A cura di Dikotomiko Cineblog.

Sitges, Fantasporto, FantAsia, SXSW. Tra il gutturale e il labiale sibilato, queste parole enunciate come improperi sono marchi prestigiosi, il top dei festival quanto a cinema di intrattenimento. L’intrattenimento: a ben guardare, è il mestiere primario e onnicomprensivo della settima arte. Qui va circoscritto alle produzioni indipendenti e ad alcuni specifici generi, l’action, l’horror, lo sci-fi, il fantasy, in felice sincretismo. Da questi grandi eventi sono uscite numerose gemme, tra cui, solo per parlare al passato prossimo, Train to Busan e I Am a Hero. Due zombie movie, coreano (del Sud) l’uno, giapponese l’altro, capaci di guardare al rispettivo sociale parlando alla pancia degli spettatori.

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Train to Busan parte sicuramente avvantaggiato: forte di un passaggio al Festival di Cannes, sui binari di un passaparola virale — ed anche un po’ pirata — ha riscosso consensi tali che lo porteranno in sala anche da noi, alla primavera del nuovo anno, per opera dei pionieri della Tucker Film. Il racconto viaggia su di un treno ad alta velocità, da Seoul diretto a Busan, mentre l’universo mondo è sconvolto dall’apocalisse, dal contagio letale dei morti viventi.

È noto che gli zombie mordaci possano essere più o meno performanti — qui sfoggiano prestazioni atletiche da Olimpiade — e più o meno feroci secondo le declinazioni nazionali, ma il canone della fiaba è sempre quello di George Romero: pochi sopravvissuti, in rappresentanza dell’umanità, fanno enclave per sopravvivere alla dis-soluzione finale. In Train to Busan i sopravvissuti hanno chiari connotati generazionali e professionali: un broker di borsa, divorziato con bimba al seguito, un operaio con moglie incinta, un amministratore delegato, un vagabondo, una squadra liceale di baseball. L’enclave è minacciata dalla disparità dei ruoli sociali — economici, politici — e dalla dinamicità del contesto, in quanto il contagio si propaga anche sul convoglio in movimento, e la salvezza va cercata spostandosi di carrozza in carrozza, in senso opposto dalla testa alla coda del treno, come una discesa agli inferi ma in orizzontale.

Conformemente alla vulgata dominante, dettata da The Walking Dead e dal suo planetario successo, si assiste a una lotta incrociata tra vivi e non morti e tra vivi e vivi, perché l’istinto di sopravvivenza rescinde il contratto sociale e nel tutti contro tutti vale la legge del più infame, che è anche il più ricco.

Il perfido amministratore delegato, infatti, non esita a uccidere e tradire per la massimizzazione del suo contingente profitto: la sua esclusiva sopravvivenza. È lui la vera piaga biblica — traslatamente lo è il denaro, che aliena le menti, acceca, cancella l’umanità. Se il denaro è Mammona, l’unico rimedio, nella Corea rampante, disumanizzata e sciovinista, sembra essere la famiglia. Una famiglia non più tradizionale, perché il progresso corre come un treno, una famiglia di fatto in cui è la figlia del divorziato, una bambina, una femmina, il veicolo per la salvezza.

Ecco allora che la catarsi passa attraverso il sacrificio del broker, più volte additato come squalo o vampiro assetato di soldi. Costui si immola in uno scontro epocale — fuori dal treno oramai deragliato ed esorbitante mostri, sopra un’altra, diversa, semovente locomotiva — per salvare la figlia innocente e consegnarla alla vedova gravida del working class hero. Insieme le sopravvissute cambieranno verso, inteso come senso di marcia. Il futuro può essere donna, in Corea.

Gran film e spettacolare, Train to Busan è un blockbuster girato in economia, originato da un prequel di animazione, Seoul Station. Il creatore, regista e sceneggiatore delle sue stesse opere, è Sang-ho Yeon, dalla cui bio si apprende che è laureato a SangMyung — college privato, of course — e specializzato in Western Paintings, alla lettera “dipinti occidentali.” Fuori dall’ironia che una simile stereotipata definizione porta seco, ciò che spicca in Train to Busan è il piacere dell’affabulazione visiva, la visione immaginifica costruita da uno che ci sa fare con tavole e storyboard, come fosse un disegnatore di manga.

