Una settimana nei centri d’accoglienza profughi ad Atene e Salonicco: la quotidianità dei volontari, le vite dei migranti, le politiche della poca accoglienza — sono storie di porte chiuse.

intervista di Elena Buzzo

quarto giorno


Vittorio Fera è un ragazzo di trentatré anni cresciuto in Brianza. Oggi è volontario in Grecia per Speranza — Hope for Children. Francesco Esposito, di Tilt, lo ha raggiunto per assistere l’associazione.

sam_2470Parlaci della tua esperienza nei campi profughi. Prima di venire qui eri in Palestina, giusto?
Sì, sono andato in Palestina per la prima volta nel 2014. Mi sono reso conto di come sia importante la solidarietà da parte degli internazionali. Sono andato con una ONG italiana, Vento di Terra. Inizialmente doveva essere solo un giro informativo, per capire le dinamiche dell’occupazione — due mesi dopo sono tornato, proprio durante l’attacco su Gaza. Sono stato in West Bank dove ho fatto attività nei campi profughi. Lì si percepisce il destino di chi vive nei campi, dove tutti i giorni passano allo stesso modo.

Il campo è una sorta di simulacro di città dove non c’è la possibilità di avere un lavoro, dei sogni, delle aspirazioni — tutto resta ancorato alla speranza nella liberazione della Palestina, o di poter scappare all’estero e avere una nuova opportunità di vita.

L’anno dopo mi sono aggregato all’International Solidarity Movement, un movimento di attivisti internazionali che portano solidarietà e supporto alla causa del popolo palestinese attraverso la presenza protettiva di internazionali che possono denunciare i crimini dell’occupazione e possono cercare di fare da intermediari o da deterrenti contro la violenza dell’esercito. Ho passato quattro mesi a Hebron, la città più grande della Palestina: al 95% palestinese, con una presenza di ebrei israeliani nel centro: è una città sacra per entrambi i popoli, per la tomba di Abramo.

In cosa consisteva la vostra azione a Hebron?
Eravamo in centro, di fronte al check point militare, e facevamo perlustrazioni per vedere se c’erano arresti o risse. La presenza internazionale è importante.

Nella West Bank c’è la legge marziale per i palestinesi, che consente agli israeliani di arrestare anche senza prove, in maniera arbitraria, e trattenere le persone per anche sei mesi in una prigione militare, mentre cercano delle prove. Trascorsi i sei mesi se non ci sono prove posso comunque aggiungere altri sei mesi di detenzione. È una legge che ignora completamente la Convenzione di Ginevra, che sarebbe accettabile solo per brevissimi periodi, in condizioni di emergenza. Ci sono persone in detenzione amministrativa da tre anni, anche bambini.

E voi come riuscivate a intervenire?
Documentando con foto e video, e parlando con i soldati, siamo riusciti ad evitare degli arresti. Un giorno eravamo in quattro e abbiamo visto sei militari con un bambino bendato e ammanettato. Abbiamo scattato foto, li abbiamo accerchiati, e abbiamo iniziato a fare domande su cosa avesse fatto. Hanno dato risposte vaghe e lo hanno lasciato andare.

La nostra azione è sempre stata non violenta perché Ism è un movimento non violento, che opera attraverso azioni dirette non violente. La violenza potrebbe giustificare un’eccessiva reazione contro i palestinesi.

Cos’è successo il 28 agosto?
Ero a una manifestazione non violenta. Stavo facendo dei video a un soldato che stava maltrattando un bambino di 12 anni quando sono arrivati tre soldati. Prima mi hanno sparato proiettili di gomma, poi mi hanno buttato per terra e hanno iniziato a picchiarmi. Con me c’era anche un ragazzo palestinese di 19 anni. Ci hanno caricati su un fuoristrada e ci hanno picchiati in sette. Ci hanno trattenuto per sei ore, per terra, con mani e piedi legati, bendati, in una base militare, accusando di aver tirato sassi.

Mi hanno portato in una stazione di polizia — dove mi avrebbero trattenuto 15 ore —per mostrarmi i capi d’accusa: lancio di sassi e altri oggetti non specificati, e partecipazione a manifestazione illegale —  illegale perché eravamo all’interno di una zona militare.

Poi ho passato due giorni e mezzo in un carcere vicino a Tel Aviv, in attesa del processo. Mi hanno poi rilasciato per mancanza di prove.
Il ragazzo arrestato con me è stato portato in una prigione militare non civile, la prima udienza l’ha avuta a ottobre, ed è stato scarcerato solo a marzo di quest’anno.

Per quanto riguarda invece la tua esperienza in Grecia?
Da novembre ho iniziato a occuparmi della questione migranti lungo la rotta balcanica, da Lesbo alla Macedonia.

A Lesbo eravamo sulle spiagge, per la prima accoglienza. Poi arrivavano i pullman dell’UNHCR che portavano i profughi a Moria per la registrazione, e poi al traghetto per Atene.

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Com’era la situazione a Lesbo allora?
I volontari indipendenti hanno fatto un ottimo lavoro. Io sono arrivato a fine novembre e mi aspettavo ci fosse una grande presenza internazionale, invece mi sono ritrovato spesso da solo con un falò o una luce ad aspettare in silenzio che arrivassero barche a cui indicare gli attracchi migliori.
Ero lì come collaboratore dell’associazione Speranza – Hope for children nel campo anarchico Platanos a nord di Lesbo, a sei miglia nautiche dalla Turchia. Avevamo anche una barca e andavano a soccorrere chi arrivava in mezzo all’acqua.

