Duterte nelle Filippine come Trump negli Stati Uniti — la stampa discute da mesi se debbano essere presi seriamente, letteralmente o entrambe le cose. Ma il problema sta nel rapporto tra le parole e i fatti.



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Pochi giorni fa è rimbalzata sui media internazionali la notizia dell’ennesima dichiarazione sopra le righe — diciamo così — del presidente filippino Rodrigo Duterte, impegnato da sei mesi in una sanguinaria guerra contro la droga e, di conseguenza, contro l’opinione pubblica internazionale che lo dipinge come un populista fuori controllo, nel migliore dei casi, o come un autocrate sadico nei peggiori.

Di fronte a una platea di uomini d’affari, Duterte avrebbe ammesso di aver personalmente compiuto esecuzioni sommarie quando era sindaco della città di Davao — laboratorio locale della politica di tolleranza zero ora applicata su scala nazionale. “[Lo facevo personalmente] per dimostrare ai ragazzi [della polizia] che se lo posso fare io, perché non potete farlo voi?”

Il personale coinvolgimento di Duterte negli omicidi era già stato ventilato da un “pentito” interrogato in parlamento a settembre scorso, oltre che da precedenti affermazioni ambigue dello stesso presidente. La senatrice Leila De Lima, uno dei critici più prominenti dell’operato di Duterte, ha detto che per queste affermazioni il presidente meriterebbe l’impeachment — ma è improbabile che il favore popolare e parlamentare di “The Punisher” ne risulti davvero incrinato.

Non soltanto per l’assuefazione diffusa a questo genere di boutade — da Obama “figlio di puttana” ai pesci della baia di Manila ingrassati con i cadaveri degli spacciatori, ormai motivi ricorrenti richiamati pigramente nel cappello introduttivo di qualsiasi articolo su Duterte — ma anche per il sistematico lavoro di disinnesco che viene operato sulla loro carica realistica.

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Il 16 dicembre, il responsabile della comunicazione del presidente ha prima negato che Duterte abbia detto veramente di aver ucciso qualcuno (qui c’è il video, se volete giudicare voi), ma poi ha detto che, in ogni caso, simili affermazioni non andrebbero prese sul serio: è lo stile del Presidente, serve soltanto a instillare paura nei criminali.

È un argomento sapientemente coltivato dalla pubblicistica di Duterte, e che sembra fare presa sul popolo filippino: i sostenitori del presidente hanno interiorizzato una sorta di contrapposizione parole / fatti, apparenza / realtà, per cui alla “bocca sporca” di Duterte corrisponde specularmente l’operazione di “pulizia” che sta energicamente portando avanti nel Paese.

Lo stesso tipo di dibattito ha circondato negli scorsi mesi praticamente tutte le dichiarazioni di Trump. Prima della vittoria elettorale, quando ancora lo si considerava un clown infelice espressione di un partito terminale, il problema veniva archiviato come una banale disfunzionalità: il vero problema era come uno dei due partiti del sistema statunitense si fosse fatto trascinare dalla deriva populista, non che poi le politiche decantate si mettessero in atto. Strillare di muri e messa al bando dei musulmani e arresti di Hillary Clinton sembrava quasi una necessità, per quel Donald Trump senza nessun tipo di credibilità — di cosa avrebbe potuto parlare, se non di quello.

Ma l’argomento per cui le affermazioni di Trump si sarebbero dovute prendere seriamente, ma non letteralmente, è stato adoperato anche dai suoi sostenitori: per esempio Peter Thiel, che l’altro giorno sedeva — non sappiamo quanto imbarazzato — alla sinistra del presidente eletto durante l’incontro con i big della Silicon Valley. Thiel, in un certo senso, aveva ragione: i media americani, ostili a Trump, hanno sempre preso alla lettera le sue affermazioni, per usarle contro di lui e screditare la sua campagna, ma non le hanno mai considerate come una seria minaccia, sicuri com’erano della vittoria democratica.

I cittadini americani, al contrario — come ha ribadito più di recente anche Corey Lewandowski, ex manager della campagna elettorale del tycoon — l’hanno capito, cioè “hanno capito che, qualche volta, quando stai parlando con qualcuno al bar o durante la cena, dirai delle cose senza magari avere tutti i fatti che le supportano.”

