, non scontata, posizione. All’inizio di Febbraio, un manipolo di senatori repubblicani, capeggiato dall’ex Segretario di Stato James A. Baker III, ha incontrato alcune tra le persone più vicine al Presidente Trump per discutere l’introduzione di una carbon tax. Sì, proprio così: la famigerata tassa sulle emissioni propugnata da ogni gruppo ambientalista occidentale (e non). Che c’entrano i repubblicani, tradizionalmente legati al mondo dell’industria pesante, con una politica ambientalista?

Dagli archivi, James Baker arriva al Kuwait International Airport (1991)

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L’ha spiegato proprio il senatore Baker alla CNN: tassare l’inquinamento prodotto da combustibili fossili è una “soluzione climatica conservatrice”, basata sui principi del libero mercato e sull’assenza di un intervento statale. Al prezzo iniziale di 40$ per tonnellata di anidride carbonica, la tassa verrebbe collezionata all’inizio della filiera produttiva (miniere, pozzi) e raccoglierebbe tra i 200 e i 300 miliardi di dollari all’anno di gettito fiscale. Questa ingente somma di denaro verrebbe poi redistribuita ai consumatori tramite un “carbon dividend,” mediamente pari a 2000$ all’anno per una famiglia composta da quattro persone.

Non solo, il piano prevede anche la presenza di un’imposta di aggiustamento per i produttori esteri che vogliono esportare negli Stati Uniti, al fine di evitare fenomeni di free riding e di favorire le compagnie straniere a danno dei produttori locali.

L’iniziativa ha trovato supporto di insospettabili alleati: le compagnie petrolifere. Dopo che nel 2015 sei produttori di petrolio e gas (nessuno di essi statunitense) avevano scritto una lettera alle Nazioni Unite predicando un giusto prezzo per le emissioni, a fine 2016 il nuovo CEO di ExxonMobil si era detto favorevole a una carbon tax. A maggiore riprova di questo impegno, questo mese anche Royal Dutch/Shell ha accettato di buon grado l’introduzione di una tassa sulle emissioni a Singapore, riconoscendo l’importanza del suo effetto ambientale, a patto che sia mantenuta la corretta concorrenza tra produttori.

Quindi è solo una conclusione affrettata asserire che nel 2017 i partiti di destra ignorino il tema ambientale solo per impugnare una retorica populista? Forse. Forse però è anche vero che anche tramite una misura così evidentemente “green” si possono perseguire finalità smaccatamente elettorali.

Cosa sarebbe più efficace fare a favore dell’ambiente? Concedere un credito di imposta ai cittadini che può essere speso aumentando i consumi (tutti i generi di consumi, anche quelli energetici) o creare un fondo di investimento a favore dello sviluppo di energie rinnovabili e misure di efficienza energetica?

La differenza tra Europa e Stati Uniti sta proprio in questo. Nonostante l’UE combatta le emissioni con un sistema più interventista, l’European Trading System, (si tratta di un sistema cap and trade, dove il legislatore calcola il costo sociale dell’inquinamento, stabilisce un limite per le emissioni e distribuisce permessi acquistabili dai produttori in modo tale che non superino quel limite), i fondi raccolti in questo modo sono investiti nel NER300, uno dei più grandi fondi d’investimento per lo sviluppo di tecnologie a basso impatto ambientale. Il suo potenziamento, adottato il 15 Febbraio, è passato quasi inosservato (non da noi, che ne parliamo su Eco) e nessun deputato si è sognato di capitalizzare politicamente questo traguardo.

Come se non si potessero raccogliere favori dall’elettorato con misure all’avanguardia nella riduzione di inquinamento.

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