La Vegetariana di Han Kang è uno dei casi editoriali del 2016, ma il suo successo ha a che fare più con il mercato che con i suoi pregi letterari.



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Negli ultimi anni la percentuale di vegetariani e vegani è aumentata di quasi due punti rispetto agli anni precedenti, raggiungendo il 7,1%. L’attenzione da parte di mass media e opinione pubblica circa la tematizzazioni di questioni alimentari (e conseguentemente ambientali) si è acuita notevolmente. Ed è proprio questo tipo di attenzione verso il bio, slow food, vegetarianismo, veganismo, breatharianismo eccetera, che ha permesso, in ultima analisi, il  successo letterario dell’anno: La vegetariana di Han Kang, che deve la sua graziosa edizione Adelphi alla nostra spasmodica e ossessivo-compulsiva necessità di sapere cosa sia e cosa voglia dire, nelle più svariate forme e metodologie, non mangiare carne.

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CC Daniel Cukier / Flickr

Dal texano burino al radical chic milanese, negli ultimi anni, c’è stato un contagio virale che ha permesso alla realtà vegetariana (sempre esistita ma mai approfondita o tematizzata in maniera esaustiva) di emergere prorompendo nella quiete dell’”uomo onnivoro,” indispettendo così i vari Bourdain, Ramsey, Cracco e altre stelle di forni e fornelli.

Il libro, pubblicato in Corea del Sud nel 2007, viene poi tradotto in nove lingue, vince il Man Booker International Prize ( definito “di una potenza e originalità indimenticabili”) e viene inserito nella lista dei migliori 10 libri dell’anno secondo gli editor del New York Times Book Review.

La protagonista, Yeong-hye, non è parte attiva del romanzo, il suo ruolo è puramente passivo: la sua storia, le sue emozioni, la sua metamorfosi da donna a pianta, tutto questo è raccontato attraverso lo sguardo dell’altro, di suo marito Cheong, di suo cognato e di sua sorella Kim In-hye nei rispettivi capitoli “La vegetariana”, “La macchia mongolica”, “Fiamme verdi”.

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Yeong-hye è l’oggetto che si fa soggetto di Sartre, in quanto trova la propria soggettività nel diventare un oggetto naturale: una pianta. In seguito a un sogno terribile, mostruoso, la (non) protagonista inizia gradualmente a smettere di mangiare carne per poi, lentamente, diventare una vera e propria pianta: la volontà di libertà, di emancipazione da un mondo e una cultura gerarchizzata e protofascista col pallino per la carne si trasforma in una fuga verso la disumanizzazione più profonda e totalizzante.

La vicenda, se sotto qualche aspetto narrativo poteva considerarsi interessante, risulta, in ultima analisi, un concentrato di ostentata spettacolarizzazione del sé nel mondo contemporaneo. Le immagini scioccanti, le vicende estreme che vanno a susseguirsi con insistenza per le 177 pagine dell’edizione italiana sono fragili, prive di un senso unitario e eccessivamente artificiose.

Ma allora qual è la chiave del successo di Han Kang e della sua Vegetariana? La risposta va ricercata nel mercato in cui si colloca l’opera: un mercato fondato sull’essenza del capitalismo e sulla razionalità strumentale weberiana, un mercato che guarda solo dove tira il vento e non quanto sia valido o meno un prodotto, una realtà fasulla nella quale noi ci confrontiamo senza conoscere veramente il valore delle cose (sempre ammesso che ce ne sia uno).

La scelta editoriale, posteriore alla scelta creativa della scrittrice, trova spazio e fondatezza solo nella misura in cui, pronto ad accogliere il libro, si poteva trovare un target di lettori preciso, lettori pronti e consapevoli di un certo tipo di tematiche. Ed è proprio in questa sede, dove sembra esserci assenza di Tecnica e Capitalismo, dove insomma risiede l’arte — cioè un ambito entro cui sembra ancora possibile (e plausibile) ritirarsi dalle meccaniche del sistema capitalistico — che trova forza (per assurdo) l’esercizio capitalistico massimizzato: anche il successo editoriale, e conseguentemente l’eventuale valore letterario di un testo, viene postulato solo attraverso le regole del gioco del mercato. Il quale, senz’altro, ha investito semplicemente persino la sfera della fantasia, della creatività e del libero pensare.

I vegetariani sono in aumento, la cucina cambia le proprie proposte (tagliata di seitan, salame di zucchina, hamburger vegano), e anche il più incallito dei carnivori si interessa a queste tematiche.

Oggi, più che in altri tempi, c’è la consapevolezza che il mondo sia diviso in vegetariani e non, quello che Lacan chiamava la “conoscenza che non conosce se stessa” ha rotto le barriere dell’inconscio e si è finalmente materializzata. Ci si riconosce come vegetariani, onnivori, eccetera, solo attraverso la tematizzazione dell’altro. Questo è il nostro stimolo alla conoscenza, alla volontà di sapere, ma anche la nostra croce: cioè ciò che ci fa spendere 18 euro per libro mediocre.

— FIN —

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