Poi da gennaio è arrivata la guardia costiera e i vascelli di Frontex: a quel punto è cambiato il modo di accogliere le persone, venivano registrate direttamente nella barca, poi venivano portati al porto di Mitilene e da lì al traghetto. Alcune barche venivano anche direttamente respinte. Inoltre da quel momento in poi è diventato molto più difficile entrare nei campi.

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Francesco Esposito, foto Hans Leopold Helm

Invece, Francesco, tu sei di Tilt e collabori con Hope for Children, giusto?
Sì, Tilt è una organizzazione sociopolitica attiva in tutta Italia. Facciamo workshop e incontri annuali, e questa settimana in due siamo venuti in Grecia per affiancare Hope for children nel suo operato nei campi.

Vittorio, qual è la differenza tra l’azione delle ONG e dei volontari?
La solidarietà dovrebbe essere una cosa sullo stesso livello, ma per le ONG è anche un lavoro: adesso nei campi militari tendono più a tenere qui che a mandare via, finché avranno gente nei campi avranno lavoro.

Come sono cambiate le cose con la chiusura della rotta balcanica?
La chiusura della rotta non ha fatto altro che aumentare il traffico di esseri umani in questa area del mondo. Tutte le scelte dell’Europa hanno messo a rischio la vita dei migranti. Il giro di affari che c’è dietro non è nulla rispetto ai fondi che l’Europa ha dato alla Turchia. C’è il caporalato, le fabbriche tessili dove molti profughi lavorano per mettere da parte i soldi per il viaggio con stipendi da fame, la rete del trasporto sui pullman, i proprietari delle spiagge e delle barche. È spaventoso quanti giubbotti vendano in tutti i negozi della costa — giubbotti fatti male che non tengono a galla.

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Com’è cambiata la composizione dei flussi migratori?
Nei campi ho notato che con il tempo sono diminuite le persone che parlano inglese: ha iniziato a spostarsi anche chi non aveva i soldi per farlo, e chi si sarebbe spostato solo internamente — tuttora in Siria ci sono sei milioni di sfollati che non riescono a lasciare il Paese.

Come funziona la richiesta di asilo dalla Grecia?
Dopo lo sgombero di Idomeni sono arrivati i soldi dall’Europa e sono stati attivati i programmi governativi. Così sono nati i campi militari governativi dove la gente aspetta che la richiesta di asilo venga valutata.

Ci sono tre tipi di richiesta:

  • Family reunification
    È per tutte le nazionalità. Chi ha un parente stretto in Europa può chiedere la reunification e aspettare 11 mesi, ma spesso molti di più. La richiesta viene fatta dalla Grecia e in contemporanea dal Paese europeo dove è presente l’altro. Questo comporta un notevole rallentamento: prima i tempi dipendevano solo dal Paese europeo da raggiungere.
  • Relocation program
    Dura sei mesi, è solo per siriani, iracheni, eritrei e abitanti della Repubblica Centroafricana, del Barhein, Darfur, Western Sahara e per gli apolidi, come i palestinesi della Siria. Devono fare un’intervista in cui dichiarano dove vogliono andare, e se hanno parenti là. Esprimono una preferenza sul Paese da raggiungere, ma è lo stato che decide se prendere il richiedente o meno e se accettano la richiesta. A sua volta, il richiedente può solamente accettare o rimanere in Grecia.
  • Richiesta di asilo in Grecia

In cosa consiste il lavoro dell’associazione qui in Grecia?
Per entrare nei campi e fare attività bisogna fare richiesta al governo greco come ONG o associazione, e il governo ti deve dare l’autorizzazione.
Noi abbiamo deciso di non chiedere il permesso e restare fuori dai campi, con un progetto itinerante che si chiama Hope station facciamo il giro di tutti i campi dell’area di Salonicco con attività varie. Inoltre scriviamo dei report sulle condizioni, pessime, dei campi: spesso sono nascosti in capannoni di ex-aree industriali dove sono stati rilevati rifiuti tossici e accanto a strade trafficate e pericolose. Per esempio a Oreokastro il 16 ottobre sono mori una mamma con suo figlio, investiti da un’auto.

Io non credo siano condizioni dignitose. Noi abbiamo un progetto di housing per mettere nelle case alcune famiglie vulnerabili e faremo una specie di community center con aree comuni di supporto legale informativo e psicologico.

Il problema non è tanto quanto a loro basti non essere più in pericolo di vita, ma quanto possiamo fare noi come Europa e quanto la nostra dignità sia diversa dalle condizioni che diamo a loro. Noi accetteremmo queste condizioni? Dobbiamo dargli solo sussistenza, o anche condizioni di vita dignitose? Io credo sia necessario dare loro autosufficienza ed emancipazione: la lotta che stiamo facendo non è per loro, ma con loro — tutti i muri che stiamo alzando, sia fisici che virtuali, poi ce li teniamo e l’Europa sarà sempre più xenofoba e populista. Nel momento in cui una persona viene privata di un diritto che io ho, quel diritto diventa semplicemente un privilegio.





 

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