Questa sera il fotografo Francesco Faraci presenta a Milano il suo primo libro fotografico: Malacarne.

L’appuntamento è alle ore 18.30 da STILL Fotografia, in via Balilla 36.

Ieri abbiamo incontrato Francesco, che ci ha parlato del suo progetto sulle periferie palermitane, di quelli futuri, dell’incontro con la fotografia e con i soggetti dei suoi scatti.

Alla fotografia ci sono arrivato per caso. Da sempre avevo avuto un rapporto molto forte e importante con l’immagine, con la comunicazione visiva, ma non avevo mai pensato alla fotografia come mezzo di espressione. Un giorno poi è accaduto che un amico fotografo mi mettesse in mano una macchina fotografica. Tieni, provala. È stato come se l’avessi avuta in mano da sempre, come un naturale prolungamento del mio braccio. È accaduto per gioco, quindi, cinque anni fa.”7_ballaro_aprile2016

Francesco comincia a vivere Palermo grazie alla fotografia.

“Prima di allora vivevo la vivevo, sì, ma fermo alla superficie. Non avevo mai cercato di comprendere il suo vero tessuto urbano e sociale, di addentrarmici, non mi interessava, anzi: quasi la odiavo, la trovavo stretta, soffocante – pensavo che il suo trovarsi così a due passi dal mare fosse in realtà un limite enorme.”

Solo quando capisce che attraverso la fotografia può raccontare scopre e riscopre la città, che piano piano si svela attraverso la lente della macchina fotografica.

“È stata una folgorazione, mai avrei immaginato che la fotografia potesse entrare così prepotentemente nella mia vita, diventando il mio principale mezzo di espressione e comunicazione col mondo.”

Oggi nella vita Francesco fa il fotografo a tempo pieno e scrive romanzi, racconti. Il primo romanzo, Anime salve, uscirà nell’autunno del 2017: ambientato nel quartiere a luci rosse di Catania, sarà la storia di un transessuale, del processo che lo ha portato a cambiare sesso, “Ma non voglio anticipare più di tanto.”

Francesco tiene ormai abitualmente workshop, incontri, conferenze. Ma quindi si riesce davvero a vivere facendo il fotografo? Sorride: “Certo. Io in fondo sono un umilissimo figlio di impiegati, vengo da una famiglia normale. Pretendere di arricchirsi è difficile, ma io non ho grosse pretese. Ciò che guadagno mi dà la possibilità di continuare a fotografare, e questo mi basta.”

Dopo dieci anni trascorsi in un call center, decide di licenziarsi in tronco e di rischiare tutto. “Sono stati dieci anni rovinosi, mi sentivo chiuso dentro quattro mura, senza via d’uscita. La storia dei call center in Sicilia è secondo me come una sorta di caritas: per tutti si tratta di un lavoro passeggero, almeno nelle intenzioni. In realtà poi ci resti dentro, senza che tu te ne accorga vieni ingoiato da questo sistema malato, finché uscirne diventa difficile. Ti propongono contratti a tempo indeterminato, quindi stipendio fisso, quindi ferie pagate, malattia pagata: ti comprano l’anima, e perdi lo stimolo a cercare qualcosa di meglio. Ti fossilizzi. E questo crea mostri, a livello nervoso.”

Francesco si ritiene fortunato: al di là del lavoro e della fotografia, ha avuto la fortuna di avere attorno persone che credessero in lui e che in qualche modo, anche inconsciamente, lo hanno sostenuto, “facendo per me la differenza tra il call center e una vita diversa.”

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Anche lui proviene da una di quelle periferie cosiddette “degradate” di Palermo, quelle raccontate nei suoi scatti, ma in realtà se ne era distaccato da tempo, nonostante anche lui fosse “uno di quei bambini che giocavano per strada con gli amici, dalla mattina alla sera, senza giorno e senza notte.”

