Secondo quanto rivelato da Politico, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker potrebbe richiedere nel suo annuale discorso presidenziale di settimana prossima una maggiore flessibilità nel budget del deficit dei Paesi europei. In particolare, l’idea sarebbe di escludere dal budget le risorse destinate all’educazione e agli investimenti degli Stati per stimolare la crescita.

Per quanto finora il “lato sociale” di Juncker e della sua presidenza si sia rivelato ben poco, Juncker ha proposto un “pilastro europeo dei diritti sociali” circa un anno fa. In questo piano sono incluse proposte come il salario minimo e misure per proteggere l’uguaglianza di genere, dirette all’eurozona, ma estendibili anche ai Paesi non-euro. Nelle idee di Juncker non sarebbero comunque inclusi tentativi di mettere mano al famoso “tetto del 3%” sul deficit del budget rispetto al PIL, contenuto nel Trattato di Lisbona.

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Il Presidente avrebbe ritirato fuori tutto quanto dal cassetto settimana scorsa, davanti ad alcuni membri e operatori della Commissione. Il semplice rischio di un’apertura alla flessibilità da parte della più alta carica politica eletta in tutto il continente ha suscitato la furia di Valdis Dombrovskis, il Vicepresidente della Commissione per l’Euro e i servizi finanziari. Che però ha trovato tra i suoi colleghi commissari una buona fetta di pro-Juncker, come il Commissario alla tassazione Moscovici e il Commissario all’impiego, affari sociali, competenze e mobilità del lavoro Thyssen, che sembra essere la principale spalla del Presidente in questo percorso.

 

I delicati equilibri interni della Commissione – e quelli ancora più delicati tra le forze politiche e gli Stati del continente – sono cambiati radicalmente dopo il referendum sulla Brexit tenuto qualche mese fa nel Regno Unito. I conservatori inglesi sono stati infatti i maggiori avversari di qualsiasi tipo di politica sociale su base continentale, sostenendo posizioni come “un giudice di Londra non può stare sotto un giudice di Strasburgo.” Un’opposizione simile all’interno del Partito Popolare europeo di cui sia Juncker che Cameron fanno parte rappresentava un grosso problema: con la Brexit, però, gli inglesi si sono fatti fuori da soli.

Subito dopo il referendum, infatti, sul continente si è firmato un accordo per “la promozione del dialogo tra management e forza lavoro”, insieme a “un maggior coinvolgimento delle parti sociali nella legislazione UE”. Nel clamore di quei giorni è passato sotto relativo silenzio, ma il documento è indicato da molti sostenitori del “social pillar” come un momento rilevante della politica continentale – soprattutto perché non è stato firmato solo da sindacati e corporazioni, ma anche dai governi.

Ora una delle sfide principali sarà tradurre questa flebile spinta sociale in un’azione concreta, visto che i poteri della Commissione sono ancora limitati e per molti versi soggetti a quelli dei vari Paesi. Provvedimenti come quelli sul salario minimo potrebbero essere fatti passare per il Consiglio Europeo, l’assemblea dei capi del governo, se qualche Paese fosse disposto a prendere l’iniziativa. Sempre secondo Politico, uno degli obiettivi principali del Commissario Thyssen è quello di cristallizare entro la fine dell’anno una forma appropriata e meno nebulosa per ogni azione politica intrapresa dall’UE.

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