Parlando del Fertility Day, la discutibile iniziativa del Ministero della Salute per incoraggiare prolificità sessuale dei cittadini, ci si trova davvero in imbarazzo a scegliere cos’è peggio: il principio stesso della campagna ha sinistre connotazioni cripto-totalitarie — impossibile non pensare alle politiche fasciste di incentivo alla natalità, dalla tassa sul celibato alla lotta alla contraccezione — travestite con una serie di patetici tentativi di rivolgersi alle classi di età più giovani del Paese, fallendo miseramente.

I preliminari sono importanti.

I preliminari sono importanti.

Slogan ridicoli, grafiche di dubbio gusto, perfino un gioco online in cui uno spermatozoo deve raggiungere l’ovulo da fecondare evitando i “nemici della fertilità” —  sigarette, alcolici, poltrone simbolo di rovinosa vita sedentaria. E, ultimo ma non meno importante, il logo ufficiale della Giornata è realizzato con jokerman, uno dei font più brutti della storia, che a vederlo sono possibili soltanto due commenti: “Al Ministero della Salute almeno i soldi per sottopagare un grafico non ce li avevano?” e “Come pensano sia possibile che alla gente venga voglia di fare sesso dopo aver visto questa roba?”.

Il risultato complessivo è sconcertante e neanche troppo vagamente offensivo, soprattutto per le persone che all’atto pratico dovrebbero mettersi a figliare: i giovani — che in Italia, come evidenziano più o meno tutte le statistiche, rimandano la procreazione non per pigrizia ma per necessità economiche (secondo dati Eurostat la disoccupazione giovanile sfiora il 40%) — e in particolare le donne, che, in un Paese in cima alle classifiche per discriminazioni di genere sul luogo di lavoro, devono pure sentirsi dire — dal governo — che il tempo passa in fretta, quindi si sbrighino a rimanere incinte.

Il dato più grave è proprio questo: l’invito a procreare non viene da una retriva comunità parrocchiale di paese senza rudimenti di Photoshop, ma proprio dalle istituzioni che dovrebbero mettere in atto politiche di incentivo e sostegno alla genitorialità davvero utili a ostacolare il calo della natalità — come oggi ha sottolineato lo stesso Renzi, liquidando la campagna: “Non l’ho nemmeno vista.” (Beato lui.)

In realtà, l’errore originale del Ministero di Beatrice Lorenzin è stato quello di abbinare due piani d’intervento che sarebbe stato meglio distinguere: da un lato, la sensibilizzazione sul tema della salute riproduttiva — di cui effettivamente si parla poco — dall’altro, l’obiettivo demografico.

Avere un apparato riproduttivo in salute interessa a tutti, anche a chi —  per scelta o per necessità — avrà un figlio solo o non ne avrà affatto.

Suggerendo esplicitamente il passaggio obbligato salute riproduttiva → fecondità elevata, il Ministero salta da un’operazione di informazione a un’operazione ideologica, di matrice che non è difficile individuare (basta pensare al Day fratello maggiore di questo, dedicato alla Family).

Sulla Stampa di oggi, intervistata da Francesca Schianchi, la Ministra Lorenzin si è difesa rivendicando proprio la distinzione dell’aspetto “sociologico” da quello sanitario. “Perché si possono fare campagne sul diabete e sul cancro, e sulla fertilità no?”. Ma la promiscuità dei due ambiti traspare chiaramente sin dalle prime righe del Piano Nazionale per la Fertilità, il documento — pubblicato a maggio 2015 — da cui il Fertility Day ha preso vita.

Dal punto 1 (“Informare i cittadini sul ruolo della Fertilità”) si passa rapidamente a un inquietante punto 4 “Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità [sempre in maiuscolo] come un bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società,” fino all’apoteosi del punto 5, dove l’istituzione del Fertility Day rappresenta addirittura la celebrazione di una “rivoluzione culturale.”

Come analizzato scrupolosamente da Matteo Pascoletti su Valigia Blu, l’impostazione generale dell’intero documento è chiara: vi si veicola una concezione della famiglia “tradizionale” come moralmente superiore, e l’idea di una sessualità unicamente finalizzata alla funzione riproduttiva; si sottovalutano le cause politiche ed economiche del calo della natalità, mettendo l’accento invece sui fattori “culturali e sociali” — e cioè? Aver “scortato” le donne “fuori di casa, aprendo loro le porte nel mondo del lavoro sospingendole, però, verso ruoli maschili, che hanno comportato anche un allontanamento dal desiderio stesso di maternità.”

Un’espressione particolarmente infelice in cui è difficile non leggere un giudizio di valore, nonostante si riconosca che l’interiorizzazione culturale dell’asimmetria dei ruoli “costituisce un serio ostacolo alla possibilità di redistribuzione del carico di cura” dei figli.

Ma è poi vero che la denatalità è una minaccia? Per chi, e per cosa?

Mettendo da parte le sacrosante preoccupazioni sanitarie — a cui è dedicata la maggior parte del documento del Ministero, per fortuna — sulla salute riproduttiva dei cittadini e sulla loro consapevolezza al riguardo, resta il presupposto fondamentale di una campagna come questa: l’allarme denatalità, ormai ben radicato nell’immaginario collettivo.

stime istat

La questione torna spesso a guadagnare l’attenzione dei media, con la periodicità delle statistiche, che sottolineano come l’Italia abbia il tasso di natalità più basso tra i Paesi dell’Unione Europea. I dati ISTAT più recenti, riferiti al 2015, hanno registrato il minimo storico di 488 mila nascite, 15 mila in meno dell’anno precedente, e un tasso di fecondità di 1,35 figli per donna — ben al di sotto, quindi, del cosiddetto “tasso di sostituzione.”

Ma questi dati raccontano la realtà dei fatti solo parzialmente: la popolazione italiana, dal 1861 a oggi, è quasi triplicata — il primo censimento unitario contò poco più di 21 milioni di abitanti, mentre oggi il numero si aggira attorno ai 60 milioni. Quindi potrebbe non essere un dramma storico di dimensioni epocali se la popolazione italiana diminuisce leggermente (139 mila unità in meno l’anno scorso), considerato, soprattutto, che è ampiamente bilanciata dall’aumento esponenziale della popolazione mondiale — mentre, sul fronte interno del welfare,  l’immigrazione contribuisce a equilibrare almeno in parte l’invecchiamento e la diminuzione della popolazione in età da lavoro.

La preoccupazione per il calo demografico nasconde invece un principio implicitamente nazionalista, come se lo scopo della vita degli esseri umani sulla Terra fosse quello di una gara tra le nazioni a chi fa più figli. Lo si capisce chiaramente leggendo il documento del Ministero della Salute, dove la necessità di riprodursi è sancita con una petizione di principio: “È necessario, allora, recuperare il valore sociale della maternità, sia come esperienza formativa individuale sia come bene di tutti. La società deve comprendere che è un bene che nascano bambini, è un bene che il Paese possa riprodursi e sostituirsi, senza declinare irrimediabilmente” (corsivo mio.)

Ah, il declino delle nazioni! “Tutte le nazioni e tutti gli imperi hanno sentito il morso della loro decadenza, quando hanno visto diminuire il numero delle loro nascite. […] Se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero, si diventa una colonia!”, diceva Mussolini alla Camera dei Deputati nel 1927, in quello che è passato alla storia come Discorso dell’Ascensione. “Bisogna vigilare il destino della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e dall’infanzia.”

Tutto sommato, forse è meglio aderire con gioia al VHEMT, il Movimento per l’Estinzione Umana Volontaria, e abbandonare il pianeta con discrezione.

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