In scena fino al 18 marzo al Piccolo di Milano, Bestie di scena va oltre la semplice nudità degli attori: è una vocazione alla sottrazione, il nulla che diventa troppo.

“Animali da Palcoscenico non poteva essere il titolo di questo spettacolo” spiega Emma Dante alla conferenza stampa tenutasi il 24 febbraio al chiostro Nina Vinchi, a pochi giorni dalla prima; questa espressione implica “troppo virtuosismo,” identifica il bravo attore, che non può avere spazio nel teatro della Dante. Insomma, alla regista non interessa la prova d’attore e per questo decide di ridurre gli interpreti allo stato brado, rendendoli bestie, le sue “Bestie di scena.” Lo spettacolo, a metà tra dramma, balletto e performance, vuole mettere in mostra “un’umanità in fuga e senza via d’uscita,” un gruppo di attori, che diventano semplici uomini, poi bestie, poi bambini fragili e spaesati. Emma Dante arriva a definire i propri personaggi degli “imbecilli”, bestie in fuga dalle illusioni terrene, perseguitati dalle tentazioni così come Adamo ed Eva vennero cacciati dal Paradiso Terrestre.

Si ristabilisce così il sodalizio tra il Piccolo Teatro e la Dante, dopo i grandi successi di Le sorelle Macaluso (2014) e il dittico Sorelle Macaluso-Operetta burlesca (2015). Lo spettacolo, preparato a Palermo, terra natale della regista, rimarrà a Milano fino al 18 marzo, per poi spostarsi alla Sala Teatro LAC di Lugano.

Foto ©Masiar Pasquali

Foto ©Masiar Pasquali

Un inizio non c’è: gli attori sono già sul palco in tuta e scarpe da ginnastica e si stanno allenando. “Lo scopo era quello di stremarli, farli sudare” — dice la regista — “affinché sentissero in prima persona il bisogno di spogliarsi.” Gli attori infatti durante la coreografia inziale, dopo essersi asciugati dal sudore, si spogliano indumento per indumento, gettando i vestiti ai piedi del palco, a pochi centimetri dalla prima fila. Il loro non è un gesto provocante né erotico ma senza dubbio sconvolge lo spettatore che non è abituato a vedere sotto ai riflettori ciò che eppure conosce così bene.

La regista deve spogliare i suoi attori per raccontarci una storia intima, intima non perché sensuale ma perché universale, una storia che parla di noi, il cui protagonista è l’essere umano nella sua verità più profonda. Davanti ai nostri occhi si muove l’uomo nelle sue pulsioni e necessità primarie: gli attori hanno freddo, bevono, giocano e a partire da questo stato naturale costruiscono il proprio io e le proprie psicosi.  

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Non ci sono parole, solo versi sguaiati, accenni di dialetti meridionali; la fisicità dei corpi occupa la centralità dell’opera. Unico momento di contrasto: Only You, il famoso brano dei Platters, romantico e malinconico, che viene messo in sottofondo, per poi aumentare di volume fino a diventare quasi assordante. La scelta della regista di utilizzare questo brano è grandiosa, in quel turbinio di corpi che si dibattono, come presi dalle convulsioni, Only You diventa il balsamo per lenire le loro sofferenze.

“È la vocazione alla sottrazione, il nulla che diventa troppo” il cuore di questo spettacolo, di questa ricerca che si spinge ben oltre alla semplice nudità degli attori.

Ma portare l’autenticità sul palco ha il suo prezzo: un’indagine continua, un lavoro lungo e delicato sugli attori a cui vengono richieste fisicità e capacità strabilianti. Anche senza alcuna drammaturgia Emma Dante riesce a far parlare quel teatro che lei stessa definisce come “mostro”: un luogo che gli attori abitano privandosi di tutto, degli indumenti, della parola e persino della vergogna. Se all’inizio dello spettacolo gli attori condividono lo scandalo della nudità con lo spettatore e per questo si coprono, alla fine esibiscono i propri corpi senza peccato.

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