Se vi capita di imboccare l’uscita autostradale di Casei Gerola, sulla Milano-Genova potreste scoprire un villaggio con strane sculture, a fianco della bella cattedrale, o di fronte al castello. È il paese di Pietro Bisio, in realtà soprattutto pittore, come si vede nel municipio, ornato di tele, segni e colori. È un caso raro di artista-personaggio perfettamente integrato in un tessuto di paese, eppure tanto anticonformista. Forse hanno ragione quelli che dicono che è la pianura, che è solo la bassa il regno degli originali, dei diversi.

Pietro Bisio è il nostro Picasso, tra i pochissimi sopravvissuti della generazione di Brera degli anni Cinquanta.

A 84 anni, come Picasso, è ancora capace di innamorarsi e di fare innamorare, di elevare ragazze a muse, e donne a égérie. Da quasi settant’anni disegna, dipinge, incide, modella, plasma. Con una forza, un’energia, una lucida follia, mai venuta meno. E il successo – si dirà – la fama? Una vita di premi, riconoscimenti, mostre, ma Bisio alla fama ha sempre preferito il ricordo della fame. Quella sofferta dal suo mondo contadino, della cui fine è il testimone più sincero e autentico.



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E poi la fame degli artisti, in coda per la zuppa nell’osteria di Brera dalle sorelle Pirovini, che riconoscevano subito chi non poteva pagare, ma che non lasciavano nessuno senza una minestra. Che a volte accettavano, brontolando, un quadretto a saldo del conto del mese.

Oggi quel quadretto vale come un monolocale in centro, ma le sorelle Pirovini non ci sono più, se ne sono andate senza figli ed eredi, ricevendo in cambio della loro missione di vita una doppia pagina sul Corriere. Chi si ricorda di Dimitri Plescan, chi si ricorda di Ibrahim Kodra? Pietro Bisio ci apre la sua cucina, calda come una fornace. I piatti degli antipasti sono già belli e decorati. I quadri sono a centinaia, ovunque. È la bohème, l’iniziazione per essere accolti nel novero degli amici collezionisti, degli accoliti. Il rito inizia con l’apertura della prima bottiglia di vino. La serata è molto fredda. Sotto il porticato di ingresso due gattini si stringono in una cassetta con poca paglia. C’è una vena di malinconia negli occhi del pittore.

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Sarà perché il grande autoritratto giovanile, il grande disegno del 1951, sta per lasciare il suo autore dopo 65 anni? Inutile chiederlo, non lo ammetterebbe mai. Del grande autoritratto si è innamorata una bella donna, quasi si fosse incapricciata del ragazzo lì rappresentato, come di un amante troppo giovane che non potrà più avere. Pietro racconta e la conversazione si srotola come il filo del tempo. Quando nasce Picasso, Edouard Manet ha 49 anni e Pellizza da Volpedo 13. Beviamo il vino, ma parliamo del Bevitore di assenzio di Manet, del Déjeuner sur l’herbe, dell’Olympia, di queste donne nude, dal corpo bianco e scultoreo, e dai volti più rozzi, meno classici, spesso rivolti proprio verso lo spettatore, di cui sfidano lo sguardo, fiere e sfrontate, nella loro nudità di fronte a uomini vestiti. Come nelle ormai rare cene tra uomini, si parla di donne, e di studenti che nei pomeriggi di inverno, dopo le ore di copia dal vero nelle grandi aule dell’accademia, correvano eccitati a guardare le nuove ragazze dei bordelli di via dei Fiori Chiari.

È arrivata la Valtellinese! Una ragazza scendeva piano da uno scalone a pianta ovale, altissima, spalle larghe e incarnato bianco, solo un lieve rossore tradiva le origini montanare, o erano gli ultimi pudori?

Per Bisio e compagni, alla fine dei loro anni d’accademia, anche le case di tolleranza avrebbero chiuso. E gli artisti si sarebbero divisi tra bar Brera e bar Jamaica. Ma intanto la prima bottiglia è finita e il maestro ne sta aprendo un’altra.

– Vedete il quadro in anticamera? L’ho appena ricomposto. Nel 1972 lo stavo consegnando all’acquirente sul portapacchi della “Dufì.”
Bisio parla della sua storica Renault Dauphine, ribattezzata “La Dufì,” come di una vecchia fiamma, di una fidanzata eternamente rimpianta. È con la Dufì che sono andati a Capo Nord? O era la Finlandia? Oppure era la Performance della Medusa – un’enorme medusa spiaggiata nel mare del nord e da lì trasportata per essere sepolta in riva al fiume? Ma forse ci confondiamo. Sarà il vino rosso, che sale con il calore della stufa.

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Già, ma eravamo rimasti al viaggio della tela sul tetto della Dauphine. Sì, ma il quadro si è sganciato dai fermi del portapacchi ed è volato sulla camionale, proprio sotto le ruote di un autotreno. Un pezzo di finestra inchiodato alla tela è stato strappato, il telaio schiacciato, ma il quadro ora è di nuovo lì, reintelaiato con piccoli rattoppi: è un nudo di donna. Forse anche lei ci guarda con aria di sfida? Non è bella, assomiglia un po’ alle modelle di Willem de Kooning. Ma dove sono finiti tutti gli amici, i compagni di viaggio e di arte? Lo scultore Silverio Riva e le autostoppiste sotto il temporale a Basilea, Piero Leddi, Giancarlo Marchese, Ernesto Treccani, e ancora Tino Vaglieri e Giulio Scapaticci, grandi scultori e pittori, compagni di una vita, sodali di tante bohème?

Sfogliamo centinaia di disegni degli anni Settanta e Ottanta. Bisio sta ordinando vecchie cartelle e fissando chine e carboncini su grandi Canson bianchi. Ma un foglio è disegnato di fresco e la data è di oggi, è una natura morta a tempera e pastello. Uno stretto vaso sul davanzale sorregge una rosa in controluce. Intorno, i simboli ricorrenti delle nature morte di Bisio: una pipa, un limone, una piccola mela selvatica, forse una lisca di pesce. Il pittore si schermisce, come vergognandosi di essersi abbandonato a un ricordo romantico: – l’ispirazione di un momento, dice. Torniamo in cucina. Sorseggiamo un amaro per far transitare gli immancabili peperoni sott’aceto, protagonisti di ogni bohème. C’è giusto il tempo per sfogliare il libro appena stampato, il catalogo completo di tutte le incisioni di Bisio: litografie, xilografie, acqueforti, prodotte raramente e in pochissimi esemplari, a loro volta spesso ridisegnati o colorati, per essere de-serializzati, in un procedimento inversamente warholiano. Grande Bisio, sperimentatore di arte e di vita. Siamo già agli abbracci.

La prossima bohème è prevista in una certa bettola sul fiume. Ci andremo di giorno, in una fredda mattina di sole, per godere del paesaggio. D’inverno, la luce del fiume è speciale. Partiamo nella notte limpida. Non siamo soli. Ci accompagna lo sguardo fiero di un giovane di diciannove anni. È in posa, tra un cavalletto dove è accennato un ritratto di donna, e uno specchio. Il ragazzo sta pensando al suo avvenire, alla strada da scegliere. Si specchierà come Narciso, tentando la carriera da attore, lui che è già una comparsa d’opera alla Scala di Milano? O sceglierà la pittura e l’accademia?

— FIN —

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