Dopo la sua vittoria elettorale, in molti hanno evidenziato come Donald Trump non abbia alcuna esperienza politica e militare alle spalle. In realtà, anche se la maschera da outsider gli calza bene, Trump negli ultimi 26 anni si è proposto più volte come inquilino della Casa Bianca.

La sua prima entrata a gamba tesa nella politica a stelle e strisce risale alla fine della Presidenza Reagan: era il 1987 quando, senza velleità di potere, Trump arringava una folla in New Hampshire, tirando stoccate al Giappone e all’Ayatollah Khomeini. Nel 2004, quando George W. Bush strappava il suo secondo mandato, il tycoon immobiliare disse che stava “seriamente considerando” l’ipotesi di candidarsi alla presidenza. Nel 2006 si parlava di un Trump Governatore dello Stato di New York. Nel 2007, con una retorica particolarmente simile a quella recente, dichiarò che “Bush è probabilmente il peggior Presidente nella storia degli Stati Uniti.”

Donald Trump, nei favolosi anni ’80

Donald Trump, nei favolosi anni ’80

Nel 2008, intervistato dal New York Post, rivelò che sarebbe stato disposto a candidarsi come indipendente in futuro.  Nel 2012 era ancora titubante e disse di non voler correre, nonostante molti sondaggi lo dessero in cima alle preferenze dei repubblicani.  Ora, le elezioni dello scorso 8 novembre hanno fatto la storia, con una vittoria inaspettata che ha rotto gli equilibri di una politica bipolare storicamente stabile. Ma nella storia elettorale di Donald Trump, fatta di roboanti annunci e timidi ritiri, c’è stata un’altra esperienza in cui è arrivato vicino a strappare la nomination per lo studio ovale.

CC Paul Mannix / Flickr

CC Paul Mannix / Flickr

Correva l’anno 2000 e tra il Millennium Bug e Oops!… I Did  It Again di Britney Spears bisognava eleggere il 54mo Presidente degli Stati Uniti. Gli sfidanti per la vittoria erano George W. Bush e Al Gore, ma tra repubblicani stanchi del familismo e democratici sfiduciati dal sexgate, qualcuno pensò che ci sarebbe stato spazio per una terza forza, a rompere il sistema bipartitico. Nel 1992 il magnate dell’elettronica Ross Perot (che aveva investito sui giovani Bill Gates e Steve Jobs, tra gli altri) aveva formato il Reform Party: si trattava di una piattaforma centrista con sfumature populiste, anti-debito pubblico, contro l’immigrazione e a favore dell’elezione diretta con voto popolare del Presidente (se la loro proposta fosse passata, pochi giorni fa Trump avrebbe perso di una manciata di voti). Tra pragmatismo (le elezioni nei weekend) e pre-grillismo (limite di legislature per congresso e senato, riforma dei finanziamenti ai partiti) il Reform Party era decisamente lontano dalle ideologie classiche cui i maggiori partiti fanno (facevano?) riferimento.

Nel 1998 arrivò il primo eletto, l’ex wrestler Jesse Ventura, Governatore del Minnesota. Fu proprio Ventura, grazie alla passione in comune per la WWE,  a avvicinare Trump durante un incontro ad Atlantic City e a convincerlo a correre per la Presidenza. Ovviamente The Donald aveva già ventilato l’ipotesi in numerose interviste e talk show. Da Oprah Winfrey aveva detto: “Se mi candidassi lo farei per vincere.”

Trump annunciò la sua prima candidatura ufficiale al Larry King Live, il 7 Ottobre 1999. Il suo maggior rivale era allora Pat Buchanan, “paleoconservatore” che abbandonò il Partito Repubblicano a causa dell’eccessivo interventismo di George Bush Senior in politica estera. Con la sua consueta diplomazia, Trump commentò così la storia politica del suo concorrente: “Io sono conservatore, ma Buchanan è Attila l’Unno.”  Rispetto al Trump del 2016, quello del 2000, considerate le differenti epoche, non era più conservatore, anzi. Molte delle sue idee politiche si trovavano descritte nel libro The America We Deserve, pubblicato nello stesso anno, una lettura obbligata per chi vuole cercare di comprendere il Donald-politico.

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Nell’intervista con Larry King il programma delineato dal nuovo Presidente risulta piuttosto differente da quello di inizio secolo: Trump  afferma di “credere nella sanità universale”; altrove dichiara di “non avere alcun problema” nei confronti dei militari gay. L’approccio ad altri temi, invece, rimane quello di sempre: diffidenza verso gli accordi commerciali “svantaggiosi” e verso la Cina, supporto a pena di morte e armi libere, la proposta di creare una lotteria per raccogliere fondi contro il terrorismo.

Aveva già pronta la lista dei ministri: Oprah Winfrey come Vicepresidente (che rifiutò subito la proposta), Colin Powell Segretario di Stato, l’ex CEO di General Electric Jack Welch al tesoro e John McCain — con cui ha avuto rapporti tesi di recente — come Segretario alla Difesa. Già all’epoca era forte l’amicizia con l’ex Sindaco di New York Rudy Giuliani, che adesso è dato in pole position per la Segreteria di Stato.

Nel febbraio del 2000 la spaccatura interna al partito, con Ventura contrapposto al fondatore Ross Perot, si acuisce. Come conseguenza, l’ex wrestler abbandona il Reform Party e Trump decide di ritirarsi dalle primarie, comprendendo che con i centristi non avrebbe avuto alcuna chance di vittoria. Il 14 febbraio, giorno del ritiro, lascia il palcoscenico con una frase significativa: “Dunque ora il Reform Party include un uomo del Ku Klux Klan, Mr. Duke, un neonazista, Mr. Buchanan e una comunista, Ms. Fulani. Questa non è una compagnia che voglio frequentare.” A quanto pare la compagnia vuole frequentare lui, dato che sia Duke che Buchanan hanno supportato Trump alle ultime elezioni presidenziali.

Come finirono quelle elezioni per il Reform Party? Pat Buchanan fu il candidato ufficiale, dopo aver sconfitto John Hagelin alle primarie, ma ottenne soltanto 448.895 voti, ben lontano dall’exploit di Perot, che quattro anni prima era arrivato a 8 milioni. Il partito ha continuato il suo declino negli anni, fino al minimo storico di 481 voti nel 2008. Nel 2016 ha appoggiato l’American Delta Party del businessman Rocky De La Fuente, andando incontro ad un altro fiasco.

Trump, nel frattempo, ha vinto l’OPA sul Partito Repubblicano, cambiandolo molto probabilmente per sempre, e vincendo da candidato ufficiale contro i big dello stesso GOP. Molte cose sono cambiate dal 2000 — è davvero cambiato anche Trump?

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