Tralasciando la de-responsabilizzazione che deriva da un simile accostamento tra il Presidente degli Stati Uniti e l’avventore di un qualsiasi bar — frutto di un lungo processo di virtuale avvicinamento tra il politico e “l’uomo della strada,” che anche in Italia conosciamo bene — resta da chiedersi se sia davvero inevitabile questo genere di aut aut. Non è possibile prendere le parole di Trump (o di Duterte) letteralmente e seriamente allo stesso tempo?

Entrano in gioco diverse considerazioni:

  • Per certi versi, si tratta soltanto di prendere atto di una realtà vecchia quanto la politica stessa: le parole dei politici non sono mai perfettamente aderenti ai fatti — non sono mai del tutto sincere e coerenti, come d’altronde nessuna parola può essere: rispondono a esigenze transitorie di persuasione, opportunità, alleanze, o sono suscettibili di autentici mutamenti ideologici. La differenza, semmai, è nel diverso peso attribuito all’incoerenza (o alla scoperta menzogna), che sempre più raramente viene percepita come elemento discriminante per screditare una carriera politica. Qualcuno farà mai caso alla mancata costruzione del muro al confine con il Messico? Significa che non aveva importanza e non bisognava prenderlo sul serio?
  • Questa maggiore libertà — favorita anche da un certo sovraccarico di informazioni, che rende più difficile tenere traccia del dibattito e premia l’istantaneità a danno della memoria storica — è un elemento di forza per tutti gli attori politici variamente post–ideologici, sia che li si voglia definire post–politici o, in modo più lusinghiero, semplicemente pragmatici, come ha detto Obama di Trump.
  • L’incoerenza perde rilevanza insieme a chi, tradizionalmente, dovrebbe denunciarla — ossia la stampa, che, come ha notato Sarah Smith sulla BBC, inseguendo letteralmente ogni dichiarazione infondata di Trump rischia di compromettere la propria credibilità nel momento in cui sarà necessario denunciare non più le parole ma le azioni del neo-presidente. Una sorta di “al lupo al lupo” nell’epoca post-fattuale.
  • D’altra parte, come si concilia tutto questo con il dovere di cronaca?

Pochi giorni fa il New York Times ha iniziato ad usare falsely per riportare le dichiarazioni di Trump quando sono, appunto, false.  L’uso dell’avverbio, asciutto come solo sa essere la lingua inglese, è stato accolto da stimati commentatori con entusiasmo, più o meno.

Siamo certi che indicare passivamente che il presidente stia mentendo sia fare opposizione alle sue menzogne e non normalizzarle? Nel momento in cui si accettano nel contesto del discorso politico presupposti — diciamo — non fattuali, non si può pretendere che le conseguenze siano ragionevoli.

Quando si parla della deriva populista statunitense, questo punto va adeguatamente analizzato: gli elettori hanno votato Donald Trump perché metta in atto le sue proposte non perché convinti da dati inesatti, o montati, perché sentono che sarebbero le misure di cui gli Stati Uniti avrebbero bisogno, perché mossi da odio, da paura, e sì, anche da ignoranza. Se non è parte della funzione politica, però, guidare questi sentimenti verso soluzioni se non da tutti condivise per lo meno non ingiuste, cosa resta della politica?

Il linguaggio della politica evolve come qualsiasi linguaggio — le regole cambiano e non si può fare nulla per impedirlo. Ciò che si può fare è rimanere ancorati, nonostante tutto, a ciò che succede: agli effetti che le parole (sempre, anche quando sono false) provocano, e agli effetti che si verificano a prescindere dalle parole stesse. Nelle Filippine si contano a migliaia i morti per le strade, mentre la virata autoritaria di Duterte si vede anche dai simboli — come la riabilitazione postuma dell’ex dittatore Ferdinand Marcos. Negli Stati Uniti, allo stesso modo, le parole — false? esagerate? — di Donald Trump si sono già tradotte in minacce reali contro le minoranze del Paese, prima ancora che le politiche del nuovo presidente possano trovare un corso legislativo.

I populisti — per continuare a utilizzare questo termine di comodo, per quanto poco esatto — vanno presi dunque sul serio, sì, ma come fenomeno complessivo, sforzandosi sempre di ricucire il legame tra le parole (o lo “stile”) e le cose, senza accontentarsi del fact checking o di un avverbio per sgravarsi la coscienza. E senza fare appello alle categorie del passato: è inutile giudicare la politica di oggi prendendo a metro di giudizio l’immaginaria seduta di un parlamento liberale tardo-ottocentesco, con la sua correttezza forbita, cilindri e monocoli. Siamo nel mondo di Trump, e dobbiamo farci i conti.

— FIN —

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