Dal 17 al 19 marzo a Ferrara, il festival di fotografia Riaperture indaga i luoghi comuni attraverso gli spazi abbandonati della città.

A Ferrara, dal 17 al 19 marzo, si svolgerà il festival di fotografia Riaperture. Il tema della prima edizione sono i luoghi comuni, un concetto, o meglio, un concept, che lega attività, mostre, didattica, concorso e spazi espositivi. Abbiamo fatto una chiacchierata con gli organizzatori per saperne di più.

Chi c’è dietro a questo festival?
Formalmente un’associazione, che porta lo stesso nome del Festival. Questa associazione si è costituita nel maggio del 2016, da una idea di Giacomo Brini, che ha poi coinvolto altre sei persone. Giacomo, che è il presidente dell’associazione, è anche l’unico fotografo professionista tra di noi. Grazie ad alcune inziative ed eventi che l’associaizone porta avanti da quando è nata, contiamo oggi circa 350 associati; tra questi, i sette che hanno fondato l’associazione seguono la programmazione e l’organizzazione del festival.

Perché un festival e perché Riaperture?
L’associazione, di fatto, si è costituita in origine già con l’idea di creare un festival di fotografia. È sempre partito tutto da Giacomo, prendendo spunto da due osservazioni. La prima è che a Ferrara non c’era mai stato un festival di fotografia, in una città che comunqe di eventi culturali ne ha sempre avuti, a partire dal festival di Internazionale, Ferrara sotto le stelle, il Fecomics&games e il Ferrara film festival. Non c’è mai stata però una rassegna o una iniziativa che durasse più giorni con più fotografi, ci sono state diverse mostre fotografiche ma sempre monografiche. L’altra osservazione, da cui deriva anche il nome del festival, Riaperture, è dato da un problema che ha la città di Ferrara, forse in comune con altre città, ovvero quello degli spazi sia pubblici sia privati in disuso. In città è un tema noto, ma che al momento non ha una soluzione. Al posto di destinare uno spazio fisso per le mostre si è pensato allora di utilizzare questi spazi in disuso, nella speranza che questi tre giorni di festival portino nuovamente all’attenzione la questione, dando anche nuovi spunti su possibili utilizzi.

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L’ennesimo festival? Pino Musi ha recentemente criticato questo tipo di manifestazioni, prendendo spunto da quello che si terrà a Brescia a marzo, che proporrà, tra gli altri, anche Steve McCurry.
Sinceramente ce lo chiediamo anche noi. A volte burocrazia e logistica sovrastano la carica positiva che dovrebbe avere la meglio in una iniziativa, in termini generali, culturale. Ma la nostra è anche una sfida. Ho sentito che a Brescia ci sarà questo festival, e che in programma ha mostre di Gardin, McCurry e della Magnum, tra gli altri. Purtroppo non abbiamo disponibilità economiche per portare fotografi di questo calibro, ma non è neanche nelle nostre intenzioni. In quei casi una garanzia sicura è la foto stampata in grande formato, con bei colori, di un autore come Steve McCurry, e il gioco è fatto più o meno.

La critica di Pino Musi forse risiede più nel come si propongono questi festival. Noi proponiamo un programma espositivo che cerca di portare delle storie da guardare e sulle quali interrogarsi: sarà prima di tutto un festival dei fotografi. Cercheremo di colmare anche le distanze che ci sono tra i fotografi e il pubblico: stiamo programmando delle visite in cui i fotografi autori dei progetti spiegheranno al pubblico cosa c’è dietro, cosa significa oggi essere un fotografo, raccontandolo in prima persona. Se il tema del festival è il luogo comune cerchiamo di smentire anche il luogo comune per cui non c’è bisogno di un altro festival.

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Come è stata accolta l’idea da parte della città?
C’è molta curiosità, sicuramente. Non presentando nomi di alto grido, l’interesse è rivolto alle tematiche, cosa che ci interessa di più. Il riscontro lo vediamo sia da parte del Comune, che ha patrocinato il festival, sia dal pubblico che ci sostiene grazie alla campagna di crowdfunding che è stata lanciata con diversi premi in palio. Restando sul tema del riallacciare autore e pubblico, si è data la possibilità di incontrare gli autori per una cena o per un aperitivo grazie ai contributi che vengono offerti all’organizzazione. Grande interesse è poi rivolto effettivamente agli spazi in cui verranno proposte le mostre. Alcuni di questi non sono visitabili da decenni, riportarli alla luce sarà una grande sorpresa per tutti quanti.

Com’è avvenuta la scelta degli autori?
Sempre seguendo il concept del luogo comune. I progetti dovevano parlare del luogo comune all’interno della società, sia attraverso le persone che attraverso i luoghi. Inizialmente pensavamo di scegliere gli autori tra noi soci fondatori in maniera unanime. Ben presto abbiamo capito che sarebbe stato troppo difficile, e quindi ognuno di noi ha proposto nomi e progetti, rimettendo poi nuovamente la scelta finale all’associazione. Il festival, grazie al suo programma, parlerà di malattie, periferie, problemi sociali, attitudini e altro ancora.


L’elenco completo dei fotografi che esporranno a Riaperture è disponibile sul sito ufficiale del festival. Vi presenteremo direttamente alcuni di loro nella nostra nuova rubrica DIAFRAMMA nelle prossime settimane.

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