C’è un’altra partita che si sta giocando in Europa in questo periodo, ma non riguarda il torneo calcistico.

A maggio è stata presentata dalla Commissione Europea la Digital Single Market Strategy (DSM) che punta a rendere il mercato digitale europeo – già adesso il più grande esportatore mondiale di servizi digitali – il più grande mercato per fare e-business.

Al momento il mercato digitale europeo si divide in servizi on-line con base nazionale (42%),  servizi con base negli USA (52%) e servizi transnazionali europei, sebbene solo al 4%.

L’obiettivo generale può essere riassunto in tre punti cardinali di sviluppo: rendere più facile l’accesso ai prodotti e ai servizi digitali, creare un ambiente più favorevole per le aziende che operano nel settore e, last but not least, usare il digitale come leva per la crescita economica.

In concreto, i punti su cui si discuterà nei prossimi mesi sono molto diversi tra loro e toccano interessi dalle più svariate forme.

Il fattore che accomuna tutte le istanze resta quello, valido per la quasi totalità delle materie trattate dall’UE, di un’armonizzazione delle diverse legislazioni territoriali in tema di e-business. L’obiettivo dichiarato è quello di creare un mercato unico europeo dei prodotti e dei servizi digitali, sorpassando anche dal punto di vista informatico le barriere tra gli stati. In particolare, si vuole stimolare la crescita dell’e-commerce europeo attraverso la riduzione delle barriere amministrative al commercio, su tutte l’IVA.

I differenti regimi fiscali di tassazione indiretta sono considerati il nemico numero uno per lo sviluppo di un forte mercato online su scala europea. Fino ad ora, veniva adottata la legge fiscale del venditore per cui l’acquirente spesso si trovava svantaggiato e soprattutto confuso, immerso com’era dentro a un calderone di ratei fiscali ben differenti – dal 17% del Lussemburgo al 25% della Danimarca.

Con l’introduzione del DSM questa disarmonia fiscale dovrebbe essere sorpassata, introducendo un rateo fisso valido per tutti i Paesi, con un risparmio stimato di 11,7 miliardi di euro per l’acquisto di prodotti e servizi su base continentale. Senza contare il fatto che nel 52% dei casi, l’acquisto online è bloccato perché il servizio non è disponibile nel Paese dell’acquirente.

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È evidente quanto sia fondamentale il concetto di armonia fiscale quando si va a trattare un argomento delicatissimo come quello del copyright.

Da uno studio dell’UE, un quinto dei cittadini europei è interessato ad ascoltare o guardare contenuti provenienti da Paesi europei differenti dal proprio e un terzo dei cittadini europei è interessato ad usufruire di contenuti audio-video del suo Paese quando si trova all’estero.

In quest’ottica, DigitalEurope, rappresentante di un insieme delle più grandi compagnie di IT mondiali, compagnie delle telecomunicazioni, aziende di elettronica e associazioni nazionali del digitale, si è schierato apertamente per l’eliminazione del diritto d’autore per soggetti privati e per la modifica dell’obsoleto regime di tassazione del diritto d’autore stesso, da sostituire con un codice unico europeo.

Una delle possibilità più interessanti riguarda per esempio la vendita dei diritti televisivi sportivi che ad oggi avviene su base territoriale, mentre in futuro si potrà acquistare – e vendere – a livello europeo, eliminando la singolarità di accordi specifici, riducendo (in teoria) i costi sia per i consumatori che per i fornitori.E-commerce_siti-a-prova-di...-Legge-Osservatorio-Digitale-PMI

Un altro punto riguarda la creazione di solide basi infrastrutturali da cui far partire questa rivoluzione digitale europea. In questo momento solo il 22,5% dei consumatori europei può usufruire di una connessione a banda larga (oltre i 30 mbps) e si scontano ritardi significativi nella diffusione su scala continentale del 4G, con solo il 59% dei cittadini europei connessi e con una percentuale che cala al 15% nelle aree rurali. Le compagnie di telecom devono farsi più forti e competitive mentre tutte le varie piattaforme di intermediazione online  – motori di ricerca, app store, social network – dovranno fare della trasparenza delle offerte e della promozione dei servizi un principio di base ineludibile.

 

Allo stesso modo, si cercherà di far crescere la sicurezza negli utenti, considerando che il 72% dei cittadini europei si dice preoccupato che i propri dati personali possano finire su internet.

L’ultimo grande pacchetto di proposte riguarda le potenzialità inespresse dei servizi digitali.

L’idea di base è quella di sviluppare degli standard comuni di sviluppo in modo da eliminare gli interessi di parte delle big company nella scelta dei servizi e dei prodotti da offrire, ma anche ad esempio del regime fiscale più conveniente da adottare (sì, Google, parliamo di te).

In questo campo rientra quindi una nuova legislazione sui big data e sul cloud computing. Nello specifico, nascerà un Free Flow of Data, in modo da eliminare gli analisti intermediari e creare un bacino di dati protetto da norme comunitarie che garantisca alle aziende la possibilità di elaborare strategie di mercato particolari su quei dati ma che restituiscano sicurezza all’utente medio di internet.

Infine, si intende potenziare le competenze informatiche su scala continentale, in modo da creare quella e-society in cui la consapevolezza degli utenti può arrivare a generare risparmi enormi, soprattutto nella pubblica amministrazione.

È chiaro quanto l’Italia possa essere interessata a questo pacchetto di proposte, innanzitutto se si pensa a due decisioni importanti che la Commissione è tenuta a prendere nei nostri confronti: la strategia per la banda ultra larga – circa 6,5 miliardi di investimento – e la cosiddetta Crescita Digitale – circa 4,5 miliardi di investimento – sono i pilastri dell’Agenda Digitale del governo. Pilastri su cui pesa la scure di Bruxelles, siccome si potrebbero considerare come aiuti di stato che scavalcano il concetto di libero mercato.

L’Italia però sconta un ritardo impressionante rispetto al resto d’Europa – la media dei servizi della pubblica amministrazione digitale è al 18% contro quella UE del 33%  – e questo pacchetto di politiche dovrebbe finalmente traghettare anche il nostro Paese nell’era digitale.

Un’ultima analisi si impone nei confronti del pericolo trust delle aziende a livello continentale. È abbastanza evidente come tutta questa serie di iniziative saranno più facilmente sfruttabili da grandi colossi che sono già presenti sul mercato digitale e che non avranno difficoltà ad adattarsi alla creazione di un mercato unico europeo dei prodotti digitali. Il rischio che si facciano accordi sotto banco dev’essere per forza controbilanciato da una potente autorità antitrust a livello europeo che vigili con severità.

Si attendono sviluppi.

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