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Un manga, di quelli amatissimi, è alla base di I Am a Hero di Masami Nagasawa, film meraviglioso a detta e a vista di chi scrive, destinato tuttavia a restare ignoto agli spettatori italiani, come il 99,9% dei titoli nipponici. Un vero peccato, dal momento che il film, pur restando fedele alla linea classica romeriana, dà agli zombie una dignità nuova, li disegna capaci di ripetere in un tragico loop i momenti che connotavano la loro vita professionale: il commesso zombie ripete all’infinito il suo orrido benvenuto ai clienti, il tassista non morto chiede al cliente la destinazione del viaggio, il trapassato manager della multinazionale ostenta disprezzo per i poveracci intorno a lui, e così via.

I Am a Hero è la storia di un bamboccione, un trentacinquenne squattrinato, che disegna a cottimo — e in nero, probabilmente — per un mangaka, e occupa pertanto il gradino zero della scala sociale, negletto e reietto da una fidanzata insofferente. Hideo, così si chiama, ha un fucile a canne mozze per uso ludico, lo porta con sé ma lo cela e non lo usa in pubblico, in stolido ossequio alla legge dello Stato nipponico. Scampato per caso e per istinto di pusillanime al contagio, nella fuga dalla città incontra una ragazzina, il prototipo della studentessa sedicenne barely legal, con gonna a piegoline e ginocchia strabiche d’ordinanza. I due diventano una coppia di fatto ma la passione resta un aborto, la lolita è stata morsa da un bimbo zombie, e ciao ciao alla felicità.

Succede però che il morso dei denti da latte fa di lei una superforzuta — anche qui gli zombie sono pentatleti — e le inibisce il linguaggio lasciandola inerte con i suoi sentimenti, in uno stato di non morte profondamente empatico e compassionevole. Hideo la prende a cuore e sulle spalle, insieme, arrivano al Monte Fuji, non la montagna sacra ma un outlet, un mega centro commerciale in cui i vivi fanno enclave contro i non morti. 

Il commesso zombie ripete all’infinito il suo orrido benvenuto ai clienti, il tassista non morto chiede al cliente la destinazione del viaggio, il trapassato manager della multinazionale ostenta disprezzo per i poveracci intorno a lui, e così via.

Il dopomondo del Fuji outlet è quello del signore delle mosche, la comunità dei resistenti è un gruppo di ragazzi asserragliati su un terrazzo, eccellenti nell’organizzazione e nella divisione dei ruoli, deficienti in democrazia: subito si scatena lo scontro tra primati per il possesso dell’arma da fuoco, la deriva autoritaria produce il disastro e spalanca le porte dei vivi al regno dei non morti.

Cadono tutti, come mosche appunto, restano Hideo e una pugnace infermiera (anche lei ai livelli più bassi del sistema economico e sociale), ma non bastano 89 pallettoni di fucile contro il nemico più terribile: un liceale zombie superdotato, colto dalla non morte nel pieno di una gara di salto in alto, che non de-morde, vuole saltare in alto, vuole vincere, essere leader, e attacca, e attacca, e attacca ancora, fino all’ultimo spasimo. La fine è un nuovo inizio, forse, Hideo, l’infermiera e la ragazza diversamente viva scappano via in macchina, on the road to nowhere.

I Am a Hero sembra più potente e significante di Train to Busan, forse perché gode di un budget all’altezza delle pretese, o forse anche perché espressione di una cinematografia più avvezza a praticare, con successo, le strade del genere, fecondata dalla miriade di manga e anime che apparecchiano visone eretiche e differenti. Entrambi i titoli ci rincuorano, stanno lì a dimostrare che un altro modo di fare blockbuster — e parlare di questo presente infetto, e così poco storicizzato — è ancora possibile. 

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