Decide di tornare alla periferia dopo l’incontro di una sera, alla stazione di Palermo: un ragazzino – avrà avuto dieci anni – inizia a raccontargli la sua vita, in maniera del tutto naturale. “Mi ha colpito quando mi ha detto: “Vengo spesso a Palermo”, come se intendesse di non abitare in città. Semplicemente veniva da una zona a cinque chilometri dal centro, una di quelle periferie considerate marginali, ma comunque parte della città. “Io non vivo a Palermo; io ci vengo, a Palermo.” Mi ha fatto riflettere. L’ho guardato finché non è sparito, svoltato l’angolo. Malacarne.”

Anche Francesco da bambino era Malacarne, “E ricordo quanto mi dava fastidio. Mi è venuta voglia di tornare a vedere quei posti, di capire se qualcosa era cambiato, se era rimasto tutto com’era, come lo ricordavo. Arrivato lì sono stato travolto da un fiume di bambini festanti. È stato così naturale iniziare a fotografarli: in ognuno rivedevo un po’ di me.”

Malacarne non è un lavoro politico, non è denuncia sociale. “Per me Malacarne è altro. Quello che io volevo tirare fuori da questi quartieri non era il degrado, non era la malavita, non era la delinquenza, che pure ci sono: volevo tirare fuori da quella gente – non solo dai bambini – il vero lato umano, salvare l’umanità che c’è dal disastro. È certamente una condizione di degrado, su questo non c’è dubbio: ma se da quel degrado si riuscisse a tirar fuori poesia, il buono – ed è quello che provo a fare – allora magari qualcosa si può davvero provare a cambiare. Malacarne ha un forte lato autobiografico. In ogni fotografia c’è un po’ di me, e a questi bambini mi sono rapportato quasi da coetaneo, sentendomi di nuovo bambino anch’io. Sono così riuscito ad avvicinarmi tanto, a creare forti rapporti di amicizia e fiducia, anche con i genitori, nonostante le diffidenze iniziali e la paura che una situazione di disagio simile venisse strumentalizzata. Col tempo anche con loro è nato un rapporto bellissimo. Per me la fotografia è ed è stata un pretesto per avvicinarmi alle persone, il mio modo di combattere e abbattere le fragilità, le paure, la timidezza.”

“Se fai questo mestiere, ci sarà sempre chi ti accuserà di aver strumentalizzato una storia. Ma la tua consapevolezza di ciò che hai vissuto ti aiuterà a vivere queste critiche e a superarle in maniera diversa, più tranquilla, in pace con te e con chi accusa il tuo lavoro. A chi mi chiede e mi critica, dico sempre – venite, venite a vedere con i vostri occhi.”

Malacarne è diventato oggi un libro inizialmente nato in crowdfunding, modalità servita poi effettivamente a sostenere una parte del lavoro di produzione di Crowdbooks, oltre a tastare il terreno per quanto riguardava l’interesse e la risposta del pubblico, che da subito ha apprezzato il lavoro: “Non è passato molto tempo perché il libro iniziasse a camminare sulle sue gambe. Il contributo della curatrice Benedetta Donato, che ne ha seguito tutte le fasi, è stato prezioso e vitale: sua la selezione delle immagini, così come la cura di tutto ciò che poi sarebbe andato a comporre il libro. Ha fatto un lavoro straordinario, non saprò mai come ringraziarla abbastanza.”

Il libro contiene un testo della curatrice e un racconto di Faraci riguardo come è nato il progetto, come si è sviluppato, il significato, “ma soprattutto cosa ha significato per me. In qualche modo so che questo libro è mio, ma non è più solo mio: è nato. Non ho idea di dove porterà, questo successo e le reazioni positive del pubblico sono una sorpresa in primo luogo per me. Ciò che è certo è che non ho mai smesso di scattare, e non smetterò ora. Quelle persone mi hanno dato fiducia e meritano tutta la mia riconoscenza e l’affetto dei legami che si sono instaurati nel tempo. Per questo non voglio né posso abbandonarli.”

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